Calcutta | Evergreen e l’arte di diventare Pop

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Due anni dopo l’incredibile successo di Mainstream, Calcutta – Edoardo D’Erme all’anagrafe – torna finalmente con un nuovo disco carico di aspettative.
Di seguito, la nostra recensione di Evergreen.

Pop non si è, si diventa.

Il concetto sembra essere sfuggito a molti da quando Calcutta, sul finire del 2015, ha completamente ridisegnato i confini tra l’indie e il commerciale nostrani.

Mainstream non fu un’operazione di marketing: un disco sicuramente più leggero nei suoni e nei contenuti, e più vicino a una forma-canzone tradizionale, rispetto a tutto ciò che allora poteva considerarsi “alternativo”, ma comunque un prodotto di cantautorato segnato da un’identità fortissima e assai lontano da una qualunque “Roma-Bangkok”.

Al contrario, Mainstream fu una scommessa vinta.
Da tutti quelli che vi avevano messo mano: Calcutta stesso, passando per un’allora molto più indipendente Bomba Dischi, fino a Niccolò Contessa (produttore dell’album, che di lì a poco con I Cani avrebbe pubblicato Aurora – altro lavoro la cui sensibilità particolare fece parlare di “svolta pop”).
Una dichiarazione di intenti molto precisa, forse, ma la cui riuscita era molto meno scontata di quello che in tanti pensano.

Poi Calcutta sta fermo un anno e mezzo (e Contessa si ritira dalle scene), e succede di tutto: all’improvviso, l’inflazione della parola “pop” è talmente alta che in ambienti selezionati non si parla più di indie ma di itpop; all’improvviso, non si vuole più sembrare a tutti i costi alternativi (e fin qui bene così) e la risposta è quella per cui si ricalcano modelli visti e rivisti, in modo maccchinoso; all’improvviso, ci ritroviamo con un sacco di copie di Calcutta, e non sappiamo che farcene.

La premessa serve a dire che oggi, a due anni da Mainstream, è uscito il nuovo disco di Calcutta – quello vero.
Sulla copertina, il cantante si erge in mezzo a un mare di pecore: il disco si chiama Evergreen, ed è esattamente ciò di cui avevamo bisogno in questo momento.

Perché Calcutta – almeno lui – decide di non copiare sé stesso, e ci regala un altro album che non è pop, ma che il pop andrà a definirlo.

C’erano bastati i tre singoli “Orgasmo”, “Pesto” e “Paracetamolo” per capire che effettivamente il tipo di scrittura è sempre quello, fatto di grandi ritornelli e immagini tanto evocative quanto nonsense. La piccola enorme differenza rispetto ai colleghi sta non solo nel fatto che comunque i ritornelli di Calcutta sono migliori, ma anche la nonchalance con la quale Edoardo sembra in grado di sfornare canzoni destinate a diventare inni: il nostalgico riferimento calcistico anni 90 in “Hubner” (in cui l’ex cannoniere diventa un improbabile prototipo di uomo di famiglia) non dà l’idea che per partorirlo ci siano volute notti intere di progettazione, e finisce per risultare incredibilmente più genuino di vari dolci da segnare in agenda, orologi che pomiciano, e nazioni che non possono fermare non si capisce bene cosa.

«In questo mondo che / pieno di lacrime / io certe volte dovrei fare come Dario Hubner / e non lasciarti a casa mai a consumare le unghie»

Se poi una canzone funziona davvero, si sa, non importa chi la canti o come venga presentata, perché arriverà in ogni caso. Calcutta non si è adagiato su questa verità, e in Evergreen si sente distintamente la volontà di fare un album diverso da Mainstream, soprattutto dal punto di vista strumentale. Il brano di apertura “Briciole” è un perfetto passaggio di testimoni, lasciando subito intuire che il disco sarà molto più suonato del suo predecessore: ascoltandolo per intero, inoltre, traspare come il cantante di Latina non abbia affatto avuto paura di esagerare, e le dichiarate influenze di Beach Boys (solo a noi la copertina sembra una citazione di Pet Sounds?) e della Motown trovano riscontri in sfiziose linee vocali e arrangiamenti quasi da big-band.

Oltre allo zoccolo duro di canzoni, Evergreen concede più di una sorpresa.
A metà percorso troviamo “Saliva”: un pezzo chitarra, voce e riverbero che sembra un omaggio al Calcutta pre-Mainstream (per chi non lo sapesse: Calcutta ha all’attivo anche un altro LP – Forse – e un EP – Sabaudian EP) e in generale alla figura un po’ più old-school del cantautore indie/alternativo (scopro in seguito che effettivamente questa canzone è stata ripescata dal vecchio repertorio). Il picco artistico, però, arriva sulle note finali, con “Rai”: un’accentuata contrapposizione tra un testo apparentemente giulivo e un arrangiamento scurissimo, arricchito da una struttura non lineare, trasmette un forte senso di ansia di fronte a quella che sembra quasi una richiesta d’aiuto da parte di un uomo qualunque, che si vede travolgere all’improvviso da un successo più grande di lui – “Orgasmo” in chiusura è quasi una boccata d’aria.

Mainstream che è diventato mainstream ha fatto sì che Evergreen fosse già evergreen prima di uscire, ma abbiamo appurato che c’è anche la sostanza: Calcutta non è Battisti o i Beatles, tuttavia ha l’intelligenza e l’integrità artistica per guardare a modelli come Battisti e i Beatles, oltre un gruppo Facebook e un numero fatuo di “mi piace”.
E così, mentre quest’estate Edoardo si prenderà l’Arena di Verona e lo Stadio di Latina, è lì che vedremo in lontananza le pecore tornare lentamente verso il proprio recinto, al grido di «uè deficiente».

Evergreen è uscito il 25 maggio per Bomba Dischi.
Calcutta sarà in concerto allo Stadio di Latina il 21 luglio e all’Arena di Verona il 6 agosto.

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