Bea Sanjust ci racconta LAROSA |Tra folk britannico, sonorità più ruvide ed elementi naturali.

Ognuno di noi conserva un legame con i luoghi da cui proviene e molto spesso il catalizzatore è un elemento naturale. Nonostante il nostro viaggiare, le nostre esistenze apolidi e il nostro bisogno a volte di fuggire, quel qualcosa ci riporterà sempre e ovunque alle nostre radici, alla nostra essenza, alle origini.

In un pomeriggio romano, di quelli che se non ci fosse stato il rumore del traffico avremmo sentito le cicale, Bea Sanjust ci ha raccontato di sé, dei suoi luoghi e delle loro essenze, degli amici che negli anni ha incontrato tra Italia ed Inghilterra, che in un intreccio, anzi in un groviglio, hanno contribuito a LAROSA (Goodfellas, 2016), il suo primo album.

Il tuo stile si rifà al british folk, ma è un folk “apolide”, che sente molte influenze. Che luoghi ha attraversato la tua musica? Quali sono state le esperienze che più ti hanno fatto crescere come cantautrice?

Fai bene a metterlo sotto l’ombrello grande del folk britannico, e allo stesso modo fai bene a dire “apolide”. La verità è che siamo influenzati da tutto ciò che amiamo: nel mio stile c’è l’Italia perché sono italiana innanzitutto, c’è l’influenza british per la mia esperienza a Brighton, il folk americano, il rock, la musica dell’est Europa, quella africana. E’ un viaggio in tutti questi posti.

Il rapporto con la natura come elemento evocativo e catartico è uno dei temi ricorrenti in LAROSA. Come vivi questo legame, se c’è ovviamente. E quali sono i tuoi luoghi?

Certamente c’è un forte richiamo all’elemento naturale: ha fatto parte della mia infanzia e lo cerco ancora, e inevitabilmente diventa per me fonte di ispirazione . Nella natura c’è la bellezza estetica, c’è l’espressione del divino, l’energia, l’armonia, ne rimango sempre affascinata. Come abbiamo detto è un disco apolide, e la musica è ovunque… Non so dirti dove esattamente mi sento a casa, ma sicuramente i paesaggi bucolici che più hanno accompagnato nella crescita, la vegetazione della campagna italiana mi danno questo senso di appartenenza.

La copertina del tuo disco ritrae te seminascosta da una foglia. L’ascolto delle 11 tracce ci conferma che LAROSA è un viaggio introspettivo ricco di sfaccettature e punti di vista. Come nasce il disco e come mai questo titolo?

Il disco è una raccolta dei miei best of degli ultimi otto annidi lavoro. Di solito un long racchiude un paio d’anni e in questo senso LAROSA è un lavoro particolare: è stato decisivo valutare le singole tracce più rappresentative di un percorso musicale così lungo.
In questo lasso di tempo sono venuta a contatto, nelle mie esperienze tra Roma e Brighton, con molti musicisti che mi hanno influenzata. Il titolo del disco LAROSA è un omaggio alla collettività che c’è dietro questo progetto: io ho scritto la maggior parte dei brani, alcuni sono co-scritti con gli altri musici. Avevo delle idee di sound, ma gli arrangiamenti li abbiamo costruiti insieme, con i due produttori e musicisti Marco Fabi e Simone De Filippis alla guida. 

Tornando all’elemento naturale mi ha ispirato proprio un cespuglio di rose bello e rigoglioso di un giardino familiare vicino casa mia. Osservando la sua struttura, le radici, il fusto, i rami, fino ai gruppi di fiori ho colto la struttura umana, le relazioni che ci sono dietro al mio disco: era come vedere me e i miei gruppi di amici che in otto anni hanno contribuito alla mia crescita musicale.

Stante la matrice folk le tracce di LAROSA hanno influenze eterogenee, come se tu avessi voluto narrare con declinazioni diverse tutti i temi di cui parli: famiglia, natura, amore, solitudine. Com’è e cosa vuol dire esporsi cosi tanto sul piano personale nei pezzi?

In questo lavoro è stato molto naturale scrivere in un modo per lo più autobiografico, di esperienze personali mie e di alcune persone che mi sono vicine. Tuttavia credo che molte esperienze di uno, siano simili alle esperienze di tanti, ed è qui che possiamo ritrovarci e condividere emozioni simili attraverso la musica.

LAROSA_COVER_BW

LAROSA è un disco elegante ed equilibrato dal punto di vista musicale e stilistico. Ci sono momenti molto intensi in cui sembra che gli strumenti arrivino a comunicare determinati stati d’animo, sostituendosi quasi alla tua scrittura fluida che invece si inserisce perfettamente nel movimento musicale. Come sono state pensate e realizzate queste parti?

Per me la musica nasce dal movimento, dalla presenza di un’altra persona e dalle vibrazioni che trasmette. I musicisti sono esseri molto particolari, con la caratteristica che avvicinandosi iniziano a risuonare e a promettersi dei suoni empaticamente, che poi prendono vita attraverso i loro strumenti. E così ad esempio in “Wildflowers“, oltre ad Alessandro Giovannini e Gabriele Fiammenghi (Canialga) che hanno dato il sound di basso e chitarra elettrica, posso dire che Simone De Filippis e Angelo Maria Santisi e Roberto Izzo hanno dato vita a quelle parti di archi davvero meravigliose, descrivendo ambientazioni più intime ed introspettive se vuoi.
Per “Kings” invece ho chiesto a Valerio Vigliar, anche lui un amico, un arrangiamento epico, tipo orchestrale, una musica legata ai ricordi di infanzia grandi film epici e lui ha colto subito nel segno.

Mi ha colpito la scelta del tuo primo singolo: “Julia”. E’ un pezzo molto rock che rompe con le sonorità predominanti del disco. Come mai questa scelta?

Insieme all’ufficio stampa Sporco Impossibile abbiamo ritenuto che “Julia” potesse essere il giusto mix tra folk e rock per presentare il mood dell’album. L’arrangiamento del pezzo è stato curato dai Canialga, con loro abbiamo trovato queste sonorità molto elettriche tra grunge e punk. Il video è stato diretto da Lorenzo Vignolo, anche qui il progetto è nato in modo spontaneo, da una serie di incontri casuali tra vecchi amici e in pochissimo abbiamo tirato su una troupe e un’idea di video molto urbana, che si adatta perfettamente al pezzo. Anche in questo video si conserva il richiamo agli elementi naturali come simbolismo: la rosa che simboleggia l’amore, il cavolo simbolo di nascita, la mela il sapere, proprio perché Julia è una donna  che scopre delle ombre nel matrimonio che credeva perfetto, e da lì avviene una distruzione delle sue consapevolezze e un ritorno alle sue origini.

Al tuo disco hanno collaborato diversi artisti sia della scena romana e sia inglese, un mix che racconta il tuo percorso. Cosa prende LAROSA dalla parte italiana e cosa dalla scena internazionale?

L’impronta sonora è molto british: il soggiorno a Brighton, far parte del gruppo Shoreline e del Willkommen Collective è stato determinante nel mio modo di suonare. Loro mi hanno coinvolto e reso parte di qualcosa che sentivo mio e loro facevano già. I musicisti sono la parte italiana, mentre le sonorità sono internazionali, tranne in alcuni passaggi in cui ho avuto piacere nel sentire il folk italiano con la fisarmonica e la musica popolare italiana.

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Ritieni che il folk sia la tua dimensione principale o prospetti un cambio di sonorità?

Forse ho in mente un cambio di rotta… mi sono piaciute le sonorità più acide di “Julia” e “Wildflowers” e credo che una voce delicata come la mia possa funzionare con sonorità anche più scure ma allo stesso tempo forti. Ho già in mente un EP di cover a cui sto lavorando e sto lavorando alla bozza di secondo album. Per i live ho in programma date in Inghilterra e in Germania da settembre, le date Italiane sono in aggiornamento!

 

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