Live Report: Crosby, Stills & Nash@Auditorium Parco della Musica Roma, 19 luglio 2013

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222_ex_PerVoiGiovaniPer voi giovani. Sembra fatto apposta, ma il titolo della splendida mostra fotografica di Carlo Massarini e Claudio Rocchi, ospitata dall’Auditorium e visitata da chi vi scrive, nell’attesa del concerto di Crosby, Stills & Nash il 19 luglio alla Cavea del Parco della Musica di Roma, sarebbe il titolo ideale dello show del trio anglo-americano. Un live per giovani, che si abbia 20 oppure 70 anni poco importa, quando le armonie West Coast incantano e le zampate elettriche fulminano anima e cuore. L’esame del pubblico conferma quanto appena detto: si va dalle facce – in discreta maggioranza – dei fan storici di CSN si mescolano a quelle di chi i tre cantori dell’hippie dream li ha scoperti magari dietro suggerimento dei genitori, degli zii o dei nonni.

Alla prima categoria appartiene Pietro, il mio vicino di posto, che, insieme alla moglie, con entusiasmo adolescenziale rievoca i ricordi di un ragazzo dei Sixties alle prese con il live dei Beatles al Cinema Adriano e con quella volta in cui Jimi Hendrix suonò al Titan di Roma con un trio improvvisato. Il racconto scalda il pre-concerto fino alle 21.30, quando cala il buio sulle gradinate (praticamente sold out) e si accende il palco.

CSNCarry On (da Déjà vu, primo disco dei tre come CSN&Y insieme all’amico Neil Young del 1970) è l’apertura, quasi l’inno di chi, anche per business ma soprattutto per passione, continua a portare avanti da oltre quarant’anni la propria avventura musicale. Sono le tre voci a sorprendere, per l’intatta bellezza dell’armonia, guidata dalla nasalità scintillante di Graham Nash, sorretta dalla voce mediana psichedelica di un David Crosby a dir poco tonico, e impreziosita dai ruggiti blues di Stephen Stills, a tratti un po’ in affanno, ma in grado di regalare solismi chitarristici ancora impressionanti.

L’aria della contestazione degli anni Sessanta impregna la successiva Military Madness, dall’album d’esordio di Nash, Songs for Beginners, mentre uno dei primi acuti della serata arriva con Long Time Gone, di Crosby, da CSN del ’69: le atmosfere blues esaltano la calda voce del 72enne cantautore losangelino, tanto che Nash, da bravo “presentatore”, sollecita l’applauso della folla. It’s not raining like Woodstock, ironizza poi Graham, prima di attaccare un’altra perla come “Just A Song Before I Go”, malinconica pop-song da applausi. Segue Southern Cross, romantica storia di un marinaio innamorato, dedicata da Stills a “Captain” Crosby. I tre tappeti su cui sono rispettivamente posizionati i tre musicisti ora diventano due per l’eterea Lay Me Down, affidata al duo Crosby-Nash e offerta come omaggio “to Adolfo and Luisa”, due fan italiani.

Si torna a salire di tono con Our House, probabilmente il capolavoro melodico di Graham, puro distillato di sentimento in salsa beatlesiana: meritata standing ovation. Qui la dedica è per la nostrana Sofia Loren, per la quale Nash ammette di aver avuto “a crush” negli anni Sessanta. La palla torna di nuovo all’ex-Byrds, in ottima forma anche come showman, come testimonia l’introduzione parlata a Time I Have, una sua nuova canzone. Altro recente parto creativo è Exit Zero, di Nash, prima di rivedere Stills librarsi negli scoppiettanti voli a sei corde di Bluebird, brano risalente addirittura all’esperienza con i Buffalo Springfield a metà anni ’60. Il misticismo di Crosby marchia indelebilmente Marrakech Express, che si dilata a includere sia gli arabeschi di Stills sia gli assoli jazzati degli altri membri della band. È Nash a presentarli: alla batteria Stevie Di Stanislao, già con Sting e David Gilmour, al basso Kevin McCormick, alle chitarre Shane Fontayne, ex-chitarrista di Bruce Springsteen, all’hammond e alle tastiere Todd Caldwell, per finire con James Raymond, figlio naturale di Crosby e da anni in tour con lui. Una spumeggiante versione caraibica di Love the one you’re with conclude la prima parte del set.

crosbystillsnashDopo venti minuti, si ritorna all’età dell’oro con una nuova carrellata di classici: inizia un divertito Stills (che ringrazia così il pubblico: “It’s a pleasure to play with you”) con Helplessly Hoping e Nash rilancia con l’emozionante Teach your children, cantata all’unisono dall’intera Cavea. Spazio ancora a Stills, che gigioneggia da par suo su Treetop Flyer, lungo e ruvido blues da saloon, lasciando poi spazio al duo Crosby-Nash. Solo le due voci a disegnare celestiali traiettorie in What Are Their Names (da If I Could Only Remember My Name, primo disco solista di Crosby) e a inerpicarsi fra le vette armoniche di un’altra gemma come Guinnevere. Burning for the Buddha è un altro pezzo nuovo dell’ex-Hollies, il migliore di quelli proposti nel corso del live e un’ottima transizione prima di Triad, uno dei capolavori di Crosby, proposto qui nella versione dei Jefferson Airplane, un torrido funk che esalta la sensualità del triangolo amoroso evocato dal testo.

Siamo all’apice del concerto: l’epopea di Cathedral, dall’incipit orchestrale all’esplosione ritmica finale, trascina gli spettatori, che scandiscono parola per parola l’inno pacifista per eccellenza che è Chicago di Nash e infine saltano in piedi di fronte alla monumentale prova di Crosby in Almost Cut My Hair, con tanto di acuto finale.

La scaletta “ufficiale” è chiusa da Wooden Ships, jam psichedelica firmata ancora dal baffuto cantautore californiano e momento ideale per sfoggiare le grandi qualità della band, dove ogni membro si cimenta in un assolo, quasi a ribadire la propria importanza per la riuscita dell’esibizione complessiva. A questo punto sembrerebbe calare il sipario sullo show.

Ma un concerto di CSN può finire senza Suite: Judy Blue Eyes? Assolutamente no, rispondono sia il pubblico sia i tre cantautori, che ritornano on stage tutti insieme per intonare l’epica suite: oltre otto minuti di sarabanda, in bilico fra le evoluzioni acustiche di Stills, la vitalità di Nash e un Crosby sornione. Una summa di una serata indimenticabile, per noi giovani.

Gianluca Marchionne

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