COSMOTRONIC | Un dj alla Feltrinelli

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È passato più di un anno da L’ultima festa, e di Cosmo si parla dappertutto, già da quando le radio passavano “Sei la mia città”, ma anche prima, quando sentiva le voci, anche prima, quando girava in tour con i Drink To Me: Cosmo c’è sempre stato e c’è sempre stato a fare questa cosa della musica, e adesso che lo conosce anche mia mamma – la quale al telefono mi spiega di aver letto un’intervista dove (Cosmo) racconta il non aver mai pensato di poter vivere di musica – adesso questa cosa la può fare come fanno gli artisti.

Cosmotronic (42Records) è l’anima pop di Marco Bianchi che non si chiude in sé stessa, ma spinge per mettere a fuoco territori inesplorati. Pezzi più liberi, strumentali dalla produzione meticolosa e con un cantato meno presente, lanciati in ritmi da club.

Ogni traccia è una storia a sé, con situazioni sentimentali altalenanti, cronache di momenti confidenziali in cui sembra che Cosmo non si accorga di venire registrato. Poche certezze, insomma, ma che si fanno sentire in mezzo al delirio, che è lo stesso per tutti si presume, almeno adesso, dato che siamo qui alla presentazione del disco alla Feltrinelli di Appia Nuova, insieme a un centinaio di persone.

Troviamo un Cosmo preso dalla contentezza: vestito a festa da calcetto, si piazza alla Console in cima alla scalinata della libreria, e inizia a scaldarsi con delle basi strumentali (“Ivrea Bangkok”) e a chiamare la gente attorno.

 

E’ l’euforia dell’happening, siamo in una libreria e stiamo sentendo della musica elettronica che spinge al limite le casse del negozio. Mi chiedo come sia nato tutto questo, e soprattutto quanto ci tenevano i proprietari ad accogliere questa sperimentazione assurda, anche comica. Marco ha gli occhi puntati addosso, spaesati di fronte a una trasgressione dal sapore liceale. Tutto porta a far proseguire questo piacere. La scaletta comprende gran parte dei pezzi dell’album, tenuti a regime dal vocalist che taglia e cuce i diversi momenti. In “Barbara”, canzone in cui campiona la mamma, si sente l’agitazione dell’elettronica e il ripetersi di una frase sfuocata che diventa un mantra da ballare sul posto. Il momento caldo arriva con “Tristan Zarra”, provocatoria e delirante, un flusso di coscienza sulla vita che parla attraverso campionamenti ora impersonali, ora dolcemente infantili; e con “Turbo”, la hit che non avevo capito ma che sapevo mi avrebbe stupito dal vivo.

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Finisce la festa dopo un bis reclamato che pesca dal disco “Tu non sei tu”, però solo quella che alle 8 la Feltrinelli chiude e noi ci dobbiamo andare a far firmare i dischi.

Per concludere, se in Italia non vi va bene neanche Cosmo, io non so più cosa dirvi.

 

 

 

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