Coez @ Internazionali BNL

RB_Coez

RB_CoezCoez ormai è di tutti. E te ne accorgi quando ti trovi a condividere il parterre con Flaminia, Claudia, Virginia e Ginevra; con le Hogan, le giacche di lino beige, le camicie bianche, le birre a 10 euro, quando ti controllano la borsa prima di entrare, quando i bagni sono pulitissimi. Quando, insomma, sei a Roma Nord. Arrivata a 31 anni ho imparato a gestire molte situazioni di disagio e ho capito che, se non riesco a provare empatia con la platea per una questione anagrafica e/o di appartenenza rionale, posso sempre cercare di mettermi nei panni dell’artista. E la prima domanda che mi pongo è: cosa succede se un musicista non si riconosce nel pubblico che ha davanti a sé? Lo ama incondizionatamente perché è comunque “gente” che paga, condivide, mette “like”, ti “instagramma” e ti vuole bene? Oppure lo critica e si maledice? Insomma, è giusto che delle canzoni nate da un contesto, una realtà, una strada,  un sottoscala vengano prese, diffuse, masticate, snaturate? Se io scrivo di un dolore, non mi rode il culo che a cantare con me, sotto il palco, ci sia un coglione?  O forse è vero che un’opera d’arte, di qualsiasi natura essa sia, una volta rilasciata è patrimonio di chi ne fruisce?

Mentre cerco la risposta,  il concerto inizia. Da subito si percepisce che si tratta di uno show più pensato, curato e centrato rispetto al passato. Si intravede, cioè, la Grande Macchina Organizzativa che si muove dietro: le prove, la consapevolezza, una migliore intonazione e lo studio di gesti che – magia!- danno l’illusione di essere spontanei.

Coez è l’incarnazione del brutto anatroccolo. Dopo anni di militanza nel mondo del rap romano underground con i Circolo Vizioso (prima) e i Brokenspeakers (poi), fa quello che non si dovrebbe mai fare nell’ambito hip hop: altro. Già è difficile per un musicista (ancora, provo simpatia per loro) esplorare nuove e incerte strade: figuriamoci se i tuoi “colleghi”, o “fratelli” –che a quanto pare sono tantissimi, (e dire che per me uno è pure troppo)- sono sul “chi va là”, pronti ad accusarti di alto tradimento e a seppellirti sotto una montagna di dissing.  Dopo alcuni tentativi iniziali da solista nei quali, in realtà, la strada maestra del rap non è mai stata abbandonata, arriva “Non erano fiori”. Che non è un disco rap, che non è un disco pop, che non è un disco di cantautorato. Grazie alla collaborazione con Riccardo Sinigallia, Coez si trasforma in altro. Qualcosa di diverso che, inizialmente, i “fratelli” anatroccoli non riconoscono e che, poi, si rivela essere un cigno.

Coez ha superato la linea. Con ostinazione e perseveranza è passato da reietto a re. Ora, il figo è lui.

Non ho mai ascoltato il rap, neanche quando avrei dovuto farlo. Quando, cioè, erano gli anni ’90 e quando il mio fidanzatino andava ai concerti del Rome Zoo all’Alpheus. Ho sempre trovato ridicole le pose, le espressioni, il “su le mani”, il “fate ohh”, l’abbigliamento, la faccia da finti cattivi, gli indici puntati. Eppure, come ogni cosa che mi repelle, mi rende vittima di una certa fascinazione. E quindi mi ritrovo a sorridere di alcune dinamiche sul palco mentre, però, resto imbambolata. Soprattutto quando arriva il primo ospite (che i miei amici mi dicono essere Gemello del TruceKlan): teso, cattivo, con la voce che fa paura e tanto, tanto veleno senza un indirizzo esatto. Parte anche una bestemmia che viene immediatamente rettificata, visto il contesto.

Residui di un passato che, come ogni passato, passato non è. Siamo quello che eravamo, saremo quello che siamo. Ecco, Coez si trova nella terra di mezzo: è nel suo presente. Il riconoscimento è quello di aver creato qualcosa che, a mio avviso, prima non c’era.  Qualcosa di indefinibile e, per questo, destinato a vivere solo nel momento. Nei 3 minuti e 47 di Ali sporche (eseguita, tra l’altro, due volte) che non è una canzone rap e non è una canzone pop, nei ritornelli catchy di Hangover o Forever Alone seguiti dall’oscura Dramma nero e in quel “daradadum”, nella title track che sembra un divertissement, nei testi in bilico perfetto tra la boiata e la bellezza.

Ecco, per me il live di Coez è un’esperienza funambolesca durante la quale cerco l’equilibrio tra lo scivolone e la catarsi. Mi riconosco in alcune frasi e immagini e poi, in alcuni momenti, mi chiamo  fuori. Ma forse è un problema solo mio, visto che il pubblico –felice- canta, salta, si abbraccia, fotografa, instagramma, condivide, twitta etc etc

Di nuovo, a fine concerto, mi metto panni dell’artista. Come supererà il momento perfetto ma effimero della trasformazione, cosa diventerà?

Mentre me lo chiedo, iniziano a suonare i Frank Sent Us che sanciscono subito l’ora di andare via.

C’è chi resta a ciondolare completamente all’oscuro di cosa stia ascoltando, chi deve scappare perché quella di biologia interroga in prima ora e chi, come me, preferisce andare al Gianicolo a bere una Beck’s a soli 4 euro.

Valentina Mariani

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