Belladonna | Tutta la verità su The Orchestral Album

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Hanno dato nuova forma al loro The Orchestral Album, creando qualcosa di molto interessante. Sono i Belladonna e questa è la nostra intervista.

Partiamo dalle presentazioni: raccontate ai lettori di Cheap Sound un po’ della vostra storia!

Luana: Ciao e anzitutto grazie per questa intervista! E’ sempre molto bello raccontare un po’ la storia della nostra band in quanto credo possa dare speranza e forza a tanti musicisti indipendenti. Nasciamo in un mondo in cui ti viene inculcato che da solo, con la tua passione e dedizione non puoi fare quasi nulla e spesso questo diventa vero come nelle peggiori profezie auto-avverantesi. Il nostro esordio è stato su un social-network, Myspace, dove nel giro di pochissimo siamo diventati la band italiana indipendente più cliccata al mondo. Da lì varie cose sono accadute: abbiamo registrato due album negli USA collaborando con Sylvia Massy (Sistem of Down, Johnny Cash solo per citarne alcuni) e Mike Tacci (Metallica). Siamo entrati nel ballot dei Grammy Awards nel 2008, fatto vari tour europei e diversi concerti in USA. Tutto questo e tanto altro sempre restando indipendenti ed autoprodotti.

Quali sono le vostre influenze musicali? Andate d’accordo o sono fonti di litigi?

Martina: Siamo 5 componenti, ognuno con la sua storia ed esperienza musicale, ma nonostante ció, sono certa di poter dire che una sorta di affinità elettiva in fatto di gusti ed influenze musicali ci permette di individuare un “core” che oltre a vivere per noi di quelle band che hanno fatto la storia della musica e che risulterebbe quasi lapalissiano elencare, vive di tutta quella musica autentica, espressione dell’anima, fatta da essere umani con i loro strumenti e non da software. La capacità di riconoscere il valore di questa musica in grado di emozionare, rappresenta il nostro fil rouge e sí, ci permette di andare sempre d’accordo.

Spostiamo la nostra attenzione sul vostro ultimo disco The Orchestral Album: dieci brani del vostro repertorio ri-arrangiate in chiave orchestrale; una scelta insolita ma non meno affascinante …

Luana: In effetti è stata una scelta piuttosto insolita il riarrangiare alcuni brani in chiave orchestrale anzichè lasciarli così come erano e far si che un’orchestra semplicemente li accompagnasse… come di solito avviene! Per fare questo ci siamo avvalsi di una musicista eccezionale che ha anche diretto l’orchestra: Angelina Yershova. Angelina e il nostro chitarrista Dani Macchi hanno curato tutti gli arrangiamenti e questo lavoro sta trovando grandi riscontri in USA dove diverse personalità di spicco nel mondo della musica hanno definito unico il sound di quest’album.

C’è anche da aggiungere un altro elemento di fascinazione, per usare le tue parole, ovvero che quest’album è per noi un sogno realizzato grazie ai nostri fan di tutto il mondo. Avevamo lanciato una campagna di crowdfunding intitolata “We have a dream: The Orchestral Album” e siamo riusciti a raccogliere più di 12.000 euro.

The Orchestral Album è stato registrato dal vivo in studio e non è una novità per voi: come mai preferite questa soluzione?

Mattia: Credo che, molto semplicemente, l’alchimia, la forza e la magia che si crea tra più anime che suonano insieme sia assolutamente non riproducibile usando altri tipi di tecniche di registrazione. L’ 80% , se non oltre, delle band oggi registra tutto separatamente, con un metronomo che detta il tempo da seguire, rendendo l’opera finita semplicemente non reale, a mio avviso. La musica è viva, ed ha bisogno delle proprie oscillazioni di tempo, di dinamiche, e spesso anche di errori che renderanno poi la performance unica ed irripetibile. Ognuno è libero di scegliere il modo in cui “fotografare” un determinato momento, e questo è quello che piace a noi.

Questa però non è la vostra prima avventura nell’orchestrale, vero?

Luana: In un certo senso no: qualche hanno fa abbiamo scritto e registrato un brano con il leggendario compositore inglese Michael Nyman, la parte orchestrale di un nostro recente singolo “The God Below” è stata usata nello spot TV internazionale vincitore del Clio Award per il film blockbuster hollywoodiano “Minions” e infine un arrangiamento per orchestra composto dal nostro Dani Macchi è nella colonna sonora del nuovo film di Michael Moore “Where To Invade Next”.

Band photo

Quale è stato il momento più entusiasmante vissuto durante la genesi di The Orchestral Album?

Mattia: Sicuramente, e credo di poter parlare a nome di tutti nella band, l’esecuzione di “Morpheus”, brano che chiude l’album, ha lasciato un segno davvero indelebile nei cuori di tutte le persone presenti nello studio in quel momento. La versione che è finita nel disco è stata davvero l’ultima take registrata, a lavori ormai conclusi, con due giorni di lavoro intensissimo alle spalle e tutte le persone ormai quasi allo stremo delle forze, eppure nell’istante in cui abbiamo iniziato il brano, abbiamo avvertito quella sensazione che fa capire che qualcosa di magico sta avvenendo in sala. Alla fine dell’esecuzione ci siamo poi resi conto che molti di noi erano in lacrime, tanta la forza emotiva scatenata dal brano. Un momento che personalmente non dimenticherò mai.

L’anima noir e intensa dei vostri brani è rimata intatta o è nato qualcosa di inedito?

Mattia: A mio parere ho sempre avuto la sensazione che la “dimensione orchestrale” dei Belladonna sia stata una naturale evoluzione del nostro suono. Sicuramente l’anima noir dei nostri brani non solo è rimasta intatta, ma si fa forza ora di un’ ulteriore mondo onirico nel quale fluttuare durante l’ascolto, che rende tutto quello che abbiamo fatto in questo disco qualcosa di ancor più “inedito”, a voler usare  questa parola.

A livello live che ripercussioni ha un disco del genere?

Mattia: Riprodurre un’ opera così impegnativa dal vivo è sicuramente molto difficile, ma non impossibile. Come dicevamo prima, il disco è stato registrato dal vivo, quindi volendo organizzare dei concerti per riprodurre The Orchestral Album in sede live sarebbe possibile, e per noi sarebbe davvero una gioia immensa riuscire a farlo. Ovviamente bisognerebbe indirizzarsi verso posti come teatri ed auditorium, piuttosto che nei classici live club, dove comunque amiamo suonare, come sempre, alla buona vecchia maniera.

Dopo un progetto del genere, vi sentite appagati o volete alzare il tiro?

Luana: Non credo che questi due aspetti debbano necessariamente mutualmente escludersi. Siamo immensamente appagati da ciò che abbiamo realizzato e allo stesso tempo vivi e desiderosi di continuare a creare e a percorrere la nostra strada.

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