Ainè Live@Monk 24-05-2016

ainè

Sono andato a sentire Ainè al Monk, per la presentazione del disco Generation One

Il liceo in cui ho passato i cinque anni più divertenti della mia vita aveva, probabilmente, la più bassa di percentuale al mondo di musicisti e school-bands. Non so ora se le cose cono cambiate, ma la vedo piuttosto ardua. Oltre al gruppo in cui suonavo io ed un altro di cui ora mi sfugge il nome, c’era un ragazzo di nome Arnaldo, noto ai più come Lallo, a cui sembrava che la musica interessasse seriamente. Non solo ascoltarla.

Fatto sta, infatti, che da qualche anno Lallo in arte Ainè si è messo a fare musica professionalmente, supportato, tra gli altri, dallo zio Gegè Telesforo, che potete vedere all’opera qui. Quella di Ainè, da quanto so, è stata una strada lunga e impegnativa. Mi ricordo che mi resi conto della sua reale bravura sentendo un estratto delle selezioni di Amici in cui cantava Hide and Seek. Dopo una corposa successione di eventi (tra cui numerosissimi concerti e un paio di video che potete vedere qui e qui, quest’ultimo con Sergio Cammariere), Ainè è approdato, martedì scorso, sul palco del Monk per la presentazione del suo attesissimo disco Generation One. Chiaramente siamo andati a sentirlo.

Ainè e la sua band sono oggettivamente bravissimi. La notevole tecnica dei musicisti sposa perfettamente una gran bella voce, creando un gran bel groove piuttosto nuovo nel panorama italiano, ma, a mio avviso, ancora lontanuccio dagli standard a cui l’artista immagino si ispiri.

Mio padre mi ha insegnato che con i complimenti ci si fa ben poco, mentre con le critiche si cresce. Quindi, assodata la bravura di tutti, l’impegno, la dedizione palpabile e un concerto molto piacevole durato circa un’oretta, mi vorrei soffermare su quello che mi è piaciuto meno. Dal mio piccolo, probabilmente insignificante punto di vista, elencherei tre punti.

  • il mio gusto personale, forse limitato, non mi ha permesso di apprezzare l’uso di entrambi italiano ed inglese durante il live (e nel disco, purtroppo). Inoltre, a volte non riuscivo a distinguere in quale delle due lingue stesse cantando (ma questo è stato un problema di fonia, non dell’artista)
  • è giustissimo prendersi sul serio, ma questa attitudine deve essere messa in relazione alla circostanza
  • sempre per il mio gusto personale, ci vorrebbe un lavoro un po più accurato sui testi, che vada un po oltre a concetti un po troppo sentiti, a volte con frasi un po troppo sentite.

Detto ciò, questa non vuole essere una critica, tutt’altro. Vuole essere un modo per spronare un artista che ha davvero tutte le carte in regola per fare delle splendide cose in Italia. Non nell’ambito dell’undeground, in cui a mio avviso non troverebbe spazio, ma direttamente nei piani alti dell’industria. E io sono sicuro che ad Ainè gliene frega ben poco dell’underground, che sia quello delle bettole o quello dei Thegiornalisti.

Quindi avanti così Lallo, Cheap Sound fa il tifo per te.

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