Levante | Se non ti vedo non esisti

 Levante, al secolo Claudia Lagona, dopo tre album di successo ha pubblicato il suo primo romanzo, edito da Rizzoli.

Il problema del pregiudizio è che ci sta sempre. Ovunque. Che sia una persona o un’opera d’arte, ci avviciniamo sempre con un pregiudizio in testa. Quindi, essendo una cosa scontata, forse, non è neanche un problema. E allora, dato per presupposto il pregiudizio, l’unico problema che residua risulta essere: è più vantaggioso (per il pre-giudicato) un pregiudizio positivo o negativo? A questo interrogativo sono riuscito a rispondere leggendo “Se non ti vedo non esisti” di Levante. Essì perché io nel suoi confronti partivo con un pregiudizio -ovviamente-,ma era positivo. A me piacevano – e piacciono tuttora- le sue canzoni. Mi piace il timbro della sua voce, la sua estensione vocale e mi piacciono anche i testi, che è poi la cosa su cui mi concentro di più. Dunque, mi approcciavo alla lettura del suo romanzo d’esordio con un pregiudizio positivo. Ed ho capito che non c’è cosa peggiore per il pre-giudicato. E’ una questione di pretese: forse, se non mi fossi abbandonato all’idea che Levante fosse un’autrice con una buona capacità di approfondimento, non mi sarei aspettato nulla dal suo primo romanzo e (forse) mi sarebbe piaciuto. Perché questo è il punto: il romanzo è rosa come la sua copertina. Nulla da dire sul fatto che una donna sposata di trent’anni tradisca un paio di volte il marito. Ci mancherebbe, la letteratura è proprio questo. Il problema è che non può parlare di amore quando ha appena conosciuto queste persone. Il problema è l’amore, che è una cosa seria, e l’utilizzo della parola stessa, che è una cosa ancor più seria. “Le parole sono importanti” faceva dire Nanni Moretti al suo protagonista in “Palombella rossa”, e lo dice anche Levante in questo libro, salvo, tuttavia, utilizzare la parola amore già a pagina 82, quando al riguardo di un uomo appena conosciuto in aereo la protagonista Anita Becci si esprime così:

«la speranza che lui mi potesse dare l’amore che mi mancava e che prima non credevo di desiderare né di meritare».

Si tratta, ed è sempre più evidente nell’evolversi del racconto, di un sentimentalismo adolescenziale e senza contenuto, profondità, riflessione o spessore, che trova la sua declinazione più paradigmatica in un passaggio come questo:

«Cosa poteva esserci di peggio del felice ritratto di famiglia, mostrato con orgoglio nel salotto, in casa dell’uomo che mi aveva scopato la testa? Perché sì di questo si trattava: aveva fatto l’amore con il mio cervello e questo, si sa, è molto peggio di tutto il resto».

Il punto è che non abbiamo modo di entrarci in questa “affinità intellettiva” per poterla credere vera, perché non ci è mostrato il contenuto d’un loro dialogo che non sia la scelta del piatto di polpette da mangiare al ristorante. Come, del resto, non c’è uno straccio di pensiero riguardo Jodorosky, per esempio. La protagonista, infatti, oltre ad avere un marito di cui non sappiamo quasi nulla, ha anche un lavoro che suscita molta curiosità nel lettore. Anita B., infatti, è una giornalista che scrive per le più importanti riviste in circolazione. E, proprio per lavoro, si trova a fare questo viaggio a New York per poter scrivere un pezzo sulla mostra di Jodorosky al MoMA. Ora, dico, è normale che in tutto il racconto non si legga una riga scritta da lei? Che non ci faccia entrare nel suo immaginario o nei suoi pensieri più reconditi? Che non ci faccia appassionare e vivere il suo punto di vista artistico? No, non è normale. O, almeno, non è quello che piace a me. Certo, direte voi, ma quello che piace a te non centra nulla, conta quello che voleva dire l’autrice. E sono d’accordo. L’autrice, infatti, su tutti questi aspetti non si sofferma perché -penso e spero- in realtà voleva dare attenzione, e concentrare la sua narrazione, al dolore che ha vissuto la protagonista da bambina per la perdita del padre. Perfetto, allora doveva essere un romanzo d’amore e dolore. Legittimo e ambizioso; meraviglioso, dunque, sarebbe stato leggere un romanzo d’amore e dolore. Purtroppo, però, se penso a “Se non ti vedo non esisti” di Levante non vedo che un amore vissuto alla stregua di quello che potrebbe vivere una quindicenne; e il dolore, grande, che provo è per tutto quello che questo romanzo poteva essere e non è stato. Una buona capacità di creare metafore, una certa disinvoltura nell’espressività musicale e una buona dose di autoironia, infatti, sono tutte caratteristiche che fanno di Claudia Lagona un’eccezionale scrittrice.
Sì, ma di canzoni.

A cura di Fortunato Picerno

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