The Dandy Warhols | Rome Psych Fest @Monk 17/02/17

«…The Dandy Warhols Came Down»

Direttamente da Portland, Oregon, ed in occasione del Rome Psych Fest, ecco a voi Courtney Taylor, Peter Holmström, Zia McCabe e Brent deBoer: ladies & gentlemen, i Dandy Warhols.

Quando penso ad una band longeva, i Dandy Warhols non sono i primi a venirmi in mente ma, per fortuna, esiste la loro discografia a ricordarmi che, questi quattro non più così giovani musicisti, sono oramai giunti al loro ventesimo anno di carriera. Ventidue se contiamo Dandys Rule ok del ’95, uscito prima della firma con la Capitol Records. In entrambe i casi, non sono molte le band che possono festeggiare il quinto di secolo e, con il quasi «completamente sold out» dell’altra sera al Monk, hanno dimostrato (almeno a noi romani) di non essere solo «quelli di Bohemian Like You».

Si parte con uno dei classici, “Be-In”, già brano di apertura del primo album rilasciato con la Capitol Records, lo psichedelico …The Dandy Warhols Come DownSegue “Crack Cocaine Rager”che chiarisce ogni dubbio, per chi ancora li avesse, sull’uso di droga da parte della band. Il prossimo pezzo, “Get Off” singolo tratto dal disco della consacrazione 13 Tales From Urban Bohemia, è uno di quelli su cui sono più in conflitto: apprezzo il ritmo, il ritornello orecchiabile, la melodia, etc.etc. ma, come direbbe Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre, alla fine questa è una canzone con due accordi ed un testo che al secondo ascolto lascia quanto meno perplessi («hot diggity dog»). Da una delle più discusse, ad una delle più celebrate, “Not If You Were The Last Junkie On Earth”, singolo di punta prima dell’uscita di “Bohemian”, e sicuramente anche uno dei testi più irriverenti di Courtney Taylor. A questo punto, i Dandy Warhols decidono di suonare qualche nuovo singolo, brani leggeri, specialmente STYGGO, tipo rock da spiaggia durante un tramonto californiano, insomma perfetti per la colonna sonora di The O.C. (e non fate finta di non sapere cos’è). A dire il vero, i toni non cambiano molto nei prossimi due pezzi, “Plan A” e “Holding Me Up”, voci soffuse, riff in loop e la tastiera spaziale di Zia. Dopodiché la band lascia Courtney da solo sul palco, con l’impressione che il tutto non fosse sceneggiato, ma è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare, ed il cantante riesce ad intrattenere un pubblico alquanto confuso con due classici di repertorio: “Everyday Should Be A Holiday” (sentimento facilmente condivisibile) e “Welcome To The Monkey House”.

Il resto della scaletta, una volta rientrati gli altri membri del gruppo, è un susseguirsi di brani che hanno portato la band al successo internazionale, prima su tutte “Bohemian Like You”, sul cui attacco la sala è letteralmente impazzita. Personalmente, trovo “Godless” e “Boys Better” dei brani di gran lunga superiori, liberi dalla necessità di essere hit, e che esprimono la vera anima della band. Preferisco il lato prog rock revivalista del gruppo di Portland, rispetto al sound più soft acclamato dal pubblico, ma capisco anche le esigenze di un’artista stufo di far fatica con le bollette a fine mese. Mantenere la propria integrità artistica ed allo stesso tempo raggiungere il maggior numero di persone possibile non è semplice, tutt’altro, e come molti altri, i Dandy a volte ci sono riusciti, altre no.

Riflessioni finali post-trauma psichedelico.    

Per uno come me, a cui piace studiare mezzi di informazione e la loro relazione con la musica (come ad esempio la radio), il concerto, e la parabola, dei Dandy Warhols rappresentano l’occasione perfetta per scrivere dell’influenza di TV e pubblicità, di conseguenza anche di «grandi imprese», sulla musica popolare, o mainstream. Per chi non lo ricordasse, prima di 13 Tales From Urban Bohemia e conseguente pubblicità della Vodafone (featuring “Bohemian Like You” come colonna sonora), i Dandy Warhols in America vendevano pochissimo, ed in Europa non li conosceva propio nessuno. Questo particolare momento della loro carriera è descritto benissimo nel film/documentario Dig!: dal quasi scioglimento, ai live nei maggiori festival europei. Fatte queste considerazioni, è sorto spontaneo il dubbio sull’effettive motivazioni della presenza di cotanto pubblico: erano qui per i Dandy Warhols, o per “Bohemian Like You”? Perché fan assidui conoscitori dell’intero catalogo, o perché il locale è figo ed era un Venerdì? Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma continuo a pensare che senza la tanto agognata hit, la sala sarebbe stata mezza vuota (o mezza piena, se vi sentite ottimisti). La distinzione non è rilevante ai fini dello svolgimento della serata o del successo della band, piuttosto serve a capire quanto detto sopra riguardo a TV e pubblicità. Questo avveniva quindici anni fa, quando ancora dovevano esplodere fenomeni come YouTube e lo streaming più in generale. Alla fine, però, quello che conta è che i Dandy Warhols sono un gruppo che spacca, ed insieme a band come gli Strokes BRMC, mi hanno salvato dal pop inutile di inizio millennio delle Spice Girls & co.

Foto di Elisa Scapicchio

  

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