Andrew Bird @Auditorium Parco della Musica 30/10/16

Fino alle 21.43 di domenica sera ho fortemente creduto che gli unici artisti tecnicamente ed emozionalmente più completi mai visti nella mia vita, sono stati senza dubbio i Wilco. Mi sono sbagliata in modo evidente…

Spontaneità, espressività, simpatia, spiritualità e genialità: questo è Andrew Bird. Con le sembianze fisiche di un fiero fenicottero e spirituali di un coloratissimo clown, Andrew Bird domenica sera ha letteralmente incantato l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Con una estrema fluidità tecnica e di movimento, Bird è stato capace di suonare con mani e piedi (scalzi) ogni strumento che gli passasse tra gli arti passando dal violino, allo xilofono, fino alla chitarra. E’ stato come assistere ad uno spettacolo di Andrew Bird solo nella sua cameretta. Espressività e spontaneità credo siano le caratteristiche che più gli si addicono. A testimoniare quanto appena detto, è stata sicuramente “Why’”, eseguita eccellentemente. Sembrava di essere su una barchetta che si manteneva a galla sul suo stream of consciousness artistico, un po’ “ An argument with myself” detta in modo Lekmaniano (se mi passate il termine), un vero e proprio botta e risposta con se’ stesso. Eppure, benchè le sue performance fossero estremamente personali, composte da un testo quasi timido, ogni storia sembrava appartenesse, per un motivo o per un altro, ad ognuno di noi in platea. Dalla barchetta che naviga nel mare dello stream of consciousness, passiamo ai venti di Chicago con “Pulaski at night”.

Ogni singola nota qui interpretata da Bird sembrava descrivesse lo sguardo attento e curioso di un bambino nato nel quartiere di Andersonville e poi di un turista e poi ancora la vita di Andrew Bird stessa. Ritorna ancora la spontaneità e la simpatia di Bird nell’interpretazione di “Left Handed kisses”, duetto estratto dal suo ultimo album Are You Serious, ma fatto da solo e nonostante questo, sembrava che Fiona Apple fosse con lui sul palco e con noi in platea. Si è esibito imitando a tratti la voce e gli atteggiamenti di Fiona in modo assolutamente amorevole e lì, mi sono sciolta come una noce di burro in padella. Introspettivo e spirituale è stato il cammino in cui Bird ci ha accompagnato durante “Three white horses”, classe 2012 opening track di Hands of Glory, un altro dei suoi album capolavoro. Questo è stato uno dei pochi momenti in cui ha impugnato la sua chitarra! La sua era una mano dolce, quasi come quella di un padre che accarezza il proprio figlio mentre dorme, la sua voce un carillon, il più bel carillon esistente al mondo.

Geniali e uniche “Roma Fade”, “Valleys of the young” che sembravano letteralmente filastrocche. Ah, non fatevi incantare da quel meraviglioso banjo che dissemina tutte le opere di Andrew Bird, è un violino.

Di Erika Leserri

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