Cass McCombs & Adriano Viterbini @Monk 09/02/2017

«Scrivere di musica è come ballare di architettura.»

Per me che provo a fare il giornalista musicale, il celebre aforisma di Frank Zappa (tra l’altro uno dei miei miti inossidabili) non rappresenta solo una provocazione ma, soprattutto, una sfida. Perché poi scrivere è come parlare, e se non potessi parlare della musica, che è la mia vita, non avrei il bisogno di dire quasi nulla. Detto questo, dopo il concerto dell’altra sera al Monk, mi sono ritrovato, cercandole, senza parole.

Apre Adriano Viterbini (dei Bud Spencer Blues Explosion) accompagnato da Jose Ramon Caraballo Armas, insieme, i Los Indimenticables (o Tubi Innocenti?): Viterbini alla chitarra, Caraballo alle percussioni e tromba. Per motivi di onestà intellettuale, devo svelare la mia più completa ignoranza per quanto riguarda i due musicisti, almeno prima dell’esplosione blues dell’altra sera. Sono cresciuto a pane e Rolling Stones, ed alle novità o sensazioni italiane ho sempre preferito quelle internazionali, vedi musicisti californiani quali Elliott Smith, o lo stesso Cass McCombs, che nel nostro Paese non sono proprio sulla bocca di tutti. Ora potrei parlarvi della scaletta, del mix di blues e sound sud americano, della presenza incredibile del duo sul palco, o magari dell’amplificatore mai visto usato da Viterbini; e gli scambi fra chitarra e tromba, ed uno slide che neanche Junior Kimbrough, e la voce di Caraballo, che sembrava avesse quattro mani con quei tamburi… ma tutto ciò non avrebbe alcun senso (ed anche al di sopra delle mie capacità descrittive), perché non si può raccontare ciò che merita solamente di essere vissuto. La verità, è che mi sto parando il cosiddetto: ascoltavo i brani per la prima volta, e adesso che li sento direttamente dall’album, non saprei ricollocarli all’interno della serata. Ergo io la scaletta non me la ricordo.

Al contrario, per quel che riguarda l’ultimo lavoro in studio di Viterbini, Film/O/Sound, sono ora preparatissimo, visto l’ascolto in loop dopo l’hipsterissimo acquisto del vinile a fine serata. Prodotto da Bomba Dischi (non solo: tra i nomi dei musicisti spunta quello di Davide Caucci, uno dei fondatori dell’etichetta, ed a loro è attribuita anche la direzione artistica dell’LP), il disco è un’ode alle radici blues ed una celebre citazione di Herman Hesse (vedi il brano “Solo Perle”). Io sono commosso dal fatto che esista un album blues italiano così bello, con annessa dedica ad uno dei miei scrittori preferiti. Sono abbastanza sicuro che i pezzi “Malaika”, “Tubi Innocenti” e “Tunga Magni”, abbiano fatto parte del concerto al Monk, ma l’impatto live è stato completamente diverso. Del resto, quando in due riesci a riempire ed animare una sala, qualcosa di buono la starai pur facendo. Detto questo, che poi non è molto, Adriano e Ramon ci salutano con il pubblico urlante ed estasiato, avido di almeno un’altra ora di concerto.

Quando sei sicuro che il prossimo artista a salire sul palco non possa che essere all’altezza di chi è appena uscito, perché uno dei cantautori americani più celebrati (almeno dalla critica) degli ultimi dieci anni, sai di dover mandare un ringraziamento particolare a chi questa serata l’ha resa possibile. Quindi grazie a DNA Concerti, Bomba Dischi, e al Monk.

Ora proviamo a ballare di architettura. In tour per la promozione del suo nuovo album, Mangy Love, Cass McCombs apre con una delle canzoni più potenti che abbia mai scritto, “Bum bum bum”. Titolo ma anche ritornello del mondo sempre in guerra descritto nel testo, perché la penna di McCombs è quella di un uomo alla soglia dei quarant’anni non in grado di ignorare la realtà politica del suo paese. Il primo pezzo con cui l’artista ci mostra la sua anima più rock è “Rancid Girl”, quella che potremo definire la sorella spirituale della “Stupid Girl” di Neil Young, caratterizzata da un rabbioso riff blues e lo sfogo con una diciassettenne. “Medusa’s Outhouse” è la psichedelia che cercavamo tra le ballate di Wit’s End, con la provocatoria linea di testo “if it’s so easy, you try”. Con “Cry” e “Run Sister Run” emergono tutte le qualità della band e la sintonia fra i vari componenti, insieme al bellissimo lavoro di produzione da parte di Rob Schnapf (storico collaboratore di Elliott Smith). L’ultimo pezzo prima dell’encore è stato forse il più conosciuto di McCombs, “County Line”, una canzone figlia di un altro tempo, languida ed eterea, gli aggettivi più usati per descrivere tutta l’opera del musicista. Cass McCombs e band tornano sul palco per chiudere definitivamente la serata con “Big Wheel”, che da il nome anche al loro ultimo LP, uno stomp rock figlio dell’esplorazione del mid-west americano. Con i dodici brani eseguiti, McCombs ha spaziato tra più generi, suonando in maniera impeccabile, alternando storie dal mondo a quelle più intime, lasciandoci con quella sensazione di malinconia che pervade la sua musica.

Questa è una di quelle serate che ti spaventa in vista delle prossime, perché alzano l’asticella, e ti spingono a chiederti come si possa andare oltre e quale artista debba suonare, per poter creare altri ricordi di simile portata. Il caso vuole che il Monk non abbia ancora chiuso, e se il prossimo concerto non sarà indimenticabile, sono fiducioso verrà ricordato per molto tempo.

Foto di Elisa Scapicchio

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