Baustelle | L’amore e la violenza

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29 Gennaio 2013 – 13 Gennaio 2017: quattro anni dopo.

Sconvolgenti, diretti, cupi, contemporaneamente nostalgici, attuali e remoti, ansia e tranquillità, luce e ombra, citazionisti e innovativi, sinonimi e contrari, la città e la campagna, dolci e severi, il bacio della mamma e il bacio di giuda, «oscenamente pop», meravigliosamente osceni.
Sono tornati, finalmente, i Baustelle!

Non sono bianco né nero, non sono né quiete né tempesta, sono caos; ecco, la prima parola che mi viene in mente ascoltando i Baustelle è “caos”. La seconda è “oltre”.

L’amore e la violenza è l’oltre-caos: superare, andare al di là del caos stesso, dove pochi eletti riescono a spingersi. Una confusione ordinata. I Baustelle sembrano prendere le sembianze, costruire minuziosamente, una cameretta di adolescenti o di universitari fuori sede: poster, calze, mutande, libri, penne, profilattici, riviste porno, riviste di moda, pubblicità, bottiglie, computer, telefonini, rimasugli della merenda, ogni cosa è in disordine, ogni cosa è apparentemente dove non dovrebbe, eppure chi vive quel luogo riesce sempre a trovare ciò che cerca, e , paradossalmente, tutto si perde quando la mamma, o la donna delle pulizie riporta tutto al suo posto, tutto dove dovrebbe stare. Ma siamo sicuri che tutto abbia un posto? Siamo davvero convinti che tutto debba stare “dove dovrebbe”? Ecco, la band di Montepulciano, nel suo ultimo lavoro, ha scombussolato gli schemi, ha mosso la scacchiera: il cavallo al posto del re, il re al posto della torre; sono 12 brani (di cui 2 strumentali) che arrivano diretti al petto e al cervello di tutti, immediati, sono canzoni popolari seppur complesse, con molteplici chiavi di lettura. I Baustelle sono riusciti a reintrodurre il concetto di originalità nella canzone pop, e, dove esso non poteva proprio coesistere con “l’esser popolare”, hanno fatto qualcosa di ancora più difficile, hanno dato un valore alla banalità, un motivo di riflessione a concetti scontati, come se fosse la cosa più semplice del mondo; d’altronde le cose banali, sono quelle di cui quotidianamente ci cibiamo, sono le cose che ogni giorno tocchiamo, i pensieri che ogni giorno ci toccano, perché non parlarne? E non si tratta di esser prevedibili, anzi il contrario, senza sofismi, senza peli sulla lingua, si sono spogliati, libertà. Libertà.

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Sorprendere nell’ordinarietà, partendo dall’ordinario, da ciò che attraversa questi anni bui: è questo che per me Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini intendevano, quando hanno intelligentemente definito l’ultimo lavoro «oscenamente pop», definendolo anche, più degli altri, il loro album più libero. Sconvolgere. Libertà.

Certo, la libertà è intesa anche in ottica prettamente musicale. L’amore e la violenza è un connubio perfetto di diverse influenze musicali, è un disco che non ha paura di osare, come spiega Bianconi «Volevamo fare un disco con dentro le canzoni pop che non sentiamo mai alla radio, fare un disco di canzoni pop che per una volta, come una volta, non temano di rivelare una propria eccitante complessità» con riferimenti non nascosti a Battiato, gli Abba, Beatles, Bacharach, Brian Wilson.

A differenza di Fantasma, dal quale si discosta maggiormente rispetto ai primi lavori, dove l’orchestra era presente in carne ed ossa, l’ultimo album fa uso dell’alter ego di essa, della sua finzione: sintetizzatori analogici, un vero Mellotron, che fan da dirimpettai protagonisti, alle chitarre elettriche, acustiche, al pianoforte, alla marimba, all’organo “Vox Continental”, come informa la band stessa; la batteria è campionata dal percussionista Sebastiano De Gennaro, con samples saccheggiati accuratamente da vecchi vinili, rigorosamente di fine anni ’70 inizio ’80: periodo dal quale il disco prende spunto e si accosta maggiormente.

Il singolo “Amanda Lear” già anticipava l’oscenità e la libertà dell’album, e alla domanda «perché Amanda Lear ?» Bianconi risponde che, oltre alla figura carnale oltre ad essere un’icona pop ed un mito, è semplicemente «una parola tronca»; i Baustelle come in fantasma partoriscono prima la musica, melodia e armonia, per poi completare l’opera con le parole, senza intaccare né cambiarne una nota. Il testo in funzione dell’armonia, senza svalutarne l’importanza.  In “Amanda Lear” la showgirl rappresenta nient’altro che una metafora per raccontare di un amore effimero che si consuma in breve tempo.

Si passa dall’amalgama di passato e presente di “Eurofestival” alla vicinanza ai Daft Punk in “basso e batteria”, al Battiato de “La voce del padrone”, al Rondò Veneziano, al Pulp inglese, alla musica da disco pub de “La musica sinfonica”, all’accezione de Gregoriana di “ragazzina”, fino alla banalità, allo scoraggiamento e all’innalzamento de “la vita”. Poteva essere benissimo presentato nei disco-club, ma per il loro tour, che partirà il 26 Febbraio da Foligno, hanno scelto i teatri, proprio per la voglia di farsi ascoltare, di focalizzare l’attenzione su ogni singola nota così come ad ogni singola sillaba.

Se dovessi pensare ai sei precedenti album, penserei alla mia adolescenza, nostalgicamente a come si è evoluto il mio presente sulle scelte passate, alla tristezza accentuata da quelle melodie cupe, alla tranquillità che ti regalavano, alle prime scopate, ai tradimenti e alla spensieratezza limpida e genuina; questo pregio per i Baustelle non è ancora stato smarrito.
L’amore e la violenza è in primis un concept album, le parole del titolo sono ricorrenti nei testi dei brani, e sono parole complete, universali, ci dicono già tutto: Amore e Violenza sono così lontane, così sensorialmente diverse da diventare la stessa cosa. E’ un album cinico, di un cinismo lucido che ci permette di guardare a quello che ci sta accadendo intorno, al buio di questi anni per trovarne la luce. E’ un lavoro di cristallina contemporaneità, come se per trovare la tranquillità e la spensieratezza si abbia il necessario bisogno di partire dal marcio, dal dolore, dalla morte. I Baustelle non hanno paura di raccontare il dolore, di parlarci della morte affinché ci dia la consapevolezza per riconoscere che «La vita è tragica, la vita è stupida, però è bellissima». Ci insegna a risvegliarci da ogni collasso. E’ l’elogio della rassicurazione attraverso una lucida analisi di ciò che il nostro tempo ci sta servendo sul piatto: dai social network, alle guerre, ai tradimenti, alle doglie amorose, all’Occidente in sommossa, alla rabbia e alla rassegnazione.

Parla di sopravvivenza, vivere sopra ogni accadimento, la vita, sebbene effimera, sebbene inutile, resta bellissima e  vince sempre, e, nonostante tutto, come recita “L’era dell’acquario”:
«Torneremo a fare l’amore vedrai, a guardarci dritto negli occhi, ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario»

Oltretutto oltrepassare i limiti è rischioso ma restarne per sempre all’interno è vigliacco; come i Baustelle, destreggiarsi equilibristi sul sottile filo che ne delimita i confini, un piede dentro ed uno fuori, è oltre.

I Baustelle vanno o restano, secondo il piede che si sceglie, secondo il brano che si decide di ascoltare, vanno o restano, sempre oltre, al limite dei confini, oltre tutto.

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