Recensione espressa per i Bud Spencer Blues Explosion @Lanificio 159

IMG_5973‘Recensione espressa’ sta per commento a caldo, impressioni immediate, senza il tempo reale di dormirci su e poi ricordare la mattina dopo. Recensione espressa vuol dire che ci sono ancora dentro.

E così ve ne parlo.

La recensione espressa di oggi ve la scrivo da sotto le coperte alle ore 01.30 del 28 dicembre 2012 e, vien da sé, vi stia per raccontare un qualcosa successo ieri sera, 27 dicembre.
Questo qualcosa è il recupero della data persa dei Bud Spencer Blues Explosion dell’Angelo Mai che, ospiti di Ausgang al Lanificio 159, invitano qualche ottimo amico per allietarci con più di tre ore di blues. Quello bòno.
In ordine di apparizione: Wonder Vincent, Dola J. Chaplin e Sadside Project, in un continuo su e giù tra i due palchi e le due sale. Ma cominciamo dal principio.

Il concerto inizia in perfetto orario – dove 22.10, anziché 22.00, non è considerato ritardo – al piano superiore, sul palco più piccolo, ad aprire le danze gli umbri Wonder Vincent.
Sono quattro di batteria, basso, chitarra e voce.
C’è da dirlo: affatto male. L’unica pecca che ho avuto il dispiacere di notare è che le strutture, melodie, le forme stesse utilizzate nei brani proposti per la buona mezz’ora di esibizione erano sempre le stesse. ‘Normale – direte – si tratta di blues, dannazione!’. ‘Vero – vi direi – ma c’è modo e modo di farlo, la forma è solo il principio da cui partire e la melodia è libera all’interno dei limiti di genere’. Morale della favola: entusiasmanti i primi due pezzi, anche il terzo non era male, dopodiché noia dilagante.
Ma se è vero che chi si ferma è perduto, al termine dell’esibizione della prima band, mi sono precipitato al piano di sotto per ascoltare Dola J. Chaplin: un uomo, una bombetta e delle atmosfere tutte da chiudere in una scatoletta per poi liberarle quando starete, finalmente, risalendo il Big Sur su un’Impala. In una parola? Sognante.
Mi sono potuto godere molto poco della mezz’ora che ci ha regalato, lui e una splendida chitarra slide al fianco, ma quel che ho sentito mi è bastato. Quest’uomo è fottuto. Lo seguirò ovunque vada.
Una sigaretta, due chiacchiere velocissime ed ecco che si sta ancora sotto al palco per ascoltare gli ottimi Sadside Project chein acustico, curiosamente, da due elementi diventano tre. A pensarci bene potrebbe essere normale. O forse no.
IMG_5967Mezz’ora anche per loro, fatta di classici rivisitati nelle splendide melodie vocali del Danaro – che mi stupisce di più a ogni sua esibizione – e nel nuovo strumento, a.k.a synth, pregevolmente interpretato dalle attente mani dell’ormai polistrumentista Claudio Gatta. Il tom di Migliaccio fa malissimo, ma questo si sapeva già.
Non solo classiconi, tuttavia, anche brani tratti dal nuovissimo The Ocean Circus EP, promosso da un tour acustico nazionale, e dall’ultimo piccolo lavoro in studio firmato, in primis, Sadside Project e con la splendida collaborazione de Il Muro del Canto, Bamboo e Romeo’s Rodeos: A very special country Xmas. Proprio con quest’ultimi sono stati eseguiti due brani dal vivo: un’evergreen tutta natalizia come Santaclaus is comin’ to town (prima traccia dell’EP sopra citato) e una magnificamente reinterpretata Sunshine (Fairy tales, 2011).
Come al solito il duo – in acustico, trio – capitolino non delude: divertono, fanno muovere, non solo le membra, ma anche qualcosa più in profondità, se si ha familiarità con sonorità d’oltreoceano.
Mi perdo volontariamente l’ultimo brano dei Sadside Project per schizzare ancora una volta nella sala al piano di sotto, già stracolma di gente in attesa della band di punta, Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, sul palco Bud Spencer Blues Explosion.
Premettendo che era la prima volta che vedevo il duo dal vivo: pazzeschi.
Dovessi fondare un fight club, sostituirei la prima regola con ‘i combattimenti avvengono solo ed esclusivamente con sottofondo musicale firmato Bud Spencer Blues Explosion’. Fondamentalmente menano, aggrediscono, ogni colpo di rullo o cassa con la chitarra super distorta è un diretto sullo zigomo. Fa splendidamente male. Il tutto intriso fortemente da blue note e più che classici standard – spesso tacciati di manierismo – che mi fanno, ogni volta e più che mai dal vivo, tornare a quei trenta pezzi per puzza del dannato Robert Johnson e al Delta Blues, che ancora con ossessione venero.
I Bud Spencer Blues Explosion non parlano, suonano e basta. Ci ringraziano alla fine dei pezzi e poi riattaccano. Zero chiacchiere, tanto suono. Bel suono.
Tante chiacchiere, invece, in bocca al numeroso pubblico, di cui la maggior parte, con ogni probabilità, avrà studiato su atlanti che vedevano la Germania ancora divisa a metà. Vagano per il retro della sala parlando ad alta voce, bevendo tranquillamente mostrando poco o alcuno interesse per la meraviglia che si stava lentamente svolgendo sul palco. Il pubblico più acerbo, invece, è attento, vispo, si sporge, dondola piano o scuote timido il capo sui ritmi più serrati e le distorsioni più urlate, ma non ho visto – dalla privilegiata posizione su pedana che ero riuscito a conquistare – nessun accenno a pogo, spinte di gruppo, dondolamento violento a catena. Peccato. Gli avrei appoggiato tutto. In realtà ero anche dispiaciuto non succedesse niente di tutto ciò, a tal punto che ho pensato, a un certo punto, di aizzare le folle sotto palco. Troppa fatica, comunque, e avrei perso il mio privilegiatissimo posto.
Lascio la sala a concerto non ancora finito, con una cafonissima cover della Hey boy, hey girl dei Chemical Brothers appena terminata e una fantastica Sammarelli appena salita sul palco a eseguire un ‘non so cosa di bellissimo’ che domani qualcuno mi svelerà.

La mia serata termina con un panino dallo storico Poldo, entusiasta delle quattro band ascoltate, rosicando un poco per aver abbandonato all’ultimo il concerto e carico per scrivervi tutto questo, nel letto, fresco fresco di emozioni, impressioni e adrenalina.

R’n’R

GF

 

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