Intervista ai John Canoe | Buon Compleanno Actor Boy!

14964278_1286795111371211_1003340372_o

Da Testaccio allo Sziget Festival cavalcando l’onda surf garage

Abbiamo incontrato i John Canoe al Coropuna a Roma per uno dei loro ultimi live a chiusura di un tour che li ha visti suonare per quasi tutto lo stivale (mancanti solo Valle d’Aosta, Molise e Sardegna…qui bisogna recuperare!) e su palchi internazionali.
Con Jesse Germanò (voce e chitarra), Stefano Padoan (batteria) e Mario Bruni (basso) abbiamo ripercorso il primo anno di vita di Actor Boy, il loro primo EP uscito per Bomba Dischi proprio a novembre del 2015.
Con questa intervista gli auguri di Cheap Sound!

I John Canoe sono un power trio dalle sonorità surf, rock, garage con quartier generale in un box di Testaccio… che di esotico ha davvero poco! Qual è il punto di contatto tra voi e le festività Junkanuu o John canoe delle isole giamaicane?

Stefano: Il nostro nome deriva dalle festività del XVII secolo di alcune isole giamaicane,  in cui agli schiavi venivano concessi questi giorni di assoluta libertà. Loro si mascheravano e facevano festa senza tregua. Ci ha ispirato questa idea di stare insieme e di estrema libertà.

Jesse: Immagina che spettacolo: tante persone, liberi per pochi giorni, che suonano tutte insieme in una sorta di rito magico, con il solo fine scrollarsi di dosso la schiavitù. Anche per noi è così, forse prima di più, ma andare a suonare per noi è un giorno di libertà, di divertimento. È questo il nostro approccio al live: qualcosa di divertente ma importante. Lo spunto esotico ci è arrivato dalla collezione di mio padre di medaglie al valore di soldati. Le scovava nei mercatini in giro x il mondo e alcune erano di posti che non saprei nemmeno pronunciare.

Surf, spiagge, sole fanno da sfondo ai John Canoe, ma prima di loro c’erano i Sasquatch, cioè Bigfoot che col mare ha poco a che fare. Che legame c’è tra questi due progetti?

S.: Prima c’era un’altra identità anche perché avevamo un altro bassista. Lui era un tedesco gigante, biondo, tanto che la prima volta che lo trovai in saletta pensai: il Vichingo. Ci sembrava divertente fare riferimento a lui, che era sicuramente una figura d’impatto. Anche come stile eravamo in tema: Jesse era in fissa con la camice a quadri alla boscaiola. The Sasquatch è stato l’inizio di una cosa che speriamo maturi e continui.

J.: Il problema di fondo è che non siamo mai riusciti a partire prima, ma siamo stati in stallo per un po’ per cause contingenti. Prima di incontrare Mario, la terza anima del gruppo, abbiamo avuto diversi bassisti: Valentine il vichingo prima, poi Raffaele Capasso (Love The Unicorn), Matteo Domenichelli (the Boxerin Club) col quale abbiamo registrato l’EP Actor Boy. Ma nell’attesa di uscire simo stati fermi un bel po’.

S.: Sì, davanti ad una pizza siamo diventati i John Canoe di oggi. Avevamo capito subito che Mario era quello giusto: simpatico, ciociaro, caciarone…che sapesse suonare il basso era secondario! E da li siamo ripartiti.

A livello musicale che evoluzione avete avuto? Prendiamo “Nervous Breakdown” contenuto nell’EP dei John Canoe: è un pezzo che nasce con i Sasquatch.

S.: Il progetto di base è sempre lo stesso: i Sasquatch se vuoi hanno un suono più punky… ma dare una etichetta musicale è sempre molto difficile. Ognuno di noi ha delle influenze, i propri gusti e nel suonare insieme viene fuori lo stile globale della band. Negli anni suonando e ascoltando siamo cresciuti anche nella consapevolezza di noi e dello strumento, raggiungendo un’altra tipologia di sound. Tantissimo fa l’ascolto tuo da musicista, ma anche quello del tuo pubblico, perché ognuno ha i suoi riferimenti che servono a riconoscere la tua musica.

J.: Prima il suono era più frenetico, d’impatto, veloce, poi pian piano sono entrati altri ascolti come Dick Dale, tutta la scena surf e garage anni 60 americana, come i The Mummies etc…

S.: Diciamo che le influenze di Jesse sono quelle portanti a livello melodico perché è suo lo strumento armonico-melodico e anche a livello di scrittura lui da gli input principali, che si combinano con le mie influenze e quelle di Mario.

Mario: Io sono il diverso del gruppo. Musicalmente vengo da tutta la scena anni 90 americana, i Pavement, i Pixies e tutta la scena garage rock anni 70, come i Television, fino alle ultime produzioni americane di Steve Albini e da questo background tiro fuori ma mia linea. D’altronde come diceva Feuerbach ‹‹siamo quello che mangiamo››, è inevitabile che quello che ascolti e vedi live ti influenzi.

Actor Boy il vostro EP che compie un anno in questi giorni, come nasce?

J.: Un EP non può essere mai visto come un lavoro concettuale, non ha una sua identità. È un biglietto da visita: prendi “Beer and Pills” è un brano con sonorità garage ma se ne discosta, perché comunque è molto pop, con melodie chatcy, e racconta di quello che succede ad una festa di ragazzi dove più di qualcuno esagera. In Actor Boy ci  sono storie realmente accadute…e questa fu una festa di Capodanno a casa mia…andata malissimo! Il migliore Capodanno delle mia vita!

S.: Il peggiore delle mia vita!

J.: “Nervous Breakdown” parla più di rapporti interiori, con se stessi, magari anche più pop se vuoi. Poi ci sono gli altri tre pezzi, ma è difficile in pochi brani concentrare l’essenza di una band.

14924073_1286810841369638_227876647_o

Si parla spesso del ritorno del revival, voi che tendenze avete riscontrato?

J.: Il retrò c’è sempre stato, magari adesso alcune tendenze hanno permesso di riscoprirne altre del passato. Se parli con qualcuno che ha vissuto nei ’60 il retrò di oggi in confronto è melodico: è tutto più pulito, infiocchettato. Adesso ti trovi un Kevin Parker dei Tame Impala che mescola suoni dei Beatles, dei The 13th Floor Elevators con John Lennon e fa cose molto belle.

M.: Ci sta il discorso del revival ma non è tanto questo il punto: revival o no se interpreti bene quello che hai dentro e se quello che suoni arriva al pubblico va bene così. L’importante è trovare uno stile che ti piaccia e che faccia divertire il pubblico.

S.: Torniamo agli ascolti: se va di nuovo questo vuol dire che certi suoni sono ancora attuali. Siano nati nell’epoca sbagliata!

J.: Se facessimo solo revival sarebbero cover, noi invece ci fissiamo su questo simil garage-pop-surf e lo facciamo a modo nostro.

In questo primo anno i John Canoe hanno fatto una quantità di date live incredibili tra Italia e estero, fino all’Europen Stage dello Sziget. Come avete vissuto queste esperienze?  Quali riscontri avete avuto?

M.: Abbiamo scoperto che in Italia ci sono Festival eccezionali, realtà forti ed indipendenti che si danno davvero da fare e siamo stati contenti di suonare in questi contesti.

S.: E Poi siamo stati allo Sziget… e non ci aspettavamo una cosa del genere. Il percorso è partito dalle Mura a Roma, con un bel live, mentre la seconda serata a Perugia è stata un bel disastro: un palco enorme al quale non eravamo abituati, ampli che si rompono… quando ci hanno dato la buona notizia  eravamo in macchina tristi a rimuginare sul live e non potevamo crederci assolutamente. Lo Sziget è stata una bella emozione. Anche li qualche problemino tecnico e un diluvio universale, ma è stato un fattore positivo per il live perché la gente è rimasta con ombrelli e k-way e ci hanno trasmessouna carica immensa.

M.: Pensa alla scena: noi tre poveri scemi che suoniamo davanti ad una folla di pazzi in k-way che ballano… fantastico!

S.: Abbiamo notato che gli italiani ascoltano molto ai concerti sono molto più attenti, mentre all’esterno prevale la voglia di fare casino, ballare, quindi è stato molto bello.

J.: Ci hanno che non è mai successo che la gente rimanesse con la pioggia e la cosa ci ha reso felici…è stato davvero il nostro giorno di libertà, in piena tradizione John Canoe.

M.: E poi ci sarebbero migliaia di altri aneddoti in 50 giorni di live, dal BlaBla Car col furgone da Roma ad Amsterdam, al doppio set super fricchettone una sera in un locale in Olanda e tante altre storie di chilometri e set che fanno parte del nostro ultimo anno.

E adesso ad un anno dall’uscita di Actor Boy e di tour, che piani avete?

S.: Dopo un annodi EP è necessario lavorare un po’ in studio.

J.: Se andiamo alla nascita di alcuni pezzi siamo quasi a sei anni, quindi la voglia di fare è tanta.

M.: Ci ritireremo i un luogo appartato e lavoreremo al nuovo disco e ce la prenderemo con calma…sarà una sorta di ritiro spirituale e musicale.

J.: E poi i tour chi lo sa? Appena abbiamo tutto saremo pronti per il Giappone o Terracina, chi lo sa!

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *