Badbadnotgood @Quirinetta 05/11/2016

Capita raramente di innamorarmi ad un concerto, ma questa volta sì, è successo. Lo scenario è diventato per me un’abitudine: il fantastico Quirinetta che non delude mai.

Ma passiamo agli ingredienti di questa splendida serata. Quattro ragazzi giovanissimi, neanche 25 anni a capoccia e un’energia travolgente e contagiosa: sono i Badbadnotgood, nati come trio jazz e diventati quartetto con il recente arrivo di Leland Whitty, eclettico musicista capace di passare con disinvoltura da un sassofono a un flauto traverso o ad un tamburello.

Che non si tratti di una normale band lo si intuisce già dalla copertina del loro ultimo album –IV – dove i quattro ragazzi canadesi (conosciutisi durante gli studi) si presentano come appena usciti dalla doccia, con un asciugamano dai fianchi in giù.

Nonostante la giovane età possono inoltre vantare numerose collaborazioni importanti, come quella con Tyler the Creator, Earl Sweatshirt, Danny Brown, Frank Ocean e Ghostface Killah e nell’ultimo lavoro con la new sensation Kaytranada e Samuel T. Herring dei Future Islands, oltre a Colin Stetson, Mick Jenkins e Charlotte Day Wilson.

Il live inizia con due bastoncini di incenso fissati su un bicchiere di plastica rovesciato. Non saprei dire che essenza, ma molto gradevole. Dimostrano da subito del talento da un punto di vista tecnico, ma credo che la loro forza stia proprio nell’esibizione dal vivo.

E’ Alessandro Sowinski – il batterista – la vera anima della band: è lui che mentre suona, in un bagno di sudore, riesce ad interagire con il pubblico presente in sala, incitandolo di continuo.

Una metamorfosi continua: jazz, post-bop, hip hop, si tratta di un quartetto di maestri dell’improvvisazione. Ondeggiano, ballano, fanno simpatiche smorfie e si divertono. Ad un tratto, in contemporanea, si levano le scarpe e restano a piedi nudi (vedere foto per credere!)

Una delle cose che più mi ha colpito è proprio la loro genuinità sul palco. Sono spontanei e il pubblico lo apprezza molto: tesi all’inizio, si sciolgono durante il concerto fino ad arrivare a stare veramente a proprio agio lassù, sempre più felici di vedere noi ballare sulle loro note.

Seguo il jazz da quando ero bambina per via di un grande amore di mia madre ma, tra i tanti concerti di genere seguiti, posso affermare con certezza che questa sia stata la prima volta in cui mi sono divertita davvero. Sì, perché i Badbadnotgood sono riusciti a trasformare il jazz in un qualcosa di più, che mantiene i tratti della tradizione ma che allo stesso tempo riesce ad adattarlo ai nostri tempi, quelli della trasformazione, dell’incertezza e del bisogno di allontanare la mente dai pensieri quotidiani per immergersi in un’atmosfera ricca di nuove emozioni.

Bene bene, non male, anzi BENISSIMO!

bbng

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