BetterCallBelli #1: Riscoperte estive

Il primo quesito è stato: come presentarmi?

All’inizio di una nuova esperienza giornalistica con annesso inedito pubblico, bisogna perdere qualche per fare gli onori di casa nel modo migliore. La conclusione? Meglio parlare subito di musica. E presentarsi tramite lei.

Mi è stata data la possibilità di parlare ogni mese qui su Cheap Sound di un argomento, un disco o un artista, un qualcosa di interessante e degno di approfondimento: lo faccio con estremo piacere e spero di trasmettere almeno un briciolo di quell’entusiasmo che mi lega alla scrittura e agli artisti trattati. Per il titolo della rubrica sfrutto un’altra passione al limite della dipendenza inguaribile: le serie tv. Miscelando il culto per Breaking Bad e l’inizio del suo spin off Better Call Saul.

Quesito numero due: con quale argomento inizio?

callahanQui devo ammettere che non mi sono scervellato molto. Per il sottoscritto, e spero valga anche per voi, l’arrivo dell’estate coincide sempre con quei lunghi periodi di distensione e relax in cui riprendere cose su cui si è sorvolato con troppa facilità durante l’anno. Tra gli impegni, gli ingorghi, dischi su dischi e live a raffica, c’è il rischio di perdersi qualche pezzo che poi il gentile sole estivo permette di godersi a pieno. Quest’estate c’è stato un ascolto – e un successivo studio e culto – monografico. Mi sono preso tutto il tempo per innamorarmi dell’opera di quello che viene considerato il vertice dell’attuale cantautorato americano: Mr. Bill Callahan.

Che fosse con il devastante sole marittimo a picco sul mare o con la fresca foschia dei monti più isolati, le cartoline di queste vacanze avevano come colonna sonora i brani di questo Colosso musicale. Bill Callahan è il classico artista a cui devi dare tutto il tempo che si merita. Secondo voi bastano cinque minuti davanti a un quadro di Caravaggio per capirlo? Esatto. Determinati nomi hanno bisogno della quiete e dell’ascolto totale, almeno quando si è agli inizi. E ora che il mio viaggio e la mia estate sono agli sgoccioli, ecco quello che ho conosciuto…

Magari molti di voi se lo ricordano con il nome di Smog.
1990: per l’America spopolava il lo-fi. L’elettronica tronfia e pomposa e le band tutte lustrini e groupie avevano fatto perdere l’anima al rock. Fortunatamente c’erano i R.E.M. al top grazie all’esordio capolavoro con la Warner chiamato Green e i Pixies definivano le coordinate del garage. Una band chiamata Nirvana a breve avrebbe piazzato una disco chiamato Nevermind. In quel 1990 a stelle e strisce inizia a prendere forma un sottobosco indie di artisti la cui anima musicale era una fusione tra dissonanze e melodie, composizione e distorsione. La loro bassa fedeltà non era solo legata ai mezzi strumentali a disposizione, ma era una vera e propria volontà e necessità. Tra Pavement e Beck – solo per citare due tra i più famosi – esordiva Smog con l’album Sewn to the Sky.
Smog-sewntotheskyDietro questo pseudonimo c’è per l’appunto Bill Callahan, classe 1966, di Silver Sping, Maryland. È un personaggio autentico e complesso, tormentato e torvo, dal talento supremo. Affascinante come un moderno cavaliere solitario dall’animo oscuro, racconta di come la radio a transistor gli teneva compagnia durante le notti insonni da bambino e delle autoproduzioni fatte registrando i suoi pezzi su delle musicassette. Nella sua musica c’è il rock scarno, tagliente e dissonante del periodo, ma sopratutto una capacità narrativa degna di grandi cantautori. Per parlare di tutti i suoi dischi avremmo bisogno di un articolo ogni tre ore per almeno una settimana, quindi vi racconto e consiglio alcuni punti imprescindibili – almeno per il sottoscritto – da ascoltare avidamente fino all’assimilazione.

«When I was seven I asked my mother To trip me to the bay And put me on a ship And lower me down Lower me out of here Because when I was seven I wanted to live in a bathysphere»

Il piccolo Bill vuole vivere da solo e sereno sotto il mare, ma il sogno è destinato a infrangersi: suo padre non la pensa come lui e molto probabilmente il piccolo non vedrà più il mare. Dopo un brano così alto, seguono gli scarni quanto profondi 80 secondi della traccia omonima del disco, che tra un momento magnifico e l’altro, si permette di chiudere con un altro pezzo qualitativamente mostruoso come Prince Alone in the Studio.

Bill-Callahan-webA proposito di Prince alone, vanno giustamente spese due parole sullo stile di vita di Callahan. La sua figura è avvolta da un aurea mitica quanto misteriosa.
Tutti i più grandi giornalisti che hanno avuto modo di intervistarlo, si sono dovuti adattare alle sue modalità: scrivergli una lettera con le domande e attendere – dopo un po’ – le risposte! Non esattamente quello che si dice un tipo social
Nonostante abbia mietuto della conquiste di tutto rispetto – St. Vincent e Joanna Newsom (con cui duetterà in Only Skin e nel suo A River aint’ too much Love) – Callahan è un eremita. Vive nascosto tra le montagne americane, tra quei boschi e quegli scenari impressi come acquarelli nelle copertine dei dischi. Nelle canzoni ci sono gli outsider della provincia americana isolata e sconosciuta che solo chi la conosce davvero – e la vive – può permettersi di parlarne e analizzarla. E’ un realismo letterario intenso quanto quello di Faulkner o Stainback.

A proposito di solitudine e isolamento, nell’ultima perla discografica, Dream River del 2013, c’è un altro passaggio d’apertura epico. Si chiama The Sing e ad un certo punto recita così:

«The only words I’ve said today are ‘beer’ And ‘thank you’ ‘Beer’, ‘Thank you’»

Un tipo di poche parole, insomma. Molti considerano l’ultimo Callahan – soprattutto questo di Dream River – più solare rispetto alla tenebra impenetrabile e depressa del passato, ma certi versi rimangono comunque implacabili. Callahan stesso ha dichiarato nell’intervista rilasciata al Mucchio di febbraio 2014:

È buffo: c’è gente che mi dice che è un disco più luminoso e gente che mi dice che è un disco più cupo. Alcuni dicono che è più denso e altri che è più arioso. Quindi tutto questo è soggettivo. Cosa rappresenta per me? L’essermi dato un obiettivo e averlo raggiunto. Mantenere coerenza narrativa in un piccolo quadretto contribuisce a creare un quadro più grande

Ciò che non lascia spazio alla minima discussione è la sua voce. Si potrebbero fare paragoni prestigioso e tutti legittimi, ma questo svilirebbe la sua unicità. Ascoltatela e poi direte.

bill-callahanConcludo come si deve, consigliandovi quello che al momento è il mio disco preferito di Bill, quello che se proprio dovessi scegliere con la pistola puntata alla tempia, indicherei: Sometimes I Wish We Were A Eagle. Perché è il mio top? Due semplicissimi motivi: Jim Cain e Eid Ma Clack Shaw. Signori, un uno-due da k.o.

Nella prima canzone c’è il verso definitivo:

«I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again»

Ogni descrizione o spiegazione è superflua. Il secondo brano è invece un pezzo musicalmente fantastico e poeticamente cristallino, in cui Callahan fa i conti con la fine di un amore – quello della Newsom? – e i suoi annessi sviluppi onirici.

«Love is the king of the beasts A lion walking down city streets I fell back asleep some time later on And I dreamed the perfect song»

Concludere con questi versi chiude il cerchio: ogni volta che st’estate mi sono addormentato con le cuffie sognavo anche io la canzone perfetta. Era di Bill Callahan.

Alessio Belli

P.S.: Per fare le cose come si deve, alla fine di ogni articolo, troverete proprio qui cinque brani – oltre a quelli già citati – affinché possiate avere una panoramica più vasta sull’argomento trattato. Di seguito, un videoclip: un’anticipazione della prossima puntata.

Piacere di avervi conosciuto. A presto.
Altri cinque cantautori (di ambo i sessi) con cui sognare:

1) Micah P. Hinson – Patiance

2) John Grant – Marz

3) Rover – Full of Grace

4)Anna Calvi – Eliza

5)Sharon Van Etten – Afraid of Nothing

 

VideoSpoiler:

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=-u6DvRyyKGU[/youtube]

 

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