Intervista a Fabrizio Cammarata | Of Shadows

È uscito lo scorso 17 Novembre  Of Shadows, nuovo album dell’artista palermitano, un album che ci insegna a dipingere la nostra anima guardandola in faccia senza giudicarla, anche quando si presenta scura o ostile, perché anche quei lati hanno un colore e una propria bellezza ma soprattutto ci aiutano a rivelare l’altra parte di noi, quella luminosa e chiara. E’ insomma il classico gioco dei contrasti che ci porta ad apprezzare la felicità solo dopo aver affrontato la tristezza e la parte buia del nostro essere.

Fabrizio Cammarata è quel genere di artista che vorresti incontrare dentro una chiesa sperduta in qualche paese ancora più sperduto del nord Europa, dove fuori fa buio presto o forse non c’e’ mai luce. Solo gelo intorno ed oltre a questo anche il freddo tipico delle chiese , con le luci oscillanti delle candele sotto gli occhi di una Madonna di porcellana che ti osserva mentre cammini da solo lungo la navata. Poi però senti la sua voce uscire dal buio, quella voce che ti fa inchiodare e sa prenderti per mano. È proprio questo quello che gli riesce meglio con la sua musica, e ancora di più in questo album, Of Shadows : sa farti entrare nel suo mondo, nella sua intimità artistica, nella ricerca del bello. E questo è ormai sempre più difficile da trovare.

Of Shadows, il tuo ultimo disco uscito 800A Records e prodotto da Dani Castelar, è un album fatto di canzoni più intime e alcune sembrano quasi sussurrate, o sei arrivato semplicemente ad una fase musicale più  matura?

Semplicemente sono cresciuto, ho iniziato la carriera musicale a 23 anni quindi un ragazzo, ora ne ho 35 e sono un uomo a tutti gli effetti, che mi piaccia o no. La mia crescita la intendo più che altro come mancanza di paura e vergogna di esprimermi, di cercare stili ed esplorare in me stesso fino a raggiungere intimita’ con la mia persona. Questo ha portato a far aprire il ventaglio delle possibilità espressive ed ho cominciato così ad interessarmi anche a tante altre forme d’arte riportandole nella musica, come la fotografia, il cinema ecc. Sono tutte cose che ho iniziato ad usare per esprimere me stesso anche perché la mia musica e’ una descrizione dell’ anima e chi l’ascolta ha più o meno chiaro quale sia il mio vissuto o lo stato d’animo di quel momento.

Grande apprezzamento per la grafica che stai utilizzando per pubblicizzare il tuo nuovo album. Sei sempre stato amante dell’arte e della fotografia collaborando con artisti palermitani e non solo. Quanto questo è presente ed importante nelle tue canzoni?

Per risponderti parto da una domanda che mi fanno spesso e che diventa l’esempio perfetto per darti di conseguenza una risposta ; mi chiedono se mi sento un musicista. Ecco, io a questa domanda rispondo sempre di no perché, se devo essere sincero, quando penso ad un musicista penso ad una persona che ha studiato e che sa comunicare perfettamente con il suo strumento. Penso ad una persona che , se la metti sul palco con la sua chitarra (per esempio), può andare dietro anche ad altri strumenti e musicisti senza bisogno di provare più volte. Io tutto questo non lo so fare. Io utilizzo dei mezzi per esprimere me stesso e questo lo faccio a volte con la chitarra, altre ho bisogno di mezzi differenti come la macchina fotografica. Questo per dirti che ogni canzone non è solo una struttura fatta di strofa / ritornello / bridge / strofa / ritornello e bridge ma è per me un’immagine visiva. La fotografia quindi, intesa come forma d’immagine, e’ fondamentale nella mia musica, soprattutto quando entro nel vivo della performance live. Infatti ogni volta che concepisco un brano ho un’immagine o una fotografia oppure una scena davanti agli occhi che magari invento o appartiene ad un ricordo. Tra tutte queste forme d’arte non trovo confini ma credo che siano profondamente legate tra di loro. Questo mi porta a collaborare con diversi artisti, tra cui negli ultimi tempi in particolare con Ignazio Mortellaro che sulle ombre e sulle luci ha fatto un grande lavoro e ricerca, o Emanuela Di Pisa (autrice dei miei ultimi videoclip), con il suo stile estetico minimale che potrebbe parlare da solo senza bisogno di una mia canzone in sottofondo, Luca Lucchesi altro regista che ha un approccio più cinematico. Mi servono tutti perché non potrei mai fare un video da solo o sviluppare l’estetica che ho in mente da solo.

Ricordo quando mi hai raccontato di quella volta che ti trovavi in un albergo in Spagna e non riuscivi a dormire. Hai iniziato a concentrarti sulla proiezione di alcune ombre in movimento sul tuo letto (probabilmente provenienti da alcune luci della strada). È lì che hai scritto di getto la canzone Long shadows. Poi c’è stata la scelta del titolo dell’album “Of Shadows” appunto. Cosa sono queste ombre per te? Che valore hanno?

Le ombre sono la parte più interessante della luce. Sono la parte più impegnativa ma che ti permette di accedere ad una conoscenza più profonda. Non è un caso che io abbia scelto questo tema. Pensa al caso delle eclissi: sono rare e complicate ma permettono la visione di un qualcosa che altrimenti rimarrebbe a noi oscuro nel senso di sconosciuto. Rivelano una parte del sole o della luna che normalmente a noi non sarebbe visibile, e rivelano soprattutto le loro imperfezioni, le loro caducità. Ho preso spunto da tutto ciò per capire se una ricerca delle ombre dell’anima può portare a questa stessa consapevolezza. Credo di sì e credo si possa chiamare in tanti modi:  autoanalisi o meditazione per esempio. Io ho imparato a non sottrarmi alle ombre, ho imparato a conviverci, ho imparato a descriverle nel loro insieme. “Long shadows” è, non a caso, la prima canzone di questo album ed è anche l’incipit di tutto il progetto in questione. Queste canzoni sono tra di loro molto diverse ma esiste anche una forte omogeneità. Probabilmente infatti questo album sarà  il primo capitolo di una trilogia in cui andrò ad indagare cose relative alla luce, ai colori o a tutto ciò che possiamo trovare quando dipingiamo la nostra anima. 

Qual è  il  brano di Of Shadows che meglio riassume alcuni elementi figurativi che utilizzi per esempio nella fotografia (come il bianco e il nero, la semplicità e la bellezza di un corpo nudo che si presta all’occhio fotografico di un’altra persona)?

Probabilmente è proprio “Long Shadows”. In questo caso lo vedo come uno di quegli autoritratti di nudo che si faceva Francesca Woodman ( fotografa statunitense morta suicida giovanissima ndr). Lei lo faceva in maniera ossessiva quasi per andare oltre la barriera del corpo, per entrare a guardarsi dentro, per capire se dentro di se’ dentro al proprio corpo potesse trovare una spiegazione dell’ essere. In quel brano mi sono messo a nudo senza vergogna, ho dato veramente tutto me stesso. Mi piace pensare in questo caso di essere stato un nudista musicale! 

Ormai ti stai dedicando pienamente alla lingua inglese, dopo il trascorso con Di Martino con il quale avete toccato il mondo messicano. Come si colloca la tua musica nel panorama italiano oggi?

Non è mai stata una scelta ma più che altro una condizione perché è una lingua a cui sono stato abituato fin da piccolo, mi ci sono da subito riconosciuto. Si è vero, sono nato e cresciuto a Palermo ma ho viaggiato tanto e le canzoni di Bob Dylan o Bob Marley sono state per me da subito casa! Così come non ho scelto di suonare la chitarra o cantare ma mi ci sono ritrovato. Questo non significa che non scriverò mai in italiano. Per quanto riguarda il panorama musicale italiano non saprei proprio dirti dove mi colloco, spesso non so neanche chi ci sia attualmente. Con Di Martino quest’anno ho suonato in vari contesti musicali e festival in cui ho scoperto gente famosissima ma che io personalmente non avevo mai sentito prima di allora. Non è servito questo però per farmi capire dove posso collocarmi. Viaggio tanto e anche questo non mi aiuta a capirlo. Sono sicuramente molto fan di Di Martino, degli Omosumo e di Angelo Sicurella.

Grazie a Fabrizio Cammarata, questa è proprio “Long Shadows”

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