Una cacio e pepe…con Cosmo

La nostra intervista a Cosmo tra un supplì e una cacio e pepe…Una deliziosa chiacchierata con l’autore de “L’ Ultima Festa”

Era una giornata di inizio estate. Un caldo ancora accennato ma non assillante, le maniche corte erano ormai pratica assodata già da un po’ di tempo ed adesso, ai primi giorni dell’autunno, si guarda a quei giorni con un po’ di nostalgia. Al contempo non ci si ricorda di come, a quei tempi, si guardava con terrore al gran caldo che sarebbe arrivato da lì a poco. Tuttavia il lungotevere, all’altezza di Prati, era stranamente sgombro: era anche una giornata di sciopero romana. Di quelle in cui un evento del genere non ti stupisce più di tanto, ma di cui ben ti ricordi al momento di salire controvoglia in macchina, cosciente delle problematiche che per la strada della Capitale possono farsi trovare all’improvviso.

dsc_3020-copy

Marco, meglio conosciuto come Cosmo, questo problema non lo deve vivere per sua fortuna. O almeno non spesso e non quotidianamente. Non è solito vivere i disagi automobilistici che viviamo tutti i giorni. A metà tra lo stupito e il divertito osservava con distacco ma attentamente, forte di un carattere goliardico che riconduce ad un’intelligenza riflessiva e propositiva. Di quelle proprie di chi pensa, rielabora, ma sa anche dire “Chissene fotte” al momento opportuno.

Imbucato (come alle famose feste dell’amico dell’amica) ad un pranzo di produzione di DNA grazie alla benevolenza di Emiliano Colasanti (manager, discografico ed enciclopedia musicale vivente), ho fatto una chiacchierata a pranzo con Cosmo.

Un pranzo che, per forza di cose, non poteva che essere tipicamente romano, in una trattoria tipica a Prati dove entrambi abbiamo scelto la Cacio e pepe. A chi non piace la Cacio e pepe?

In ogni caso non mi capaciterò mai di come i supplì non siano conosciuti a fondo in tutte le zone d’Italia. Ma forse mi devo rassegnare.

Cameriere: «Ordinate? Ditemi pure.»

Cosmo: «Io vorrei una cacio e pepe.»

Giovanni Romano: «Due.»

C: «Ma prima mi porti anche i supplì? Ma quanti ne porta? Un piattino con quanti?»

Cameriere: «Una porzione so’ due.»

C: «Vai, vai! Vado sul tipico, che a casa mia quando li trovo! Sono di Ivrea, però sono stato a Torino per l’università. Ho fatto lì la tre più due in filosofia.»

GR: Perché filosofia come facoltà? L’hai scelta, ti è piaciuta e poi hai mollato completamente quella strada?

C: «Mi è partito l’embolo quando ho conosciuto Nietzsche, è iniziato tutto lì per me…mi ha devastato completamente, mi sono innamorato così della filosofia. Capitò al momento giusto, ne avevo proprio bisogno in quel periodo della mia vita. E proseguii all’università. Durante gli studi lavoravo come portinaio all’Olivetti, facevo il receptionist. Appena laureato invece ho iniziato a lavorare in un Istituto professionale. Sto lì tutt’ora. Insegno storia e italiano, prevalentemente storia. Il mio sogno era insegnare al liceo storia e filosofia, solo che per entrare in graduatoria devi fare tutta una serie di pratiche, sostenere altri esami, test complicati e spendere parecchio. Io ho rinviato per necessità economiche. Poi con il progetto di Cosmo ho provato a tentare la strada della musica, erano i tempi di “Disordine”. I miei allievi hanno scoperto che suono, mi cantano sempre “Le voci” quando entro in classe… “sento le vooooci…prof ce la canta?”. Divertente ma anche un po’ imbarazzante (si ride, ndr).»

GR: Infatti il video “L’ultima festa” è fatto proprio durante il carnevale di Ivrea, come diamine vi è venuto in mente?

C: «Il video magari non sarà bellissimo, mi sono arrivate delle critiche nei commenti: “che merda sto video”, evidentemente non a tutti è piaciuto.»

GR: Ma è divertente!

C: «Alcuni han detto: “Dovevi fare un video più attinente al testo, in un club!”. Ma alla fine per il pezzo va bene. D’altronde non è che mi fosse venuta un’idea particolarmente geniale per farlo altrimenti.»

GR: Si è ferito qualcuno durante il video?

C: «Io ne ho prese parecchie, perché ero ubriaco marcio. Il video sono 3 ore di girato in cui pian piano si degenera. Il Carnevale di Ivrea funziona così: ci sono alcune piazze con varie squadre. Ognuna ha il suo territorio, dalle 300 alle 800 persone per ogni squadra. In queste zone si tirano le arance. Entrano i carri, una cinquantina, trainati da cavalli, con sopra dieci uomini bardati. Loro contro la folla. Per stare sul carro paghi una cifra discreta, direi quasi irrazionale. Però è anche fighissimo, adrenalinico e shockante. Poi se conosci le tecniche (io sin da bambino le so), sai come girarti per non farti spaccare le braccia. Io sul carro ci sono stato!»

Nel frattempo arrivano i tanti agognati supplì e si inizia a degustare.

dsc_2954-copy

C: «Ripeto, fichissimo e irrazionale. C’è gente che c’ha rimesso la retina. Io una volta ho rischiato…erano gli anni del liceo, ero in piazza con il sole in faccia e gli occhi aperti. Mentre parlavo con qualcuno mi è arrivata un’arancia precisa nell’occhio! Un dolore, non riuscivo più ad aprirlo. Dopo due ore vedevo marrone e ho pensato di andare al pronto soccorso. A tutt’oggi ho dei graffietti sull’occhio…oh comunque i supplì son simili agli arancini, però qui il riso è al pomodoro.»

GR: Passando dal video al disco…È veramente fantastico, hai avvertito differenze con quello vecchio mentre lo realizzavi?

C: «A me è piaciuto molto l’esser riuscito ad ascoltare il disco mentre ci lavoravo e ad apprezzarlo durante. Mi son anche dovuto produrre il live e le luci. Non mi sono mai stufato, e non è affatto scontato. Capita che ad inizio tour non sopporti più canzoni su cui lavori da parecchio. Invece queste son proprio mie, le canto ancora, le riascolto. Inoltre vedere come la gente le canta ai live è una cosa che pazzesca. Mi sta dando tanto.  Rispetto a “Disordine” c’è proprio un altro tipo di feedback, è innegabile. Per esempio, a Spring Attitude sono sceso tra la gente a cantare, non riuscivo più a tornare. Tutti mi abbracciavano…è intenso, è bello…»

GR: Lo avverto anche io. Ti dico solo che qualche tempo fa al Miami son arrivato con bla bla car, e una ragazza stava salendo da Roma a Milano solo perché suonavi tu.

C: «Madonna… questo è quasi indescrivibile. Sai, quando è uscito questo lavoro arrivavo da un periodo stressante. Ero molto teso e nervoso, avevo dei dubbi sul proseguire o no. Tutto quello che sta avvenendo adesso rigenera parecchio.  Anche il titolo dell’album è significativo: l’ho intitolato “l’ultima festa” per dire, faccio questo e poi vaffanculo. Io ho comunque una famiglia, due figli e una serie di responsabilità. Fare musica è fantastico, ma con altre cose non puoi scherzare. Se fosse andato male avrei proseguito per divertimento, ma avrei fatto indubbiamente delle scelte lavorative di tipo diverso. Ma meno male che c’è la famiglia! Nei momenti che ho passato un po’ così loro mi hanno messo sempre di buon umore. Stai un po’ giù, vai a giocare con i figli e ti tiri su!»

Arriva la tanto agognata Cacio e Pepe, accolta con grande gioia.

dsc_2968-copy

GR: “L’ultima festa” infatti mi incuriosiva molto come titolo perché è tranciante.

C: «È tipo “boh vaffanculo dai…poi basta”. Sai, poi bisogna vedere…magari un disco va bene ma sempre meno rispetto alle tue aspettative, e anche da queste dipende tanto: ad alcuni gruppi basta farsi quelle 60 date l’anno, io sono arrivato ad un punto in cui o si va oltre o la cosa inizia a non avere molto senso, perché comunque stare via da casa parecchio tempo è uno sbattimento. Ho fatto quasi 500 date in vita mia, bellissimo. Però bisogna stare in furgone, ti svegli devastato, non riesci a girare le città in cui vai, mangi un po’ a caso. Passare in una trattoria e mangiare bene come adesso capita ogni tanto… E questa cacio e pepe è proprio una bomba…»

GR: Il disco è super incentrato sulla quotidianità, sulle piccole cose di tutti i giorni. Quanta autobiografia c’è?

C: «Ci sono tantissimi riferimenti a quello che faccio e a come vivo. Anche il precedente ne aveva, ma in maniera velata, più filosofica. C’era una forte componente d’astrazione. Questa volta invece non ho voluto astrarmi per niente da me stesso. Vado dritto al punto e dico quello che sento. Certo, bisogna sempre mantenere una coesione testuale, non è una chiacchierata, ma sono ho preferito fare così.  Ogni volta cambiavo i testi e li modificavo pensando “è abbastanza vero? è abbastanza dentro?” Oppure “è troppo melodrammatico?” E se non mi soddisfaceva cancellavo.»

GR: Quindi è stato un lavoro lungo, accurato e profondo?

C: «Ho chiuso i testi tra novembre e gennaio, in tre mesi grossomodo. Le idee erano già abbozzate, mi son messo lì e piano piano… Ho lavorato prima al disco de L’orso, quindi mi sono dovuto fermare. Inizialmente non capivo la direzione che volevo prendere. Avevo in mente di fare un disco in cassa dritta, ma ero titubante. C’è stato anche un periodo l’anno scorso nel quale stavo pensando di usare più chitarra, ma alla fine, son tornato all’elettronica. Cassa dritta e sincerità.»

GR: L’aspetto compositivo di un disco che si trova così a cavallo tra l’elettronica ed un certo “cantautorato” che genesi ha?

C: «Sempre prima la musica, per me. Quando la musica mi fa viaggiare allora inizio ad abbozzare un cantato. Mi vengono in mente alcune immagini e le prime parole. Parto da lì. Ho ballato tanto mentre scrivevo, da solo in studio, con le cuffie. Ho giocato tanto con i synth: mandavo le sequenze midi dentro e usavo il mio Juno. Ho costruito veramente i suoni che mi piacevano.»

GR: Alla fine è la sincerità di un disco la cosa che l’ascoltare percepisce maggiormente. Anzi! Lo colpisce proprio.

C: «Hai ragione, me ne sono accorto ascoltando proprio le canzoni in italiano. Se a me piacciono le cose dirette, perché non posso farle anche io? Perché devo avere sempre questo schermo? Mi è stato permesso questo lavoro, e lentamente ho abbandonato tutti i tabù: sul pop, sul parlare di me, sul rimanere sul concreto, sulla prosa. Me li sono scrostati di dosso per arrivare a fare quello che voglio fare veramente. E adesso ancora di più. Ho il sentore che Il prossimo disco che sarà ancora più sfacciatamente dance, commerciale. Non me ne frega niente! Io mi diverto, da morire! Ovviamente lo faccio con certo gusto. È proprio una cosa italiana il separare il pop dalla musica indipendente. Gli americani fanno grandissimi pezzi pop alternativi.»

GR: Ma infatti è probabile che tutti questi discorsi di etichette siano un po’ delle scemenze.

C: «Secondo me stiamo maturando questa consapevolezza anche noi in Italia. Sta succedendo. La musica indipendente sta implodendo. Pensa al Miami, dove ci siamo visti. Ha avuto un successo incredibile quella sera quando ho suonato, ma era una serata profondamente pop ad essere protagonista ad un festival indipendente. Motta lo produce Sinigallia, PopX, è superpop. Anche le robe più strane tipo M¥SS KETA, sono certamente underground, ma non lo sono come lo erano come i Linea 77, o Teatro degli Orrori, o, in un certo senso anche Vasco Brondi.»

GR: Tu sei molto vicino, in un senso più dance, ad un certo concetto che portano avanti I Cani, non lo pensi?

C: «Si, ci accostano abbastanza, li ho ascoltati dal vivo al Magnolia. Niccolò mi diceva che loro sono ancora molto più vicini ad una mentalità rock rispetto a me, ed in effetti è vero! Il rock è qualcosa che ho abbandonato anni fa. Con gli amici di tour (e non solo) ormai non ne ascoltiamo quasi più. Non mi interessa proprio più fare robe del genere, e di conseguenza cerco di comunicare un‘immagine che non sia assolutamente riconducibile al rock anche nel live. Ad esempio, la batteria la suona Rob dei Drink to me, che diceva: “potremmo usare in un angolino la batteria intera”. Assolutamente no!»

In quell’istante Cosmo si accorge che è arrivato in mail un remix de “L’ultima festa” e lo fa sentire. E dopo ci fa sentire dei primi abbozzi di nuove tracce.

dsc_2952-copy

C: «Senti che suono tipico di inizio anni ’90! Voglio cantare Cosmo su questa roba. Questo è il punto di partenza, poi farò un lavoro per attualizzare il pezzo, altrimenti è solo citazionismo. Le due tastiere sono le M1 della korg, tipiche di tutta la dance anni 90. Mi stancherei però a fare dei semplici rimandi a quell’era, quindi farò così: ci metterò un po’ di quella roba, e poi la porterò nella prospettiva di un’elettronica più attuale. Per farti un parallelismo: anche Caribou fa delle robe anni 90, però le fa con il suo stile.»

GR: Dj set ti hanno chiamato mai per farli?

C: «Si, ma non sono capace.»

GR: Che musica manderesti?

C: «Techno. Vorrei fare tutto un djset di musica techno prodotta da italiani. Mi piacerebbe dare un po’ di risalto e valorizzare una scena che in realtà è forte. Purtroppo è difficile conoscerla, ma è un genere in cui a livello internazionale siamo tra i migliori. Purtroppo però pochi lo sanno perché in Italia rimane un genere di nicchia. Va detto che è un settore particolare: sei un produttore, metti sul mercato i pezzi e basta. Magari non vai neanche in tour. È un mercato anche molto più anonimo. Mi affascina molto questo aspetto così più impersonale.»

Arriva il conto e si torna a lavoro: nei giorni scorsi Cosmo ha annunciato le sue date invernali, che si preannunciano essere spumeggianti. “L’ultima festa” è stato sempre più apprezzato durante l’estate, ed oggi è sicuramente una delle più importanti release italiane del 2016.

Noi speriamo che vada sempre tutto meglio. Lo aspettiamo a Roma il 22 ottobre. Quel giorno gli offriremo una bella Carbonara.

dsc_3007-copy

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *