Afterhours@Atlantico, prima data del Rock in Roma

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Ore 19 passate da pochi minuti. Nei parcheggi dell’Atlantico sembrano esserci poche macchine, quindi speranzosi ci avviamo ai cancelli, scoprendo solo dopo svariati metri, che c’era già una copiosa coda appostata dietro gli onnipresenti camioncini di vivande varie, e quindi obbligati ci immettiamo anche noi nella calca.  In fila i fans degli Afterhours sembrano i più eterogeni mai visti: ragazzini stravaganti su cui Manuel scatarrerebbe su molto volentieri, “musicisti contabili” appena usciti dal posto di lavoro ancora in pantaloni chiari e maglioncino sulle spalle, fan sfegatati che hanno maglie colorate per ogni album che la band abbia mai prodotto, coppie di ogni età, ragazzine scappate dall’ultimo giorno di scuola e trentenni nostalgici in giacca di pelle. Tutti insieme lì ad attendere l’apertura del cancelli, che con un po’ di ritardo, come da copione avviene circa mezz’ora dopo.
Alla vista del palco siamo tutti un po’ perplessi, ci aspettavo tutti le Cappanelle per la prima data del Rock in Roma, e a vederlo da dentro l’Atlantico, piccolo, caldo e da un’acustica non delle migliori non promette bene a nessuno. Ma attendiamo.
Ore 22 salgano sul palco Afghan Whigs, band di carattere che ha scaldato gli animi e ci ha preparato per lo spettacolo che tutti aspettavamo. L’audio durante la loro esibizione, quasi un’ora, record per qualsiasi gruppo spalle, era stato pessimo. Distorto, confuso, e la paura che ciò potesse succedere anche con gli Afterhours era palpabile.
Ore 23 Poco prima di salire sul palco, un addetto ai lavori sale sulle impalcature del palco per togliere l’enorme palla da discoteca anni ’80 sul soffitto, e tutti pensiamo all’unisono, che Manuel lì su con quella palla roteante non ci sarebbe mai salito.
E il concerto, dopo un’altra pausa finalmente inizia, scattante ed energico con Metamorfosi seguono la La Verità Che Ricordavo, Male Di Miele  per poi tornare al nuovo album con Costruire Per Distruggere. Pezzi storici e nuovi vengono intervallati con maestria da Ballata per la mia piccola Iena, alla malinconia ByeBye Bombay, Tutto fa un po’ male, Pelle, Quello che non c’è, ai pezzi nuovi, Padania, Nostro anche se ci fa male, So chi sono, già conosciuti tutti a memoria dal pubblico, quasi 3000 persone schiacciate come sardine in un’afa soffocante.
Lo sa anche Manuel che il posto non è dei migliori e infatti ci saluta ad inizio concerto dicendo: “Amici, vi ringrazio tutti per essere così numerosi in questo posto di merda”.
E stranamente coccola il suo pubblico ringraziandolo spesso durante il concerto, divertendosi a duettare con i fan e addirittura a cedere loro la voce, come nel caso di Il Paese è reale cantato a squarciagola da tutti mentre Manuel con un sorriso radioso porge il microfono al pubblico.Durante il concerto si mostrano le doti non sono canore ed artistiche del gruppo, ma anche quelle più umane e impegnate.

Ricordiamo: la dedica di tutto il concerto a Gerardo Panno, giornalista morto pochi giorni prima, la lettura di uno scritto di Paolo Borsellino sull’importanza della cultura e dell’informazione e l’invito a tutto il pubblico a sostenere l’arte, e a battersi per i luoghi dove questa viene promossa dal Teatro Coppola di Catania, al Teatro Valle e all’Angelo Mai di Roma.
A concerto finito, dopo ben tre bis, e il medley fra Vedova Bianca e My time estremamente emozionante, possiamo dire che fortunatamente, nonostante il posto, il caldo, e la tanta gente assiepata in ogni dove, grazie all’estensione vocale, la capacità di gestione del suono e il talento di  Manuel Agnelli, alla perfetta dinamica e coesione tra tutti i musicisti, e l’ammaliante ed aggressivo suono della chitarra del ritornato Xabier Iriondo, gli Afterhours ci hanno regalato un altro ennesimo emozionante spettacolo. Nella continua sfida di riuscire a sorprendere tutti, dopo anni di carriera e molti dischi alle spalle, sono riusciti persino a superare se stessi.

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