Brunori Sas | A casa tutto bene

Dal 2009 ad oggi ne è passato di tempo. Da la «spiaggia di Guardia rovente che era piena di gente» dove la carne bruciava con le canne, all’ «Io che sorseggio l’ennesimo amaro seduto a un tavolo sui Navigli pensando: in fondo va tutto bene» se n’è fatta di strada:  1.129,8 Km dividono Lamezia da Milano, percorrendo tutta l’Italia.

È in questi anni, attraverso questi chilometri che Dario Brunori ha raggiunto la sua maturità artistica, confermandosi uno dei maggiori esponenti della scena indipendente italiana, e uno dei più brillanti cantautori dei nostri tempi.

A casa tutto bene ci è stato donato lo scorso 20 gennaio. A distanza di tre anni dall’ultimo disco Il cammino di Santiago in taxi, Vol.3, il cantautore Calabrese si è mostrato diverso, per stile e tematiche affrontate; non è più il solito burlone “scanzonato e ironico” che tendeva a raccontare con spensieratezza scherzosa sofferenze e gioie, regalandoci un disco maturo e di responsabilità adulta. Quasi avesse voluto rimettersi nuovamente alla prova, come se ce ne fosse bisogno, per dimostrarsi capace di reagire alle infamie della storia e alle esigenze personali e artistiche, che, gioco forza cambiano parallelamente al cambiamento naturale di una persona. Una liberazione, un guanto di sfida all’ “uomo nero” che ci tormentava da bambini, nascosto dietro le porte e negli armadi e che continua, a distanza d’anni, a barba lunga e capelli bianchi, a spuntare continuamente dai luoghi bui delle nostre camere da letto e dai meandri dei nostri pensieri più tetri. La paura, d’altronde, è l’unico sentimento che si muove costante sull’asse del tempo, che sbeffeggia la differenza d’età, che mette sullo stesso piano Davide e Golia.

Il tema principale dell’ultimo album d’inediti della Brunori Sas è proprio la paura, in tutte le sue sfumature:«Il disco è diventato così un tentativo di affrontare in modo diretto le mie ansie, senza filtri poetici o paradossi ironici. Un modo per esorcizzare le mie paure personali, che spesso e volentieri coincidono con quelle del mondo che ho intorno» risponde il cantautore in una delle sue interviste. I timori e le ansie che tormentano Brunori sono proprie della contemporaneità, la ovvia conseguenza di questi anni bugiardi che ci accomunano; dalla paura del terrorismo mediatico colta superficialmente: «Quando ho temuto per la mia vita, seduto su un autobus di Milano, solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare dicendo il corano» come recita nel brano “L’uomo nero”; fino alla paura di osare, di perdere qualcosa o qualcuno, di smentirsi e ricominciare, di deludere le aspettative e non essere pronto per le sfide future ed imminenti, alla paura della giovinezza finita o che sta per finire. La paura come prima cosa, di affrontare la paura stessa: ed è qui che nel quarto ed ultimo album di Dario Brunori, subentra il coraggio. La forza appunto di affrontare il lato oscuro, di fronteggiare i timori e le angosce di una società in bilico che spesso per auto-tranquillizzarsi è costretta a mentire e smentire quegli ideali che stentano a rimanere saldi, ricadendo in pleonasmi ridondanti, incoraggiando inconsapevolmente chi delle nostre ansie si nutre: «Secondo me hanno ragione anche i vegani, ci incazziamo per i cani abbandonati poi ci ingozziamo di insaccati e in fondo dai, parliamo sempre di Salvini, di immigrati e clandestini ma in un campo rifugiati a noi non ci hanno visto mai» intona nel brano “Secondo me”.

A casa tutto bene come dice l’autore stesso, nasce dall’attrito fra la necessità di uscire di casa e la naturale tendenza al rifugio domestico, forse per questo motivo, per mettere insieme i pezzi di questo puzzle Brunori ha riunito la sua band e il genio di Taketo Gohara alla produzione, decidendo di “Chiudersi fuori” e concepire l’album in una vecchia masseria che era stata abitata dai monaci cistercensi intorno al 1110. Da quel luogo, da quel rinchiudersi all’aria aperta, è scaturito un disco che si rifà ad artisti internazionali come Tame Impala, Beck, Other Lives, senza trascurare i colleghi della scena italiana e gli intoccabili mostri sacri Dalla e Gaber e De Gregori. Musicalmente si muove sulla metaforica linea Lamezia – Milano (che dà anche il titolo ad un brano): ai suoni caldi e settecenteschi calabresi si affiancano le fredde, frenetiche e metalliche sonorità della metropoli, sintetizzatori e armonie da orchestra si amalgamano insieme con i loop delle drum machine in un equilibrio simbiotico di terre apparentemente lontane ma mai come oggi così vicine. Meno cantautore e più tutt’uno con la sua band, i testi diventano immediati e meno pregni metaforicamente, addio ai giochi di parole, affinché possa essere un disco abbordabile a tutti; ma non per questo si può definire il lavoro più “cantabile” dell’artista calabrese, o meglio non come i suoi precedenti lavori, anche se, date il suo strumento al chitarrista e un po’ di tempo per metabolizzare la forza dei nuovi brani e ne potremmo riparlare; l’immediatezza e la schiettezza come rimedio all’apaticità e lo spaesamento della “generazione di mezzo”, la nostra generazione, quella che sopravvive grazie ai racconti dei nonni, quella in cui Brunori si identifica, fatta di serie tv sparate su Netflix, del linguaggio dei media e delle foto su Instagram, quella che come ci vogliono far credere si è persa tutto ciò per cui vale la pena vivere. Per questo i testi sono in forma dialogica e usano spesso espressioni colorite prese dalla quotidianità, dai discorsi con i parenti, al linguaggio dei bar sui navigli, dai social, e dai tassisti romani. Parlare della paura per superarla, parlare di culi inchiodati alle sedie per smuoverli, parlare della rassegnazione che contraddistingue questi anni zero affinchè si possano trovare nuovi stimoli.

«La realtà è una merda ma non finisce qua, passami il mantello  nero, il costume da torero; oggi salvo il mondo intero con un pugno di poesie. Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è.» dal brano “Il costume da Torero”.

A casa tutto bene; però adesso usciamo, respiriamo la nostra aria, pura o inquinata che sia, e vediamo di fare andare tutto bene anche lì.

 

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