Domenico Imperato | La recensione di Bellavista

domenico imperato

World music e musica d’autore, Brasile e Italia: è questa l’alchimia che Domenico Imperato cerca e trova nel suo nuovo album Bellavista, insieme ad una massiccia dose di rasserenata malinconia.

Avere come riferimento fisso e costante la tradizione dei cantautori italiani cercando però al tempo stesso l’innovazione, l’attualità, anche qui evitando però di impantanarsi in modelli già ampiamente esplorati, è impresa non certo facile al giorno d’oggi in Italia. Una sfida che coincide all’incirca con ciò che deve essersi preposto Domenico Imperato con la sua musica.

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Già vincitore del Premio Fabrizio de Andrè nel 2014, a tre anni di distanza dal precedente Postura Libera, il cantautore cresciuto a Pescara torna con Bellavista, un ricco mosaico di riferimenti accarezzati e reinterpretati con delicatezza, sopra i pilastri dell’immortale canzone d’autore. Proprio con Faber, più di tutti, Imperato condivide una certa prospettiva nella scrittura: tante storie ed altrettanti personaggi popolano infatti Bellavita, piccoli e grandi drammi quotidiani a cui Imperato partecipa sempre con assoluto pathos e umanità (e con buona dote di scrittura, va detto), che si tratti di tossico dipendenti o di malinconici quadretti di vite assopite nella noia. Ecco allora che la voce sottile di Imperato che ci guida per un microcosmo di piccole storie connesse ad un’universale malinconia che tutto attraversa e che rende però tutto più offuscato e bello. Rasserenata e distesa malinconia, dicevamo, che si tratti de “Il nano” e del suo essere arrivista e truffaldino, del senso di resa di “Al matrimonio di due nostri amici” o persino del cinismo di “Zitta”.

L’altra grande passione di Imperato, che qui gioca da elemento chiave per stravolgere il cantautorato più tradizionale e per portarlo davvero più in là, è quella per la world music, in particolare per la musica etnica brasiliana. Lui, che in Brasile ha vissuto tre anni, in Bellavista usa percussioni, trombe e flauti: un po’ Mannarino, certamente, un po’ Dimartino per l’atmosfera delicata e soffusa che si percepisce, ma la personalità di Imperato è importante e non può essere trascurata, soprattutto per come riesce a giocare con le melodie. Brasile come fonte di vita, dicevamo, in un’apertura verso paesaggi esotici e al tempo stesso malinconici davvero ben riuscita. “Storia di Adele”, ballabile e travolgente nel ritornello, quasi un tardo Lucio Dalla, il piccolo gioiello di “Nino” e la bella melodia, oltre all’arrangiamento cesellato di “Zitta”, sono solo alcune delle perle che nasconde questo Bellavista. Ci sono anche la tagliente “Del mondo il canto”, forse la più indie, sicuramente la più difficile del disco, l’elegante voce femminile di “Al matrimonio di due nostri amici”, che va a braccetto con le atmosfere del brano prima ancora che con la voce di Imperato, la ritmica di “Stefano”, ma c’è soprattutto tanta voglia di distendersi, di accettare le sventure, di lasciare tutto e ripartire dietro a un ritornello arioso o a un ritmo brasiliano.

L’esplosione finale di colori pastello di Bellavista (la canzone, stavolta) è un’allegra malinconia, un mezzo sorriso, uno sguardo avanti ed uno dietro, un viaggio appena finito e ed uno appena cominciato. Il cantautorato che rinasce con la saudade, chi l’avrebbe mai detto?

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