De Gregori live non tradisce mai!

Sulla Strada tourE’ la quarta volta che vedo De Gregori dal vivo e devo dire che lo spettacolo è sempre emozionante.
Naturalmente ha eseguito sia i classici che i pezzi del nuovo album, anche se non tutti.
Il nuovo album a mio parere è il migliore tra quelli dei grandi usciti nello stesso periodo: Guccini e Battiato hanno prodotto due album e un mio relativo parere negativo, mentre questo di De Gregori si ascolta tranquillamente, è ben suonato e ben confezionato.
Forse mi è piaciuto di più anche di Tempest, album di Bob Dylan già visto e rivisto, con una voce ormai al limite del godibile e con un ultimo brano che addirittura ricorda le note di Generale.
La prima canzone che il Principe esegue puntuale alle 21:30 è l’omonima dell’album: Sulla Strada.
L’Atlantico è grande, sono tutti in piedi, con ogni probabilità è un capannone riallestito, nel complesso un apprezzabile locale. Le locandine che lo rivestono annunciano un imminente concerto di Satriani.
La serata inizia con le ultime canzoni: l’atmosferica Belle Epoque, Passo d’Uomo, Falso Movimento, la spocchiosa Guarda Che Non Sono Io.
Dalla De GregoriInoltre da quando il nostro suona il piano ai concerti regala bellissimi momenti: intona di seguito Sempre E Per Sempre, La Storia, Santa Lucia e l’omaggio a Dalla sul fischio di Com’è Profondo Il Mare. E pensare che l’ultima volta li avevo visti insieme al Gran Teatro e al PrimoMaggio… Ovazione del pubblico!
Vai In Africa, Celestino! è sempre evitabile per quanto mi riguarda e potrebbe essere sostituita da Alice o La Leva Calcistica Del ’68, e invece…
Ci si consola con Viva l’Italia, Generale, Bellamore e la nuova Showtime (non male!).
I musicisti sono bravi, otto in totale, c’è anche una violinista. De Gregori si concede poco al pubblico, come sempre.
Il finale-bis riserva i pezzi più noti: La Donna Cannone, Rimmel, Buonanotte Fiorellino eseguita due volte di seguito, in modo classico e nella versione più veloce con la citazione di Everybody Must Get Stoned di Dylan.
Dulcis in fundo scende la palla argentata anni ’80, inizia a girare e partono delle note anni ’60: I Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. La voce non è quella adatta, ma il momento è magico, il pubblico addirittura la canta.
Due ore di concerto.
Fine.
A.P.

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