Mamo Giovenco racconta il Quirinetta, Mamo racconta Roma

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Su come si mette in piedi una stagione musicale di qualità e molto altro…

Siamo tutti frequentatori assidui del Quirinetta e di quei locali romani che, nonostante i tempi che corrono, si ostinano (per fortuna!) a far girare nomi importanti del panorama musicale italiano e internazionale. Per questo parlare con Mamo Giovenco ovvero “quello che assieme alla sua squadra da forma alla programmazione artistica annuale del Quirinetta” (chiamiamolo così, considerato che “direttore artistico” non è una descrizione che gli piace) è stato un onore prima che un piacere. Dalle sue parole, schiette e dirette, ci viene restituita la realtà complessa di Roma e comprendiamo anche quanta passione e quanto lavoro ci sia dietro a una esibizione, prima che il jack della chitarra venga inserito nell’amplificatore, prima che il dj infili le cuffie.

La nuova stagione del Quirinetta si è aperta lo scorso 23 settembre con l’esibizione di Tim Hecker (c’eravamo anche noi). Che sensazioni hai avuto tu che l’hai vissuta da direttore artistico e perché avete scelto proprio lui?

Amo portare a Roma artisti come Tim Hecker, non è la prima volta che accetta di suonare in rassegne nelle quali sono coinvolto e di questo sono molto contento. Anni fa l’occasione fu quella del festival chiamato “Chorde”. Lo spessore dell’artista è notevole e quindi quest’anno, insieme agli amici di “LSWHR”, abbiamo pensato di iniziare la stagione proprio con lui, per far capire che ci sarà una piccola virata verso i suoni elettronici, senza comunque snaturare quella che è la proposta alla quale il nostro pubblico è abituato.

Hai citato il festival “Chorde”, chi ha partecipato ha vissuto un’esperienza da ricordare. Mi parli della tua storia di selezionatore artistico e di come si arriva a dove sei ora?

Non saprei dire come si arriva a dove sono ora, però ti dico che si deve fare necessariamente forza sulle proprie passioni legate alla musica, ma non basta. Perché poi ti trovi anche a gestire quello che sta dietro, ciò che è più o meno celato. E’ un mondo affascinante che mi ha incuriosito fin da subito, oramai sono più di dieci anni che faccio questo mestieri e ogni anno si cerca di fare un passo in avanti, assieme al nostro gruppo che oggi si chiama “Viteculture”, ai miei fidi soci Giulio Amorosetti e Daniele Martelli. Quindi si tratta assolutamente di un lavoro di squadra e non quello di un solo direttore artistico; che poi questa parola nemmeno mi piace molto, essendo la mia estrazione classica come studio musicale e in quell’ambito i direttori artistici sono ben altra cosa. Comunque, oltre a un gruppo affiatato di persone, bisogna saper perseverare, saper perdere e poi magari si vince, per poi perdere ancora e così via, come in una partita di ping pong.

C’è stato un momento in cui il solo ascolto non bastava più?

Ad un certo punto l’ascolto mi ha portato ad essere molto critico sulle dinamiche che circondano la musica, ti parlo dei tempi in cui studiavo musica. Ho iniziato come musicista e poi sono passato dall’altra parte del vetro a fare il tecnico del suono. Dopodiché mi sono interessato, gradualmente, a quello che è il management e, comunque, portato avanti assieme ad alcuni amici la voglia di fare qualcosa di nuovo per la mia città; è questo il sentimento che ci accomuna tutti ancora oggi. Ci interessa mettere in piedi un sistema aggregativo, oltre che l’interesse nella musica in sé ci piace fornire un punto di vista. Non è una cosa per forza legata ai miei gusti musicali, perché se così fosse ne organizzerei davvero pochi di concerti all’anno, ma più un discorso legato a ciò che scaturisce da un evento, al messaggio che la musica porta con sé.

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Com’è avere a che fare con Roma?

E’ difficile per via dei soliti discorsi sulla burocrazia, ma anche perché veniamo visti con un po’ di diffidenza. Naturalmente parlo di tutti quelli che lavorano nel nostro ambito, non siamo trattati alla pari di chi la mattina alza una saracinesca, bisogna fare di più per guadagnarsi la stessa fiducia che ha chi si occupa di altre attività. Poi il momento economico/sociale in generale non è dei migliori e portare avanti il tutto è ancora più complicato. Molte belle realtà che abbiamo imparato a conoscere negli anni non ci sono più e questo non giova a chi rimane in piedi ma anzi svilisce il contesto, porta ad uno scenario di “non scelta”.

Il Quirinetta non è solo un buon posto per ascoltare musica o partecipare ad eventi culturali, ma anche un esempio virtuoso di riqualificazione urbana. Ce ne parli?

Questa è una componente del nostro progetto che ci sta molto a cuore. Riqualifichiamo i luoghi attraverso l’intrattenimento musicale o performativo a vario titolo. Ora la sfida è di farlo anche attraverso il cibo, che poi è il progetto che sta prendendo piede al Quirinetta, attraverso la prossima apertura di una spazio dedicato al gusto. Quindi il discorso del recupero urbano ci interessa molto e nel passato abbiamo già lavorato in questo senso con il Lanificio; la differenza è che con il Quirinetta siamo nel centro di Roma e, anche se sembra assurdo, era una zona dimenticata dai romani. La sfida è proprio quella di riqualificare il centro, di riportare la gente nel cuore della città.

Come si costruisce l’offerta stagionale del Quirinetta?

Tra l’estate a Villa Ada, l’autunno-inverno al Quirinetta e poi tutti gli altri eventi collaterali dei quali ci occupiamo, siamo sempre in movimento. Per rispondere alla tua domanda, ripeto che non può essere solo una questione di gusti musicali, un’offerta stagionale deve chiaramente seguire una linea coerente con l’idea che si ha della rassegna, ma poi entrano in gioco anche altri fattori tra cui il più importante è la geo-localizzazione del posto; con il Quirinetta siamo in centro e viene fatto un vero e proprio studio sull’utenza potenziale, per capire su quale artista poter puntare di più. Sostanzialmente, si tratta di capire i gusti delle persone a seconda dei luoghi in cui abitano.

C’è una filosofia dietro a cui tieni fede sempre?

Il fine è il cliente, come in una qualunque attività commerciale. Noi vogliamo incentivare il pubblico a scoprire qualcosa di nuovo, ma per farlo deve fidarsi di te e quindi avere la possibilità di ascoltare anche ciò che vuole. Quindi si cerca di portare artisti che sono attesi ma di inserire pure qualcosa di meno battuto e che ci sentiamo di consigliare. Ecco la filosofia, cercare un buon bilanciamento tra queste due attitudini.

Seppur ci sono sempre meno locali, qual è il tuo rapporto con i tuoi colleghi delle altre venue?

Siamo rimasti in pochi a proporre musica di un certo tipo, è vero, e devo dirti che non c’è rivalità; un locale su tutti il Monk, con loro c’è collaborazione e comunque l’ottica con la quale proponiamo musica è diversa, nel senso di non competitiva, c’è uno scambio di pensieri, di visioni, con loro. Vorremmo che la gente facesse zapping fisico tra i locali e non rimanere a casa davanti alla televisione o il pc.

Hai citato il Monk, che anche noi di Cheap Sound seguiamo da vicino, mi fai capire meglio come funzionano queste dinamiche tra locali, certe volte è inevitabile puntare a uno stesso nome, che si fa a quel punto?

Capita davvero molto, molto poco. Il Monk rappresenta la prosecuzione di quello che Raniero Pizza e i suoi hanno fatto al Circolo degli Artisti, portano avanti quel discorso, strizzando l’occhio anche al cantautorato romano o comunque portando delle novità diverse. Ci sono gruppi e situazioni da Monk e gruppi e situazioni da Quirinetta. Può anche capitare, sarò sincero, che si punti ad uno stesso artista qualche volta, ma se so che alcune trattative sono già in corso con il Monk allora non mi metto proprio in mezzo. Ci potrebbe stare un’ulteriore eccezione, in cui magari per me quell’artista è importantissimo e allora chiamo direttamente Raniero e magari organizziamo la cosa assieme o perlomeno cerchiamo di trovare un accordo.

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Quali sono a tua avviso i nomi imperdibili del Quirinetta di quest’anno?

Abbiamo annunciato qualche giorno fa i Temper Trap che stanno avendo un ottimo riscontro in pre-vendita, inoltre il 5 novembre prossimo ci saranno i Badbadnotgood, che sono una delle novità dell’anno e la nostra sarà l’unica data italiana. Poi c’è Peter Murphy il 25 ottobre; per quanto riguarda le sonorità più ricercate ci sono Moritz Von Oswald & Rashad Becker e Powell il 28 ottobre; per andare sulle sonorità più rock i Nada Surf e gli Uncle Acid sempre ad ottobre; poi ci sarà il jazz di Makaya McCraven; per la contemporanea Lubomyr Melnyk; ce ne sono tantissimi, anche Lou Rhodes che è la voce dei Lamb che io adoro.

Qual è il nome che hai fatto più fatica a tirar dentro in questa stagione?

Probabilmente i Badbadnotgood, il loro sarà un live incredibile!

E quelli meno noti che reputi bellissime scommesse?

Tra i nomi che ti ho fatto, sicuramente Makaya McCraven che si esibirà il 7 novembre prossimo. E’ uno dei batteristi più importanti in circolazione nell’ambito jazz-fusion. Poi Lubomyr Melnyk l’8 novembre è da sempre un audace sperimentatore, fautore della tecnica che si chiama piano continuo. Infine Lou Rhodes il 22 novembre che da solista è altrettanto magnetica.

Mi piacerebbe chiudere l’intervista con i tuoi primi amori musicali.

Un nome su tutti i Pink Floyd, che rappresentano per tanti quel punto di connessione tra primi ascolti un po’ a casaccio di quando si è piccoli e quelli invece maturi dell’età adulta. Loro, al di fuori del mio ambito di formazione, che è quello classico. Un nome che invece mi sento di consigliare e che tra le altre cose sto lottando da tempo per portarlo a Roma – prima o poi ci riuscirò – è Max Richter. E’ uno dei compositori più produttivi ed esteticamente magnifici che ci sono al momento!

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