Knup Trio | Improvvisazione jazz, suoni rock e molto altro

Si presentano come una tradizionale formazione jazz, suonano i loro accordi con l’attitudine di un power trio in miscele di improvvisazione e interplay: incontriamo il Knup Trio e la loro musica tra trame rock e fughe jazz.

Metti una serata capitolina di metà giugno, una bevanda fresca fuori da un locale e un trio di musicisti giovani ed entusiasti a cui chiedere del loro primo lavoro poco prima di un live: 16 Giugno, Magazzino 33 a Roma, la bevanda era uno Spritz, i musicisti Fabrizio Boffi (pianoforte) , Francesco De Palma (contrabbasso) e Emanuele Tomasi (batteria) pronti a suonare e a raccontarci il loro “Knup!”. Il Knup Trio è la fusione di diverse anime e stili in una alchimia che al jazz ruba suoni ed attitudine, al rock una matrice ruvida e cupa, a cui si mescolano sonorità del punk, del pop e del grunge, in una successione di momenti melodici ed evocativi. Quello che da subito colpisce del trio romano è la loro autentica sintonia e positività, che si riflette anche fuori dalla scena: con spontaneità e digressioni ci hanno portato dentro la loro dimensione musicale.

La prima curiosità riguarda il vostro nome e quello del vostro disco d’esordio. “Knup” nasconde qualcosa?

Fabrizio: “Knup” è “Punk” al letto al contrario. Abbiamo scelto di storpiare “punk” perché la nostra musica storpia diversi generi. Quindi può essere una piccola chiave di lettura del nostro lavoro: questo è quello che ho pensato quando mi è venuto in mente il titolo.

Come nasce il vostro progetto?

Fabrizio: io e Francesco suonavamo insieme da tempo e avevamo alle spalle diversi progetti jazz. Poi un paio di anni fa ho iniziato a scrivere musica per un trio che andasse oltre quello che avevamo fatto fino ad allora, e abbiamo iniziato a cercare un batterista adatto, dalle caratteristiche più “sporche” ed in grado di mescolarsi con la chiave jazz del progetto…. E poi ci siamo adattati ad Emanuele (ridono). Da subito abbiamo capito che gli elementi che cercavamo erano tutti li, e dopo un anno a scrivere, provare ed arrangiare siamo soddisfatti del nostro primo disco “Knup!”.
Emanuele: Anche per me è stata una impressione molto positiva da subito, e sono contento che questo mood si sia confermato e materializzato nel disco. Alla fine “Knup!” sovverte un po’ lo spirito del punk proprio per la sua positività di base.

Il Knup Trio è un quindi un progetto di alchimia musicale. Quali sono le vostre origini e i vostri contributi al trio?

Emanuele: Ho iniziato con gruppi hardcore, i Flu! con i quali ho suonato per anni, poi indie-rock, e attualmente ancora con la Nohaybandatrio, girando un bel po’ tra America ed Europa. Ho collaborato anche con Joe Lally (Fugazi) nel suo periodo romano.
Fabrizio: Quello di Emanuele è sicuramente il contributo più “sporco ed adrenalinico”, la componente che cercavamo per il gruppo. Infatti sia io e sia Francesco abbiamo una forte matrice jazz, fin dal conservatorio, ma abbiamo sempre guardato altrove con altri progetti, io più sul rock, mentre Francesco più sul grunge.

Knup!” (Emme Produzioni Musicali, 2016) è un disco strumentale denso ed evocativo, che richiede più di un ascolto per essere digerito. Comunica attraverso una serie registri e di linguaggi. Quali? Cosa vuole comunicare e raccontare?

Fabrizio: Dentro “Knup!”c’è il jazz per le diverse improvvisazioni e l’interplay, ma anche tanto rock, e una certa vena pop, riconducibile all’assenza di improvvisazione in alcuni brani dove tutto quello che deve essere suonato è scritto e definito. Per esempio la traccia “L’ordine delle cose” ha una struttura definita, così anche “Punk” e “Film” sono pezzi più pop e senza improvvisazione.
Il messaggio che volevamo trasmettere non te lo dirò mai!(ride). Il fatto di essere un disco strumentale è un punto di forza perché lascia libera interpretazione al brano da parte di chi lo ascolta. Al release party all’Init abbiamo accompagnato il concerto con la proiezione di immagini senza un legame apparente, proprio ad enfatizzare questo aspetto di “lettura aperta”.
Francesco: Noi componiamo musica strumentale e l’uso di immagini facilita, ma allo stesso tempo è un gioco del compositore nascondere piccole tracce, indizi che lascino all’ascoltatore l’opportunità di leggerli in maniera personale, richiamando emozioni magari totalmente diverse dalle tue.

Se la vostra musica dovesse parlare un linguaggio testuale che lingua parlerebbe?

Fabrizio: Probabilmente sarebbe una cosa alla Sigur Rós. I nostri pezzi non sono mai stati pensati in questo senso, quindi non aggiungerei un testo in senso canonico.
Emanuele: Il testo di per sé fornisce una lettura, imprigiona, mentre l’assenza di testo è una cosa di grande libertà, anche un po’ anarchico e punk se vuoi.

In una intervista che avete rilasciato per “l’Unità” avete detto una cosa che mi ha colpito: “Una cosa che notiamo spesso nella musica jazz-rock sperimentale è una sorta di autocompiacimento, che porta spesso ad essere “strani” per “forza” “. Come avete declinato la sperimentazione nel vostro disco?

Fabrizio: La sperimentazione sta nell’essere un trio abbastanza classico di piano, contrabbasso e batteria, ma facciamo qualcosa che di inaspettato per una formazione del genere. Spesso il pianoforte ricorda più una chitarra elettrica, e l’adrenalina della batteria del punk aprono diversi fronti alla sperimentazione. Secondo me la sperimentazione non deve essere incomprensibile ai più per essere considerata tale e spero che in “Knup!” arrivi a tanti, perché il nostro intento è quello di trasmettere qualcosa, qualsiasi cosa sia.

Quanto conta per voi la dimensione del live e quanto il lavoro in studio?

Fabrizio: Per il “Knup!” siamo stati molto in sala, curando molto i suoni, dando attenzione ad ogni fase di composizione e produzione. Riportare al live quei suoni è sempre un’avventura e a volte è impossibile, perché i fattori sono tanti. Però anche questo è bello perché un brano può assumere risvolti diversi, e non è detto che sia un male.
Emanuele: Poi nel live vivi molto tutta la parte di improvvisazione. Mi piace avere la libertà di “sentire” e avere la possibilità di modificare il ritmo e il groove sulla base di un tema scritto.

Quanto la scelta di fare musica strumentale vi apre sulla scena italiana o quanto più all’estero?

Fabrizio: In Italia desso ne stanno uscendo di gruppi strumentali, ad esempio La Batteria. Certo è più difficile che all’estero ma qualcosina si muove.
Emanuele: L’importante è essere onesti nella propria ricerca musicale, cerchiamo di farla al meglio con onestà.

Vi viene in mente una città che secondo voi rappresenta il tipo di musica che fate?

Fabrizio: Berlino, la vedo come una città piena di proposte musicalmente interessanti, quindi immagino anche di persone disposte all’ascolto.
Emanuele: Istintivamente penso al nord Europa, ma la vedrei bene anche a Miami, come suggerisce Francesco. Penso che la sia una musica universale, una musica metropolitana.

Un sogno nel cassetto in tema di collaborazioni?

Fabrizio: Un vero “sogno” The Bad Plus che stimo molto
Emanuele : Italiani mi piacerebbero i Verdena.

 

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