Cosmetic | Core

Romagna, fine secolo scorso. I giovanissimi Cosmetic iniziavano a dare forma a quella miscela di alt-rock americano anni novanta e cantato in italiano, che li avrebbe presto resi celebri nella scena indie: ancora oggi questa miscela è la loro, grazie al fatto di averle saputo dare un’anima in continuo mutamento negli anni.

Così dopo vari ep autoprodotti con la formazione iniziale (di cui rimane solo Bart -voce e chitarra), tre album (Sursum Corda, Non siamo di qui, e Conquiste) che li canonizzavano definitamente nel panorama italiano, e l’ultimo Nomoretato, che segnava una svolta a livello di sound più psichedelico alienante, pienamente convincente, i Cosmetic si ripresentano con Core, dove si ha l’impressione di ritornare alle origini, al “cuore” del trio Bart-Mone-Emily, che di fatto approda alle registrazioni.

“Fine di un’epoca” la prima traccia, fa pensare che qui ci sia qualcosa da dire, ma senza la pretesa di dirlo. L’ascolto quindi abbraccia e conforta, ma non rimane impresso. Sfugge alla memoria come un ricordo che inizia a sfocare. Liriche serrate l’una dentro l’altra che si schiudono solo con l’ammonizione del ritornello verso i nostri tempi lascivi: «Dobbiamo soltanto imparare ad imparare di più e a non difendere ciò che è obsoleto e vecchio». Si profila quindi un disco più cupo, subito movimentato da “Scheggia”, segnata da un flusso di riff graffiante, così come “Tamara”, ritratto di una teenager che si trova a confrontarsi con un mondo ostile ai sognatori: «Sono tornata per vedere come va l’eterno scontro tra i tuoi sogni e la realtà».

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Capiamo che il punto della questione si focalizza quindi sulla crescita, sulla maturità, sul cambiamento che attanagliano tanto una ragazza quanto una band. I Cosmetic rispondono riallacciandosi alla formula a loro ben congeniale dei ritornelli pop che riemergono dalle continue carrellate di distorsioni, riconfermandosi cantanti del disagio e non solo since 1996. C’è posto però anche per una rivincita gloriosa a metà album. “1986” segna a mio parere lo spartiacque tra le premesse del passato e le nuove speranze, e domina l’album per la sua capacità di vivere con ilarità le preoccupazioni sapendo in fondo di avere ragione. L’indie italiano che tiene alta la bandiera dei suoni fatti in casa, al limite del provino homemade (“Quel poco di buono (che avevi fatto)”, “In nero”). Gente che nell’indie ci è nata e ci crede, non vede di buon occhio l’attuale tendenza a rimangiarsi le premesse di questo mondo, così puro e libero dai grandi riflettori, che finiscono per compromettere l’autenticità di un gruppo… E ancora: “La linea si scrive da sola”: melodia trascinante, con la voce che sembra precipitare ma viene sostenuta dal tappeto di suoni. “Schiaffino!” tra le più lanciate del disco, col suo riff hardcore accattivante.

Il nome Cosmetic è in continua espansione. Sono ancora tante le modalità con cui si auspica continuino a dare voce ai giovani che li seguono. una scena che trova da sempre la propria autenticità nel farsi grande ma tendendo sempre la mano a chi si sente diverso. Chapeau.

«Ho avuto paura dal principio/ Questo diventare adulti non finirà mai/ Paura del principio/ Questo diventare se stessi non finirà mai» (“Paura del principio”)

A cura di Enrico Garattoni

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