Negura Bunget & Kampfar @Traffic 10/11/2016

Serata all’insegna del Pagan Black e del Viking Metal, al Traffic Club.

Roma ha l’onore di ospitare una data di raccordo tra il tour europeo di Negura Bunget e quello italiano di Kampfar, rispettivamente il gruppo di punta del Folk Black della Romania e una delle leggende del Viking Black Metal Norvegese. Questa fusione ha messo a confronto diverse correnti del genere, con realtà geograficamente differenti e a tenere in alto il confronto ci pensano anche le band che accompagnano i Kampfar durante il loro tour: parliamo di Selvans e Kyterion, due realtà italiane molto promettenti. Il concerto inizia puntualissimo entro le 20 e troviamo subito sul palco gli Ossific, band canadese che fa da spalla ai Negura Bunget. Il sottopalco è quasi vuoto e sicuramente su tutto influisce l’orario; ma oltre a questo la band non sembra coinvolgere moltissimo: un Black Metal sinfonico ben eseguito, ma privo di personalità. Con un paio di tracce sembrano non riuscire ad esprimere più di questo e lasciano il palco con un rispettoso applauso dei presenti.

A seguire troviamo i Kyterion, band bolognese con poco più di un anno di attività, il loro primo album “Inferno I” promette bene, così come il concept che vi è legato: i loro testi sono in lingua volgare rinascimentale e sembra che siano al primo capitolo di una trilogia. Salgono sul palco incappucciati e a volto coperto e richiamano un pubblico decisamente maggiore: probabilmente hanno destato l’interesse degli appassionati della scena underground italiana. Il loro Black Metal ha solide basi e le influenze old-school traspaiono e vengono apprezzate, la freddezza viene accentuata dalle maschere che ne oscura le espressioni facciali, ma sanno come stare su un palco. Superano il test sul popolo metal romano, ma sicuramente dovranno ampliare la loro vena creativa per stupire con qualcosa di più caratteristico: i presupposti ci sono tutti. Il locale inizia a riempirsi ed ecco che preparano il palco anche i Selvans.

Le loro basi riempono l’aria con flauti e sistri e subito ci si ritrova immersi nell’atmosfera della foresta pre-romana che essi rievocano costantemente. Ecco che compare una figura col volto coperto dalla maschera di un lupo: è Selvans Haruspex, front-man del gruppo. L’era moderna ci abbandona totalmente sulle prime note di “Lupercale”, che impazza sullo scream del loro leader, ormai un sacerdote di altre ere agli occhi di tutti. La sua mimica è, insieme all’esecuzione, il punto chiave dell’esibizione e, come in trance, ipnotizza la sala con i suoi movimenti, come un incantamento che svanisce e riprende ogni volta che ne distoglie lo sguardo. Le lyrics in italiano sono riconoscibili attraverso lo scream, come anche le influenze del Black Metal Carpatico (come Kroda e Negura Bunget), ma con canzoni del calibro di “O Clitumne!” o la neonata “Pater Surgens” (estratta dallo Split-CD con Downfall of Nur, di nuovissima uscita) si denota nitidamente l’unicità indiscussa dei Selvans, capaci di mostrare al mondo che l’Abruzzo da cui vengono è una piccola Norvegia nella nostra penisola, e gli inserimenti di motivi tradizionali della regione fanno del front-man Luca, il Valfar che serviva all’Italia e dell’Appennino la nuova Blashyrkh. Col battere di ossa animali sul tamburo, lo spirito primitivo dei Selvans lascia il palco tra applausi meritatissimi.

Ammetto di avere un forte debole per loro e la corrente musicale che incarnano, ma le loro esibizioni superano le aspettative del pubblico di volta in volta. Non fanno che darmi la conferma che ormai il presente e il futuro del Black Metal non sono più in Scandinavia. Questo dato di fatto è confermato dai Negura Bunget, la cui identità è radicata alle montagne della Romania e alle foreste della Transilvania, nonché agli strumenti folkloristici di tali regioni, tanto da autodefinire il loro genere “Transilvanian Black Metal”.

La formazione romena ha un’esperienza ventennale e con una line-up aggiornata solca il palco presentando l’ultimo album “Zi” e celebrando al tempo stesso il decennale di “Om”. Ovviamente i pezzi di questi sono privilegiati in scaletta e con estremo fascino ci ritroviamo travolti dalle linee oscure di “Cunostarea tăcută” o “De Piatra” e da pezzi che rievocano l’animo folk e primordiale, come la strumentale “Norilor”, dove la Toacă (una percussione che consiste in una tavola in legno, picchiata con dei martelli) fa da direttrice alle altre percussioni. Ad impressionare è la sostanziale differenza di suoni tra la produzione e l’esecuzione dal vivo: la prima mantiene una costante profondità e opacità, connessa al concept di base della band che richiama costantemente la nebbia dei monti Carpazi (Negura Bunget si traduce come Nebbia Nera), tanto da diventare una caratteristica propria che prescinde dalle linee folk; un loro concerto, invece, è incredibilmente nitido, la chitarra solista è in costante armonia con le basi, i flauti e le linee ricchissime di bassi; il risultato è un suono che rimane pulito oltre l’inaspettato per un gruppo che normalmente fa del suono “raw” il suo manifesto.

Chiudono con il profondo ronzio del Tulnic, il grande corno dei Carpazi e lasciano un palco ben spianato agli head-liner. I Kampfar non hanno bisogno di presentazioni: scoccata la mezzanotte giungono sul palco i quattro norvegesi, che sono un cardine fondamentale del Black Metal norvegese e della sua deriva Viking. Sono in tour per la presentazione di “Profan”, l’ultimo full-lenght e dato il successo di quest’ultimo non ci si può che aspettare una sola entrata. Occhi sbarrati, corpse painting e il logo del gruppo tatuato sul ventre, il front-man Dolk dà il via alle danze urlando: “In the shades of fire!” e con la pilot-song “Gloria Ablaze” mette in chiaro che gli eredi dell’Helvete non sono ruderi che campano sulle loro vecchie glorie.

La loro presenza scenica è insindacabile, si muovono come in casa, incalzano il pubblico e impongono il loro ritmo nelle pose statuarie e glaciali. Oltre ad altri estratti dell’ultima opera, come “Daimon” e “Tornekratt”, soddisfano la platea con i cavalli da battaglia di ogni loro epoca: “Ravenheart” ,“Troll Død, Og Trolldom”, “Lyktemenn”, “Bergtatt” e così via: “La storia del Viking Metal!” come continua ad urlare un fan entusiasta tra le prime file. Il Black Metal norvegese è andato a decadere in buona parte, ma i Kampfar portano ancora avanti la scena a pieno titolo e annichiliscono ogni dubbio chiudendo con una memorabile doppietta “Mylder” e “Our Hounds, Our Legion”. Il Traffic ha, come sempre, reso giustizia alla scena extreme di cui Roma ha bisogno, con una serata fondamentale.
Noi ci diamo appuntamento alla prossima.

di Andrea Remoli

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