BetterCallBelli #11|La wave che venne dal freddo

Vista la mole di crisi depressive e il dilagarsi dell’isteria dovuta alla mia assenza, ecco finalmente il ritorno di Better Call Belli. Iniziano il 2016 come farebbe qualche autore pulp dei primi anni ’90: ovvero dalla fine. Dicembre 2015: sfogliando le pagine di Rockerilla, leggo tra le graduatorie un nome che non conoscevo – mea grandissima culpa – e visto il prestigio della testata mi informo subito e faccio la graditissima conoscenza dei Soviet Ladies. Amore a prima vista: l’oscura e affascinante linfa della wave e il battito inarrestabile del post-punk fluiscono magnificamente ancora una volta. Ed il fatto che ciò avvenga nel BelPaese aumenta la posta in gioco di parecchio. L’omonimo disco d’esordio è così bello che ho deciso di non rovinarlo e diluirlo con le mie parole: molto meglio parlarne con i diretti interessati, partendo dalla galeotta classifica di fine annata. Copritevi bene.
– Classifica 2015 dei lettori di Rockerilla: secondo posto nei dischi italiani per i Soviet Ladies. La vostra reazione? Sinceri!

Ci ha stupito e ci ha fatto molto piacere. Il disco è andato bene a livello di critica e sicuramente vogliamo piacere alle persone che leggono le riviste specializzate.

– Ho letto della vostra ibernazione tra il 2006 e il 2012: motivi?

Dopo una buona partenza, il nostro percorso di crescita si era un po’ arenato e, salvo qualche sporadica suonata, avevamo lasciato perdere. Poi ci sono stati alcuni cambi di formazione (batterista). Dal 2012 ad oggi abbiamo ripreso un percorso senza interruzioni.

– Raccontate a noi romani (e non solo) com’è la situazione musicale nel Nord: vi sentite parte di una scena o siete una realtà a se stante?

Non c’è una vera e propria scena, intesa come insieme di musicisti accomunati da influenze simili o da un linguaggio comune. Ci sono sicuramente un sacco di musicisti legati da amicizia e stima reciproca, pur nella diversità musicale. Ad esempio, conosciamo molti dei musicisti che pubblicano per la DSS, la nostra etichetta, e capita di dividere il palco o di ritrovarsi ai concerti di altri.

– Leggo che la vostra etichetta è  “colpevole” del nome scelto, è vero ?

E’ il contrario. Quando ci eravamo formati nel 2006 chiamavamo ironicamente la nostra sala prove “Soviet Studio” e da questo è poi nato il nome dell’etichetta. I rimandi che nascono dal nostro nome sono molteplici: il passato recente, la politica (intesa in senso lato), l’ambiguità, la nostalgia.

– Nelle vostre informazioni su Facebook ho letto alla voce Influenze gli artisti più disparati, usando un eufemismo: sono condivisi da tutti o ognuno porta le proprie peculiarità?

Molte delle influenze sono frutto della fantasia o sono frutto della nostra voglia di scherzare e di non prenderci troppo sul serio. Poi ogni tanto qualcuno ci casca: in un giornale locale si sono superati citando il nostro “sound Indiana Jones”!
Ci sono sicuramente degli artisti che stimiamo tutti, poi ognuno di noi ha sicuramente una sensibilità e individualità che lo distingue molto marcatamente dagli altri.

– Che dischi state ascoltando in questo momento?

Un mix di cose vecchie e nuove che girano nei nostri lettori in questi giorni: Julia Holter “I Have You In My Wilderness”, 13th Floor Elevator “Easter Everywhere”, Tame Impala “Innerspeaker”, The Beatles “Revolver”, Jefferson Airplane “Surrealistic Pillow”, Low “One and Sixes”.

– Nell’album la track-list è un alternarsi di nome freddi e altri tropicali, mentre l’impronta musicale post-punk\wave rimane la medesima, come mai?

Nella wave (che è un non genere, ma che essenzialmente pop music) non c’è mai stata la tendenza ad avere un immaginario di riferimento geograficamente ben preciso. Con i nostri pezzi volevamo dire determinate cose e la geografia è uno sfondo che può cambiare. Peraltro, in particolare i riferimenti a mondo sovietico sono sempre metaforici.

– Qual è il momento musicale di Soviet Ladies che preferite? Non obbligatoriamente un canzone, anche un passaggio, un assolo.

Verso i 2’e 24’’ di “Transitaliana”.

– Cosa vi esalta di più: la registrazione in studio o l’esecuzione dal vivo?

Il live per noi è un mezzo, la produzione in studio il fine! Sicuramente ci piace di più creare che proporre. In questo periodo, principalmente dedicato alla promozione dell’album, ci manca molto.

– Domani Mr. X vi chiama e vi da l’opportunità di collaborare con una band a vostra scelta: che nome fate?

Più che collaborare con una band, ci piacerebbe lavorare con qualcuno in fase di produzione, per imparare cose nuove. Sull’identificazione del nome litigheremmo sicuramente! Ecco una rosa di tre desideri: K. Shields, K. Parker e immancabilmente B. Eno.

– Cerchiamo di chiudere con una bella notizia: quando passate per Roma?

Quando qualcuno ci invita!

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I Soviet Ladies (www.sovietladies.it) sono: Gastone Belsen Penzo alla voce e synth; Matteo Marenduzzo, alle chitarre; Luca Andretta al basso e drum machines, Paolo Trolese alla batteria. Originari di Cittadella, hanno composto sicuramente uno dei dischi italiani più interessanti e pregevoli del periodo. La produzione impeccabile e sfaccettata compone pezzi d’impatto immediato e assoluto coinvolgimento. Dall’iniziale “Disco Pistols”, passando per gli scorci onirici tratteggiati dal synth come “Transitalia”, alternando il tutto con l’incedere dei riff della chitarra elettrica di “Technical Life” e “San Salvador”. Nonostante la matrice di origine sia chiara e ben definita, i Soviet Ladies riescono ad essere estremamente personali nel definire e caratterizzare i pezzi, fornendo così una prova di personalità e talento notevole.

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Nell’attesa di un più che celere invito per un live capitolino, ci consoliamo ascoltando il magnifico esordio e con la visione di “Disco Pistols”, l’ ultimo video. Un ottimo inizio direi, per un altrettanto ottimo 2016. Si spera.

di

Alessio Belli

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