Nu Guinea | L’avanguardia napoletana tra passato e futuro

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La presenza dei Nu Guinea nella line-up dello Spring Attitude Festival 2018, il prossimo fine settimana, ha fatto sì che riscoprissimo il loro ultimo album Nuova Napoli fuori lo scorso aprile, e forse una gemma fin troppo nascosta del panorama musicale nostrano.

Capoluogo campano, siamo sul palco del Teatro Tenda, prima edizione del festival Nuova Napoli. Il set è quello del thriller di Lodovico Gasparini No grazie, il caffè mi rende nervoso. Un James Senese scatenato sta provando “Aro vaje” con la sua band di musicisti sgangherati e scoppiettanti mentre due giornalisti gli fanno la posta. Risuona la famosa frase: «ma questa è un’intervista o una provocazione?», che segnerà la storia della commedia noir napoletana. Ma il festival è in pericolo, gli artisti sono in pericolo: un pazzo maniaco vuole sabotare la manifestazione perché Napoli n’adda cagnà e lo fa sulle note traditrici di “Funiculì Funiculà”, un brano cardine della tradizione napoletana, che sottolinea l’incapacità di tutto ciò che è nuovo di soppiantare quello che musicalmente Napoli rappresenta per sé e fuori di sé: pizza, sole e mandolino. 

È proprio James Senese a firmare le musiche del film. E che musiche. Non a caso lo stesso Senese, reduce dall’esperienza con i The Showmen, insieme al batterista Franco del Prete fonda Napoli Centrale, band di spicco degli anni ’70 a metà tra il rock progressivo e il jazz. In quegli anni Napoli è un brulicante crocevia di artisti, oltre a Senese e Del Prete ci sono Tullio De Piscopo, Toni Esposito, Rino Zurzolo, Gigi De Rienzo, Rino Colabritto, mostri sacri del neapolitan power che a metà tra gli anni ‘70 e ‘80 rappresentò l’acme musicale di un’intera generazione di artisti. Jazz, prog, rock, funky risultavano, forse allora più di oggi, generi profondamente connessi da un filo conduttore, quando la musica nera cominciava a fondersi con una più conosciuta tradizione cantautorale.

Facciamo un salto nel futuro. Su questa base di respiro internazionale e profondo spessore musicale si inseriscono i Nu Guinea, duo partenopeo trapiantato a Berlino che, reduce da esperienze elettroniche, disco e legate al panorama del clubbing, producono il disco Nuova Napoli, lucida trasposizione rivisitata di un mondo fiorente e tendente alla sperimentazione in maniera quasi maniacale, ma mai realmente apprezzato dal contesto artistico italiano. Con un titolo chiaramente ispirato al film di Gasparini, Massimo Di Lena e Lucio Aquilina fronteggiano il grande fardello delle loro origini come in una fotografia in bianco e nero rimessa a nuovo. Nuova Napoli è passato e futuro assieme, è la Napoli che n’adda cagnà e la stessa c’addà cagnà. La sintesi esperienziale che deriva dall’ascolto è un miscuglio di sensazioni e reminiscenze: samba brasiliana, ritmi africani, scale arabeggianti, disco music anni ‘80 e quel giusto tocco elettronico che lo avvicina a un classico concept da djset.

Il panorama artistico partenopeo risulta così un serpente che si morde la coda, un infinito loop di reverenza verso la tradizione della canzone napoletana quasi liricheggiante e fortemente melodica (esempio ne è “Je vulesse”, omaggio musicato al grande Edoardo De Filippo, la cui lirica diviene esegesi musicale di una condizione esistenziale contrita e sofferta) e il suo allontanarsi da essa tramite processi creativi che si avvicino all’acume jazz di Miles Davis e al genio afrobeat di Fela Kuti. E proprio da quella revolutionary road intrapresa da Fela Kuti si dirama il dramma creativo dei Nu Guinea, incalzati dal maestro Tony Allen, a cui sono legati dai lavori The Tony Allen Experiments, misto di eletronic jazz e psyco funk.

Un portento espressivo quello generato dal duo napoletano, così fedele e al contempo anomalo da divenire uno dei migliori lavori del 2018. Nuova Napoli è la spinta propulsiva al cambiamento che nulla può, se decostruisce di significato l’appartenenza geografica e culturale. Ritroviamo così, ad esempio, il basso di “Lingua Biforcuta” di Francesco Calabrese o il sound brasiliano di “Cumba” di Pino Daniele o ancora più le sperimentazioni funky di Toni Esposito in “Rosso Napoletano”. Non così lontani poi dal prog jazz dei primissimi Area, con l’incessante trombettio in “240 km da Smirne” e “Consapevolezza” che percorre in maniera altrettanto incessante le tracce del progetto. Melodica come una colata di miele su un cielo al tramonto, “Disco Sole” è un blueseggiante richiamo a pezzi come “Chillo è nu buon guaglione”.

In effetti, la produzione di scuola napoletana come quella che Pino Daniele porta avanti nei primi album (Terra mia, Nero a metà) – in cui la traccia di denuncia sociale si intreccia coerentemente con l’arpeggio sentito della sua chitarra, il lamento acuto del timbro vocale, un dolore fisico di inadeguatezza e ribellione – trova dunque naturali eredi i Nu Guinea che all’appucundria melancolica fanno seguire il profondo e nostalgico richiamo alla terra natia di “Parev’ Ajere” quando «era bello a sta’ in miezz’a via senza pensier jive a gioca’ a pallone ‘ncoppa ‘e quartieri ma chilli tempi so’ fernuti, tu si cagnato a verità è che si cresciuto che ce vuo fa’». Un omaggio all’infanzia miezz e vic e napule, madre benefica del prodigio musicale a cui tanto è legato il duo, ma da cui infine partono anche loro, realizzando quell’esperienza di migrazione verso altre terre che, seppur accoglienti, paiono rappresentare solo una destinazione di passaggio.

Questa ambivalenza è così racchiusa nelle tastiere di “Ddoje Facce”, quasi una melodica ripresa di un ipnagogico pop vicino alla sperimentazione dei Neon Indian di Era Extrana. Accettazione del passato e ribellione al futuro incerto, dove la città viene descritta come «’na malatia, ‘na bucia», e infine «’na verità», forse l’unica.

Rimane a galla un conflitto interiore, una scissione interna tra passato e futuro: esattamente come in No grazie, il caffè mi rende nervoso – dove il nuovo, seppur gioioso, affaticava il trapasso di un’immagine sì voluta ma mitizzata – così lo sguardo alle radici eternamente presenti e imprescindibili ci dà un chiave di lettura agrodolce della produzione dei Nu Guinea. Eppure non c’è rassegnazione, c’è speranza (“Je vulesse”), c’è rabbia (“Stann fore”, ripresa tematica del “Je so’ pazzo” di Pino Daniele).

Aperta anche la questione delle influenze nere all’interno del disco, laddove la ribellione afrobeat, il jazz americano e quei sound sudisti si inseriscono perfettamente nell’architettura sperimentale dell’album. Ma Napoli è sempre stata tutto questo: non prescinde dai suoi riferimenti culturali, dall’accoglienza e dalla sperimentazione; una volta superati i termini grotteschi del mainstream lo si può cogliere ovunque. Tanto quanto il blues risuonava come atto di ribellione nei campi di mietitura, nei confronti dei padroni bianchi, così la musica napoletana guarda con sdegno «o padrone che nun dà duje sordi e dice sempe ‘e faticà» e ne denuncia i soprusi a suon di blues, rock e jazz.

La verità è che nulla è cambiato ma «tu si cagnat». Non c’è più il gelato di piazza Vanvitelli o la signora della pizza fritta, ma c’è una profonda consapevolezza di ciò che rappresentano tali radici culturali e musicali, nostalgia e vivace slancio alla riscoperta di suoni fratelli. C’è il conflitto ma anche la sconfitta del mostro: il passato non fa paura se lo si guarda dalla prospettiva del rinnovamento.

Nuova Napoli è uscito il 27 aprile 2018 per NG Records.
I Nu Guinea si esibiranno venerdì 5 ottobre all’Ex Dogana per Spring Attitude Festival 2018.

 

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