Droga e Rock nascono insieme (?!), breve commento all’articolo del prof. Alberoni

Salve a tutti navigatori della rete e benvenuti a un altro sfogo del vostro Falla, in preda ad alcune convulsioni profumate di Marlboro.
Vi giuro, non stavo cercando quello che ho trovato (come nella maggior parte dei casi), ma googleando mi sono trovato davanti a uno dei classici articolacci, scopiazzati e commentati giusto un po’, di uno dei tanti blog della rete che citava: “Alberoni: droga e Rock nascono insieme”.
Provocatorio, ergo, potrebbe essere interessante. Ho aperto e sinceramente mi sarei aspettato tutto tranne quel poco che nell’articolo era scritto. Mi sono detto che non era possibile. Ho deciso di andare alla fonte: Corriere della Sera.
Il semplice sito del Corriere mi aiuta moltissimo e in pochi secondi arrivo all’articolo di Alberoni, pubblicato il 1 Agosto, che porta come titolo: “Il Rock, la trasgressione e la stagione delle droghe” (riportato interamente qui sotto).
Lo leggo. Una. Due. Tre volte.
Non cambia la questione, tra le righe leggo sempre la stessa cosa (e non solo tra le righe).
Consigliandovi caldamente di andarlo a leggere, cerco di riassumerlo in breve: prendendo come spunto la recente morte di Amy Winehouse, con annesso micro elenco dei membri del Club dei 27, Alberoni si chiede perchè questi personaggi avessero bisogno, per scrivere le loro opere, di sostanze stupefacenti mentre “Puccini per comporre le sue opere stava sul lago di Massaciuccoli, solo e, nel più assoluto silenzio, dava voce alle sue emozioni più intime.”
Ok. Me lo sono sempre chiesto tante volte anch’io, quindi perchè non chiederselo, voglio dire: è legittimo.
Ma credo di aver capito che io e il prof. Alberoni ragioniamo assolutamente in modi differenti.
Continua l’articolo con una veloce panoramica sulla stagione musicale degli anni ’60 in Italia, da Modugno a Battisti fino a Mina, e un confronto con i coetanei americani che ben conosciamo. “Tutta la musica italiana – almeno secondo Alberoni – esprime i sentimenti abituali, l’amore. Il rock no. È americano, nasce dall’espansione di sé, dal superamento delle emozioni normali. È espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga”.
Cavolo.
Ma non si ferma: “e anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso”.
Cazzo.
Non da altre spiegazioni. Il che mi fa supporre un sillogismo elementare: chi va ai concerti rock si fa.
Sorvolando sul resto dell’articolo che, vabbe’, non è di mia competenza, anche se pure là due domande su cosa giri vorticosamente (o cosa non giri) nella testa del prof. Alberoni me le sono fatte, mi concentrerei su queste poche righe.
Molti come me, ho notato facendo un giro per i vari blog, hanno zoommato su questi concetti e hanno, veramente, scatenato una piccola sommossa. Mille le voci: dai difensori a spada tratta del Rock e dello spirito ribelle agli oppositori, quelli della musica ‘pulita’, fino ai moderati che ‘si il Rock è Rock, ma evitiamo pseudo-amnistie nei confronti di determinati personaggi’ (si veda mrs. Winehouse).
In tutto questo marasma come poteva non mancarci il commento del buon Vasco Rossi (mi mancava)?! E anche questo vi consiglierei di leggerlo (è una nota sulla sua pagina Facebook ufficialmente gestita da lui).
Aldilà di un periodo di parolone appiccicate insieme e senza senso, che ho dovuto necessariamente interpretare come puro ermetismo, sempre presente la sua nota di personalissimo gongolamento con un: “riguardo la funzione sociale di creazione di un legame comunitario ormai raro e disperso… che hanno i concerti miei, cioè proprio quelli di Vasco Rossi, ha scritto Umberto Galimberti, cioè un filosofo AUTENTICO, mica un sociologo distratto!”
Mi ci hanno dovuto mettere in mezzo pure Galimberti. Ma perchè? Che ha fatto di male? Vabbe’.
Insomma, tra queste parole pregne di significato inserisce anche una sua breve “versione dei fatti”, di come, dove e quando sarebbe nato il Rock.
E qua finalmente mi sono fatto una risata perchè, veramente, stavo per piangere.
Ma vabbe’, sono uscito di argomento.
Insomma, volete il mio punto di vista? (Spero di sì dal momento che state leggendo)
Alla domanda del prof.: perchè le rock-legend avevano bisogno di farsi e Puccini no, rispondo con un semplice e (ovviamente) ignorante (non avendo io alcuna preparazione in sociologia, annessi e connessi): dipende tutto dal periodo storico in cui l’artista è vissuto e, di conseguenza, dalla società in cui ha operato ritenendo fondamentale, ovviamente, il genere musicale di Puccini, palesemente diverso da quello di un Hendrix piuttosto che un Morrison.
Ma mi spiego meglio.
Non so quanto il professore sappia di storia della musica. Quella vera intendo, non dai Beatles a oggi. Quella che viene prima di Monteverdi, per intenderci. Ma penso sia un qualcosa di puramente obiettivo che a Puccini, dato l’ambiente sociale, dato l’ambiente “lavorativo”, dato il periodo storico in Italia, non sarebbe mai venuto in mente di sbattersi su un divanetto viaggiando di oppio.
Perchè? Perchè era obiettivamente, decisamente, improbabile!
La società italiana dell’epoca e la ‘società degli artisti’ italiani dell’epoca non era avvezza a certi ‘passatempi’. Avevamo altri vizi, grandi (primo tra tutti lo stesso Puccini, fumatore incallito), ma sicuramente l’oppio o le droghe in generale non erano nostre abitudini (più d’Oltralpe che altro).
Magari l’avesse scoperto ci sarebbe morto dentro una fumeria, ma, andiamo, chi scrive opere non si fa di roba!
Non può farsi di roba! E come potrebbe?
Voglio dire, è un’opera cavolo! E’ complessa, difficile, hai molti canoni da rispettare (benchè il periodo di Puccini sia stato quello della vera innovazione operistica da questo punto di vista). Penso che mai e poi mai un operista possa essere fatto mentre scrive. E’ semplice.
Senza contare che, dato il periodo storico, chi si faceva operava in altro campo artistico, mai quello musicale, intendendo con ciò buona parte della poesia francese contemporanea a Puccini la quale, se vogliamo fare un veloce confronto tra Letteratura e Musica, stava già facendo il passo che da lì a poco avrebbero fatto i musicisti “nuovi”. E cioè l’allontanamento progressivo da ogni tipo di regola, canone, limitazione che lo stile o la forma d’arte imponeva.
Ciò portava a considerare, data ora questa nuova libertà, l’uso e l’abuso di droghe come ponte per le emozioni, i sentimenti e tutto ciò che di più indescrivibile c’era.
In parole povere, nel momento in cui non c’è più forma e le regole sono poche posso scrivere come voglio di ciò che voglio e magari se sto in botta scrivo cose bellissime che da ‘sano’ non scriverei mai!
Magari…
Ed ecco quindi una seconda domanda a cui rispondere: è per questo, per l’allontanamento da canoni e regole, che grandissime personalità della scena Rock e proto-Rock facevano uso e, spesso, abuso di sostanze stupefacenti?
Si torna, ovviamente, al discorso di prima, a mio parere.
Comincia il progressivo allontanamento dai canoni.
Credo siamo tutti d’accordo nel considerare la schiavitù afro-americana (sembra una bestemmia ma non lo è) una manna e la vera nascita della musica che ognuno di noi ascolta.
Non che tutto nasca direttamente da là, sia chiaro. Ma quest’incontro di culture ha favorito in maniera impressionante la nascita di alcune forme musicali. Vedi il proto-jazz, il proto-blues (ancora indistinguibili ma che più avanti si sarebbero definiti sempre meglio).
Ora, la differenza fondamentale tra questa “nuova musica” e la “musica tradizionale” (Puccini & Co.) era nella scrittura. La finalità era sempre quella: esprimere, esprimersi. Ma era il ‘come’ a distinguere i due Mondi e a generare quella che oggi si chiama ‘musica’.
Puccini, Wagner, Verdi avevano ferree regole da rispettare per quanto riguardava la scrittura. Un’opera si chiama opera per la sua forma, per come sono smistate le arie, i duetti, i recitativi. Erano canoni da seguire. Altrimenti non era musica (o perlomeno non un’opera).
I proto-jazzisti e i proto-bluesman no.
Improvvisazione pura.
Nessun canone, nessuna regola si suonava ciò che si era e ciò che si sentiva. Ed è esattamente questo lo spirito che è arrivato fino a noi, benchè adesso di regole di scrittura alle quali sottostare ne abbiamo eccome!
Lo spirito Rock è esattamente questo!
Ora, tornando al volo a Puccini: ve lo immaginate Puccini fattissimo che cerca di tirare giù un’aria magari seguendo gli ottonari del librettista (svogliato)?
Non penso sia umanamente possibile, no?
Al contrario, ve lo immaginate Robert Johnson sigaretta in bocca, su una seggiolina, strafatto che suona Me and my Devil blues immaginandosi segugi infernali alla porta?
Sì! Cavolo, sì!
Perchè era Blues, era come gli veniva, era una chitarra, uno standard e tanta malinconia nel cuore. Nessuna regola, solo il dettato che veniva dal suo petto.
Ma vi chiederete allora: ok, finchè si parla in questi termini va bene, ma pezzi come Stairway to Heaven? Shine on your crazy diamond? Opere intere come Selling England by the pound?
Opere complesse, lunghe e articolate. Come potrebbe una mente in preda a “deliri” o “visioni” costruire cose del genere?
In questi casi, presumo, che non fossero fatti!
O per meglio dire, magari un giorno Gilmour fattissimo stava suonando a caso registrando e, sempre a caso, tira fuori quel Si bemolle strano. Passata, magari, la pezza lo riascolta insieme a Waters e compagnia e tirano fuori Shine on your crazy diamond!
Voglio dire, gli uomini sono tutti uomini: sotto l’effetto di droghe pesanti puoi suonare, Hendrix e Morrison (e tanti altri) insegnano, ma non credo si possano comporre cose così!
Puoi comporre Roadhouse Blues, Mercedes Benz, Castles made of sand (bellissimi pezzi ma non troppo complessi), alla meglio Little wing, ma fine. Non penso che, ai livelli di droga che il prof. Alberoni e tanti altri si immaginano, si possa fare qualcosa di più complesso e articolato.
Non pensate?
E per quanto riguarda la questione che per entrare veramente nello spirito Rock di oggi devi farti, insomma, è inutile che vi racconti la mia.
La musica, per me, è già una droga di per sé. Non penso sia necessario farmi di acidi per viaggiare su Dark side of the Moon.
Vivo nella musica da abbastanza tempo e sento di poter dire, da pseudo-musicista e ascoltatore, che sono in pochi, molto pochi, quelli che oggi, per entrare a pieno nel pezzo che stanno ascoltando, devono farsi.
Quindi ovviamente smentisco e penso non sarei da solo.
Sul fatto che la musica italiana ha sempre espresso sentimenti più comuni come l’amore, inviterei il prof. Alberoni a farsi un bel giro nei negozi di dischi e comperare gli ultimissimi lavori di Battisti (da lui citato), o la discografia di quel votato metafisico di Battiato.
C’è dell’amore e del sentimento comune ma, mi creda, c’è molto, molto altro ancora.
E allora, a questo punto, si aprirebbe un altro importantissimo paragrafo nella storia della nostra musica italiana: l’ultimo Battisti, Battiato e tanti altri erano italiani, sì, ma facevano vera musica italiana?
Domanda più che legittima ma non credo di poter rispondere, perlomeno in questa sede.
Diciamo che a mio parere è un discorso piuttosto lungo che comporterebbe diverse analisi in diversi ambiti.
Magari ce lo lasciamo come articolo jolly nei momenti morti, eh?
Chiudo questo mio ennesimo sfogo con un commento, forse, alla frase che più di tutte mi sento di commentare, di quelle scritte dal professore: ‘Il rock […] nasce dall’espansione di sé, dal superamento delle emozioni normali. È espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga’.
Non si può negare che negli anni ’60 molte cose non sarebbero state dette, fatte, scritte se non grazie alla ‘spintina’ di qualche “droguccia mescalinica”, ma è anche vero che non tutti si facevano.
Non tutti si facevano e anche chi non si faceva ascoltava, anno dopo anno, sempre più il Rock. E piaceva!
Ai “non fatti” piaceva il Rock. Ai non fatti piace il Rock.
Perchè? Perchè il Rock è rivoluzione. Il Rock è La Rivoluzione vera.
Personalmente, penso ci siamo un po’ tutti rotti le scatole di questo Mondo.
A un certo punto ogni persona cresce, si arriva a quel punto, arriva quel momento in cui niente ci basta più, non ci accontentiamo più.
Basta favolette.
Ci siamo stufati di sentirle e la musica “altra”, di favolette, ne ha raccontate e ne racconta tante!
Il Rock non le racconta..
Il Rock racconta di un altro Mondo. Altro, possibile e della lotta per conquistarlo.
Penso sia questo il messaggio universale che questo tipo di musica contemporanea vuole e deve dare.
Ed ecco quindi che se prima per fuggire c’era bisogno dell’acido, ora era (ed è) necessario, semplicemente, sbattersi sul letto con Given to fly.
Il risultato, secondo me, è identico: è superamento delle emozioni normali […] espressione di esperienze parossitiche.

Mi sa che ho sgravato un po’…Ma vabbe’!

Rock’n’Roll
G.F.

Di seguito l’articolo di Francesco Alberoni dal Corriere della Sera del 1 agosto, “Il rock, la trasgressione e la stagione delle droghe”:

Dopo la morte di Amy Winehouse ho ricevuto molte telefonate di persone addolorate che mi chiedevano perché tanti cantanti muoiano così giovani di droga. E, ricordando Jim Morrison, Adam Goldstein, Sid Vicious, Jimi Hendrix fino a Elvis Presley, mi è venuto spontaneo fare un confronto. Puccini per comporre le sue opere stava sul lago di Massaciuccoli, solo e, nel più assoluto silenzio, dava voce alle sue emozioni più intime.
Tutta la musica italiana, anche negli anni Sessanta, da Modugno a Endrigo a Mina a Battisti, esprime i sentimenti abituali, l’amore. Il rock no. È americano, nasce dall’espansione di sé, dal superamento delle emozioni normali. È espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga. E anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso. Tutto è nato negli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Inghilterra con una rivoluzione dei valori, del costume, della musica e la contemporanea diffusione dell’Lsd, dell’eroina, della marijuana, della cocaina. Da allora l’uso delle droghe ha continuato a crescere. Oggi ha già cambiato le relazioni fra i sessi e non solo nelle discoteche e nei droga party. E modifica le relazioni sociali perché numerosi professionisti che usano quotidianamente cocaina sono diventati emotivamente indifferenti e mostrano un’esagerata sicurezza. Un giorno gli storici ricorderanno questo periodo come “il periodo della droga”, un po’ come facciamo noi quando ricordiamo le fumerie d’oppio e la guerra dell’oppio in Cina. Un Paese che fino a quel momento si considerava il centro del mondo e il cui imperatore chiamava “caro vassallo” il re d’Inghilterra. Poi il contatto con la potenza tecnologica occidentale ha scatenato una crisi che durerà 150 anni e l’oppio ne è stata una espressione.
Cosa significa allora il diffondersi delle droghe in Occidente? Forse è l’espressione di una trasformazione dovuta alla vertiginosa innovazione tecnologica e alla mondializzazione in cui si rovesciano gli equilibri di potere mondiale, con la finanza sfrenata, gli smisurati indebitamenti degli Stati, non solo in Paesi poveri ma perfino negli Stati Uniti, e il dominio delle potenze asiatiche. A cui corrisponde una crisi dei valori tradizionali, l’individualismo sfrenato, il tentativo di superare se stessi, certa musica rock e, quindi, anche la morte di Amy Winehouse e di altri come lei.
Francesco Alberoni

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