BetterCallBelli #2: Un giro nella wave

Fine giugno, Circolo degli Artisti. Massiccia e abituale mole di cocktail. Circondato dai tizi di Cheap Sound e Radio Kaos Italy nel culmine delle serate del Fuoriscena 6. Mondiali sul maxi schermo dell’ingresso: Olanda contro Argentina. Fuori onda scrollo Facebook. Una news arriva subito agli occhi. Interpol: All The Rage Back Home è il primo singolo del nuovo album El Pintor. Fermi tutti! Una delle mie band preferite è tornata! Dopo parecchio, legittimo, silenzio. Andiamo un passo – anzi, un disco – alla volta.

Su come la mia generazione abbia vissuto nel culto di Turn On The Bright Light è superfluo soffermarsi. Disco epocale e seminale per gli ascoltatori, la critica e i musicisti. Per il sottoscritto (insieme all’opposto speculare Kid A) è il disco più importante degli anni ’00 anche se Rolling Stone nella sua classifica del decennio non lo calcolò minimamente. Chissenefrega: è da qualche tempo che rock e Rolling Stone marciano separati. In tutte le possibili eccezioni. Torniamo a noi. Altrettanto magnifico fu Antics. Evil e Slow Hand sono i lori cavalli di battaglia definitivi, ma nella track list troviamo altrettanti passaggi oscuri, unici e delicati come Public Pervert e C’mere.

Interpol_-_Our_Love_To_AdmireQuando iniziano a scricchiolare le cose? Con il sufficiente e bipolare Our Love To Admire. Singoloni (The Heinrich Manuover), pezzi altissimi (No I In ThreesomeRest My Chemestry), e poi cover pigre di se stessi. Il loro dominio sulla scena alternative continua ad ampliarsi e con esso il terribile rovescio della medaglia. Aspettative enormi, riflettori sempre puntati, rivali sempre più agguerriti. Siamo già arrivati alla fine dell’entusiasmo e delle risorse artistiche? Con Interpol fin dalla copertina emblematica arrivano le prime risposte: il loro nome a pezzi. Il bassista Carlos D finisce le session e saluta, il resto della band è impegnato a spingere un disco pigro e piatto che salva davvero pochissimi pezzi “di mestiere”. Come risollevare le sorti?

Paul Banks – accompagnato da meravigliose modelle e sempre top fashion – fa dei bei dischi solisti. Ai punti vince il primo sotto alter ego (Julian Plenti Is Skyscreaper), più sperimentale e personale rispetto all’omonimo Banks di due anni fa. Rinvigorito da queste avventure imbraccia anche il basso lasciato libero da Carlos e raggruppa il resto della ciurma. L’inedito power-trio inizia così a lavorare all’anagramma di se stesso: El Pintor.

Eccoci alla rabbia che torna a casa. Come vogliamo definire il quinto disco dei newyorkesi senza troppi fronzoli? Gli Interpol che fanno il loro dovere magnificamente. Tutto qua. Nessun cambio di rotta e al diavolo le rivoluzioni. Le tracce dell’album sono il prodotto maturo e impeccabile di un gruppo che poco a poco ha preso sempre più consapevolezza. El Pintor – ennesima copertina da stampare e incorniciare – spesso entusiasma: All The Raginterpol-all-the-rage-back-home-official-music-videoe Back Home è il singolo perfetto, ciò che ci voleva per riaccendere gli animi; Ancient Ways è la scarica rock in cui i tre sfoggiano le doti strumentali ; My Blue Supreme è molto probabilmente uno dei capolavori assoluti. In questo lavoro i tre rocker più che riproporre brani di schitarrate prediligono la composizione della ballata malinconica definitiva. La voce e i testi – pregevoli – di Banks spesso sfociano nel depresso e i riff intrecciati e taglianti di Kessler ormai sono un marchio di fabbrica: My Desire, Same Town New StoryAnywhere lo dimostrano. Dove poter sentire i primi Interpol? Nei battiti di basso e batteria delle bellissime Everything Is WrongBraker 1, mentre la conclusiva Twice Is Hard è più vicina alle ascese sonore di Memerory Services del predecessore. Concludendo: non un capolavoro, bensì un disco qualitativamente alto in grado di tenerci compagnia per parecchio tempo. A me può bastare, a voi?

Nel 2002 il boato di Turn On The Bright Light e l’annesso sfociare di band sorelle coniò il termine new nu-wave, omaggiando l’ondata oscura della fine degli anni ’70 che ha segnato gran parte della storia del rock. I diretti interessati di quest’articolo hanno risalito degnamente la china, ma come procede per le altri gruppi simbolo del movimento?

In primis, per motivi di spazio ci soffermiamo sul versante rock, sorvolando purtroppo sulla magnifica e torva landa elettronica, composta dai pregevoli Xiu Xiu, Liars, Soft Moon e Cold Cave. Altrettanto doloroso è dover sacrificare un argomento così amplio in un solo articolo, andando per forza a citare “solamente” i più emblematici: altrimenti per un anno parleremmo solo di questo… Il ritorno degli Interpol ci offre l’opportunità di testare il polso della nu new-vawe. Ecco il referto.

ArcadeFireReflektorUn nome ha sbaragliato tutta la concorrenza imponendosi a campione dei pesi massimi: gli Arcade Fire. Iperosannati, fasti live senza precedenti, focalizzazione assoluta dei media e uno stuolo di fan abbagliato. Sono i Re Mida della wave. E’ tutto meritato. Anzi, ho gradito molto di più un doppio disco folle e audace come Reflektor che il manierismo di The Suburbs. Sono arrivati in cima rimanendo fedeli a se stessi: ora sta a loro scegliere se rimanerci o in che modo scendere dagli allori. Con quel talento e quella voglia costante di mettersi in gioco, siamo ottimisti. Altro gruppo che vive – soprattutto in UK – un altro stato di grazia, sono gli Arctic Monkeys. AM è stato lodato persino da Josh Homme: per dire quanto abbiano lasciato i confini indie dello stravenduto esordio, per approdare a piattaforme sonore più delicate e raffinate. Perché iniziare con questi due nomi? Per dimostrare che si può essere famosi e bravi senza passare per raccomandati e venduti.

Valutando però solo la loro produzione discografica, a chi spetta il primato di miglior band dell’onda? Per il sottoscritto ai The National. Si, è vero: devo ancora riprendermi dal live patetico di quest’estate all’Auditorium, ma i lori dischi sono capolavori altissimi. Matt Berninger, se non esagera a livello etilico, è la voce malinconica e dolce degli animi più tormentati e sensibili. Per la maggioranza della critica i capolavori sono Alligator e Boxer eppure vi sfido a trovare una canzone sorvolabile in High Violet. Poco a poco è entrato nei nostri cuori anche l’ultimo Trouble Will Find Me. Unici e amabili. Il primato è loro. E siamo circondati da Conigli Rosa.

2933-the-back-room1Carriera altrettanto encomiabile è quella degli Editors. The Back Room era il sunto perfetto tra R.E.M. (nella voce di Smith), gli U2 (nelle chitarre) e ovviamente i padrini Interpol. La posta in gioco si alza con il successivo e indimenticabile An End As A Start eppure la svolta di In This Ligh And On This Eveaning è veramente immensa: la formula vincente viene abbandonata per un disco denso e complesso dove synth e elettronica la fanno da padrone: magistrale. L’ultimo The Weight of Your Love – l’effettiva e compiuta prova della maturità – oltre ad averli piazzati ai vertici delle classiche, li ha confermati come un nome di punta. Avanti così.

A proposito di Interpol, vi ricordate che nell’esordio Silent Allarm i londinesi Bloc Party ringraziavano nei credits proprio i colleghi americani? Un elemento accumuna i protagonisti della scena nu new-wave: un esordio folgorante e un seguito di carriera altalenante. Con Four Okereke e compagni hanno sfornato un lavoro più che sufficiente (dopo un lavoro malato e isterico come Intimacy), eppure sembrano lontani secoli i groove di Banquet. Un nome però divide più di Mosè nel Mar Rosso: gli Strokes. Dopo Room On Fire le mezze misure sono finite; c’è chi continua ad amarli e c’è chi vorrebbe inseguirli con un piccone. Personalmente critico più il fatto che sfornino album ad oltranza senza prendersi una pausa. Comedown Machine è un bel disco, forse il migliore dell’ultima fase. Casablancas continua nei progetti solisti reputati migliori rispetto a quelli fatti con gli Strokes, chissà…

have a nice lifeAdesso dedichiamoci a quei casi borderline di culto supremo, totale, senza vie di mezzo. Qualche mese fa sono tornati gli Have A Nice Life. Un particolare me li ha sempre fatti amare: se vuoi il loro disco, devi scrivergli! Cioè, tutti che si scannono su dibattiti sul digitale, lo scaricaggio, lo streaming e compagnia bella e loro, più indie e alternative che di più non si può, il disco se lo tengono per loro e te lo spediscono solo le mandi loro una mail. Supremi. Inutile paragonare The Unnatural World con l’inenarrabile Deathconscousnees (“Il disco più deprimente della storia”, stando alle loro stesse parole): siamo sull’orlo dell’abisso e la loro musica è lo sguardo alla fine del baratro.

Vogliamo chiudere in bellezza? Ecco allora gli I Love You But I’ve Chosen Darkness, più che un nome, una dichiarazione di intenti. Fear Is On Our Side è il pregevole e tormentato esordio del 2006 mentre è di questi giorni l’uscita – finalmente! – del secondo Dust. Giri di parole a zero: se vi piacciono saranno uno dei gruppi della vostra vita, altrimenti rimarrete dove siete sempre stati. Potete tranquillamente indovinare il sottoscritto a quale delle due categorie appartenga.

Credo di aver finito e se ho dimenticato qualcosa o non siete d’accordo scrivetemi pure o chiamatemi: vi ignorerò puntualmente. Vi aspetto al mese prossimo: dicembre, tempo di classifiche sotto l’album. Scusate, volevo dire sotto l’albero.

Alessio Belli

 

Video Corner:

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Video Spoiler:

 

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