Any Other & Armaud Live@Quirinetta 08/05/2016

Any Other e armaud in un doppio live ricco di emozioni al Quirinetta: due voci femminili e una varietà di accordi tra ambientazioni sognanti e garage.

Se al Quirinetta siete degli habitué sapete bene che certe sere, in quello spazio prezioso in pieno centro, si creano dei momenti di alchimie sonore ed emozionali di rara intensità: noi domenica sera lì c’eravamo, insieme ad un centinaio di altri appassionati, con le facce sorridenti di piacere ad assistere a due live di altissima caratura con protagonisti armaud e Any Other.

Le due formazioni si presentano al pubblico del Quirinetta suonando i loro rispettivi album d’esordio.
Emergono sonorità diverse e personalità differenti: da un lato i ritmi più onirici ed intimisti tra dream pop e new wave di How to erase a plot di armaud (Lady Sometims Record, 2015), dall’altro l’energia e la grinta del rock-garage di Silently. Quietly. Going Away di Any Other (Bello Records, 2015).
Gli stili inequivocabilmente diversi hanno accentuato l’esistenza di un fil rouge tra le due performance: l’esigenza di raccontare di sé e del proprio universo interiore, fatto di emozioni, ricordi e delusioni che ora sfociano in intimisti voli pindarici, ora in quesiti plurimi senza risposte, per approdare alla costruzione dei una nuova consapevolezza di sé.

Fatte dunque le presentazioni di rito, veniamo alle performance e agli artisti.

La prima a salire sul palco è armaud (singolare minuscolo), alias Paola Fecarotta, trombettista, chitarrista e cantante romana, cresciuta musicalmente tra le sponde del Tevere e i canali di Amsterdam, dove nel 2013 dà vita al suo progetto solista. Il suo elemento è l’acqua, così come liquide e complesse sono le ambientazioni rarefatte e preziose che ricrea, in loop circolari che increspano la superficie delle sue armoniche per poi sparire, come i cerchi dei sassi lanciati nello stagno, come errori che segnano la vita.

Sfiora in arpeggi le corde della sua chitarra, descrivendo forme ricorsive della dream-pop , scale diafane ed incisi che riempiono la trama più grossa di suoni decisi, quasi rock e new wave, della chitarra di Marco Bonini, eclettico musicista romano impegnato anche nei Mamavegas , e della ritmica presente e modulata della batteria di Marco Mirk dei Caymen The Animal. Ai più non sarà sfuggito il dettaglio della t-shirt di Bonini, con messaggio di sostegno agli amici del “Dal Verme”, luogo culto per gli appassionati di buona musica romana, che da qualche giorno ha le saracinesche abbassate.

Sul palco la sintonia dei tre è tangibile, assorti ed alienati nelle loro melodie, compongono la loro track list principalmente di brani di How to erase a plot, tra i quali “Common Prayer” dalle armonie più complesse e contaminazioni quasi jazz, passando per la title track, “How to erase a plot”, dal suono più slow ed avvolgente, fino al limite dell’ipnotico ed emozionale di “Ablaze”.

La performance scorre emozionante regalando due momenti preziosi ed inaspettati: sola, voce e chitarra, Paola esegue la sua sussurrata versione di “Born to die” di Lana Del Rey, stendendo il pubblico con dolcezza e fragilità disarmante e rivelando forza graffiante nell’inciso finale. La performance di armaud si conclude con una proverbiale “chicca”, ovvero una nuovissima traccia, “The town of Light”, contenuta nell’omonimo videogame, dove chitarre lievi ed aperte galleggiano a mezz’aria sulla sua voce lontana, tenute insieme da incursioni di batteria.

Ci congediamo dalle ambientazioni oniriche per trovarci immersi nell’energia del rock-garage degli Any Other, formazione di giovanissimi musicisti totalmente indie rock anni ’90, così come testimoniano i loro documenti di identità: Adele Nigro ( voce e chitarra, classe ’94), e dei coetanei Erica Lonardi ( batteria) e Marco Giudici (basso).

Insieme dal 2012 Adele e soci si affacciano sulla scena musicale italiana con il loro Silently. Quietly. Going Away, lavoro scritto e composto dalla front-woman in due anni e registrato in pochissime settimane. Arrivano al Quirinetta dopo alcune tappe europee, tra cui Slovenia e Croazia, Germania, fino ai set di Parigi e Londra la scorsa estate, a raccontarci come risorgere con ironia e coraggio dai momenti bui, dallo spleen generazionale, a suon di chitarre garage ed accordi dissonanti.

Sul palco hanno l’appeal di chi è consapevole di avere l’energia giusta per suonare chitarre spesso dissonanti e grasse e ritmi incalzanti per raccontare a gran voce i disagi e le riflessioni di sensibili ventenni, senza sfociare nel punk più aggressivo o in melliflui sentimentalismi.

I quaranta minuti successivi sono una incursione nel loro animo attraverso le tracce dell’ album d’esordio: un vibrante meltin’pot di suoni tardo anni ‘80 con echi alternative rock alla Pixies, sonorità indie più originali dei Modest Mouse o dei Built to Spill dei primi ’90, fino a lasciare intravedere in Adele un piglio ironico e vagamente irriverente della prima Alanis Morissette. Un esempio ne è il brano “Something”, un terapeutico dialogo tra la parte razionale che tenta di venire in soccorso del lato più emotivo della cantante, che nei versi «I know now /I’m not interested anymore /In feeling bad» racchiude l’attitudine dell’intero album: la voglia di riscatto e la grinta che portano a superare i momenti più bui.

“Roger Roger, Commander” è un pezzo apparentemente nonsense, dove la voce fresca della front-woman si muove sicura su un pattern musicale classico di basso- batteria-chitarra, raccontando di un mondo fantastico e strampalati di personaggi immaginari, che celano in realtà dinamiche personali più complesse.

Gli Any Other colpiscono per la freschezza del loro sound, i suoni garage al limite del lo-fi, per i testi espliciti, personali e ben costruiti, misti ad un velo di timidezza celati da una apparente spavalderia che li rende davvero efficaci e coinvolgenti nel live, che chiudono con l’unico pezzo per quanto possibile “romantico” dell’album Sonnet #4.

Domenica sera il Quirinetta è stato palcoscenico di due interessanti realtà dell’indie rock made in Italy: due formazioni, sei talentuosi musicisti, chitarre, ottoni, basso e batteria e due dozzine di brani hanno saputo emozionare, strappare un sorriso e più di un applauso ai presenti, spaziando tra generi e sonorità differenti.

Se eravate tra i presenti, spero che leggendo il nostro racconto abbiate rivissuto per qualche istante le preziose atmosfere dell’altra sera, se lo avete perso invece spero di avervi invogliato all’ascolto … per quanto mi riguarda la mia playlist si arricchisce delle tracce di armaud e Any Other e…play!

 

Testi di Antonella Ragnoli

Foto di Elisa Scapicchio

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