White Lies | Friends

Sono passati 7 anni dal debutto dei White Lies con To lose my life, disco che ha consacrato la band inglese nel panorama indipendente britannico, ponendo il trio londinese al pari di band come Maccabees, Editors, Cinematics, e tante altre ancora, e dopo Ritual e Big TV, si presentano al pubblico con un nuovo ed incredibile album.

Il disco si apre con “Take it out on me”, primo singolo dell’album; il titolo del brano ricorda, se non proprio omaggia, il successo degli A-ha, “Take on me”, e non si tratta affatto di un caso. Le sonorità riportano alla mente gli anni ottanta, dai sintetizzatori alle linee di basso, fino al modo di cantare: un synth pop dai toni grigi  ma al contempo allegri, tipico degli eighties per intenderci. Il contesto è quello di Flashdance, e “She’s a Maniac” è il tipo di canzone che viene in mente al primo ascolto (non mi meraviglierei di vedere ad un live uno dei White Lies con una keytar a tracolla e i capelli stile Mirko di Kiss me Licia).

Nel bene o nel male questo è il disco dell’amore: le tematiche della morte e del pessimismo del primo lavoro vengono ora superate e rilette in una chiave tendenzialmente meno realista ma al contempo più speranzosa: se in To Lose my Life, l’amore era visto come unica possibile via di fuga dalla morte, adesso diventa chiave di volta e archetipo dell’esistenza, dal quale è impossibile prescindere («And this love, my love isn’t odd as I though it was, am I no one, without someone to need me» – “Hold back your love”), ma al contempo è forza motrice e trascinante delle nostre inutili vite, e viene visto attraverso una lente focale che lo rende una forte, fortissima passione, al pari di una droga che genera dipendenza: « Oh take it out on me, maybe hooked on the healing, oh take it out on me, I’m in love with the feeling of being used»), quasi a voler dire: “sfogati su di me, riversami tutto il tuo odio addosso, usami, ma dammi l’unica cosa di cui ho davvero bisogno, il tuo amore.” Credo che in queste poche parole sia possibile trovare il senso dell’intero disco, e forse anche di molte altre cose.

Ci troviamo inoltre, dinanzi ad un amore in grado di farci sentire inadeguati (“Is My Love Enough?”) quando amaramente ci si rassegna e si contemplano i propri limiti: «If I could make it right I’d make it right now I know I have to leave. But it hurts so much just knowing that my love might never be enough» ma anche davanti ad un amore che può essere totalizzante e per questo fare paura («I don’t want to feel it all, but don’t wanna lose it»).

Insomma, l’amore è l’epicentro del disco, punto focale e punto d’arrivo e di partenza, e non è un caso che la parola “love” gridi presente in ogni brano.

Qualunque sia la forma d’amore, si tratta davvero di qualcosa di irraggiungibile, testimoniato anche dal labirinto in copertina, un posto in cui si entra facilmente, ma starà a noi e forse anche con l’aiuto del caso, riuscire a trovarne l’uscita.

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Musicalmente, le chitarre hanno ceduto  il passo a tastiere e sintetizzatori rimanendo solo in alcune strofe, perlopiù in palm muted, mentre la sezione ritmica spinge ancora tantissimo: un onnipresente basso si contrappone all’epicità della voce di MacVeigh, reo forse di avere una grande voce ma difficilmente riproducibile nei live (questa, una delle poche pecche del gruppo).

È praticamente impossibile riuscire a non non scadere in paragoni con il disco d’esordio, molto probabilmente anche la peggior canzone di To Lose My Life potrebbe essere lanciata come singolo di Friends, ma lungi da me dal vivere in un nostalgico passato, semmai sono gli stessi White Lies a provarci. Una volta un caro amico mi disse: «Chi nutre il passato, affama il futuro»,  e questo disco, rappresenta proprio questo: un punto d’arrivo di un viaggio musicale in cui Harry Mcveigh, voce e chitarra, Charles Cave, basso e Jack Lawrence-Brown, batteria, si sono imbarcati per trovare il nuovo nel vecchio, una sorta di viaggio in avanti ma a ritroso nel tempo, una “progressiva regressione”.

Tutto sommato si tratta di un bel disco, che si lascia ascoltare in una giornata di sole al pari di una di pioggia, pervaso da una serena e malinconica solennità e melodie che difficilmente entrano in testa: i White Lies non sono ancora per tutti, e forse è meglio così.

Tracklist:

  1. Take It Out On Me
  2. Morning in LA
  3. Hold Back Your Love
  4. Don’t Want to Feel It All
  5. Is My Love Enough?
  6. Summer Didn’t Change a Thing
  7. Swing
  8. Come On
  9. Right Place
  10. Don’t Fall

BMG (2016)

 

I White Lies saranno in Italia per due date, il 13 novembre all’Orion di Ciampino (Roma) e il 14 novembre al Fabrique di Milano.

 

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