Bianco e “Questa vita da leccarsi le dita”.

Breve intervista al cantautore torinese che ci parla della sua “vita da leccarsi le dita”

Immaginate di stare seduti in uno di quei bar del centro in una pausa dal lavoro. Immaginate di prendervi un bicchiere di vino e di aspettare che il sole tramonti (diciamo che la pausa dal lavoro è più un aperitivo di fine turno). In quel momento, nell’attimo in cui dalle spalle vi stanno cadendo i pesi della giornata passata, vicino a voi si siede un uomo con la chitarra che ha appena fatto un bel sogno e vuole ricordarselo. È Alberto Bianco e vi vuole parlare di stelle.

L’ultimo album di Bianco, Guardare Per L’Aria (terzo album dell’etichetta discografica INRI), da proprio quella sensazione di leggerezza e tranquillità che porta il tramonto all’uscita dall’ufficio. Alberto è, allo stesso modo, pacato e rilassato e riesce a riprodurre le sonorità dei giorni che finiscono bene e che, magari, cominceranno meglio. Parlare con lui ultimamente è abbastanza difficile considerato che, oltre a promuovere il suo album, fa parte della band di Niccolò Fabi che l’ha voluto con se per il tour estivo di Una Somma Di Piccole Cose.

Io, dopo un po’ di pressing, sono riuscita a fargli arrivare le mie domande alle quali ha risposto in modo istintivo e naturale e ve le propongo per ricordarvi il suo concerto di domani a Roma, sulla terrazza del Lian Club.

Perché, nella vita, hai sentito la necessità di scrivere?

Scrivo da quando sono bambino quindi non mi ricordo esattamente quello che mi ha spinto ad iniziare, so che adesso lo faccio perché mi serve per comunicare una parte di me che tendo a soffocare e nascondere. Uso le canzoni come pretesto per dire e pensare delle cose che non oserei esprimere.

Ritieni che la scrittura dei tuoi testi possa essere un modo per restare qui, attaccato alla terra? (Nella canzone “Aereoplano” parli della paura di andare lontano quindi fare musica può essere un modo per restare?)

Sì, per me scrivere è anche quello. È un motivo di riflessione, di tirare le somme sulle varie tappe della mia esistenza e sicuramente quello di rimanere attaccato alla terra è il mio obiettivo. Odio talmente tanto quelli che non si rendono conto della fortuna che hanno nel poter fare musica che ci penso spesso.

Perché è meglio guardare per aria?

Perché è un punto di vista positivo. Secondo me quando di fronte alle cose ti senti piccolo e vulnerabile le rispetti in modo diverso. Le osservi per capire bene come affrontarle e dal basso verso l’alto le cose sembrano giganti.

I tuoi testi vogliono raccontare la felicità delle cose semplici o la malinconia di quelle che non esistono?

Vogliono raccontare la felicità di ciò che c’è. I rimpianti e i rimorsi li lascio agli altri.

Fare musica è un modo per vivere a cuor leggero?

È un modo di vivere. Io sto scoprendo piano piano cosa significa essere musicista e per adesso mi sembra tutto molto bello, faticoso a livello mentale ma meraviglioso.

Quale tra i tuoi pezzi descrive meglio la tua concezione di “vita”?

Sicuramente “Filo d’erba”. Prima di tutto perché è una canzone semplicissima e poi perché ci sono alcune immagini che descrivono bene la mia concezione di serenità e di maturità. Credo che sia una delle mie canzoni più riuscite, almeno per me.

Quanto è stata, ed è, importante la musica cantautoriale romana?

Lo è sempre stata, ora più che mai. In qualche modo ne stiamo facendo parte. Da quando suoniamo con Niccolò Fabi siamo anche un po’ noi musicisti romani.

Ti ritieni una persona fortunata?

Sì perché non a tutti capiteranno le cose che stanno capitando a me. È un periodo molto fortunato per me e per quelli che lavorano con me. Stiamo andando forte. Sarà una bellissima estate.

In che modo si può ancora fare buona musica cantautoriale?

Cercando attentamente e profondamente nella propria autenticità. Credo sia l’unica strada per continuare a forgiare il mondo cantautorale in modo onesto.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *