Tommaso Di Giulio | Nuovi linguaggi per tornare a parlare

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Nuovi linguaggi per dar voce ai propri pensieri: dopo tre anni di silenzio Tommaso Di Giulio torna con il nuovo album “Lingue”.

In una scena musicale terribilmente satura come quella indipendente italiana, dove un paio di synth e qualche testo tanto ermetico quanto vuoto sembra siano diventati gli strumenti sufficienti per giocare a fare l’artista maledetto, nel momento in cui il mercato sputa fuori un album curato e con qualcosa di sensato da raccontare è come una vera e propria boccata di ossigeno.

E’ il caso di Lingue, terzo album di Tommaso di Giulio, romano classe 0’78, che a distanza di tre anni da “L’ora Solare” torna sulla scena prendendo le distanze dal revival anni ’80 così in voga in questo periodo per proseguire una tradizione cantautoriale vicina ad artisti come Silvestri e Sinigallia. Partiamo subito con il dire che questo è un disco suonato da musicisti che conoscono bene il proprio strumento, e si sente.Ogni singolo pezzo è adornato da un arrangiamento elegante ed orecchiabile, dove le parole si possono muovere libere tra splendidi fill di basso e leggeri accordi di chitarra elettrica.

Allo stesso tempo, Lingue è anche l’opera più matura e sincera fin qui realizzata da Di Giulio poiché riesce nell’arduo compito di inserire dettagli complessi in una struttura semplice, riesce ad essere un disco pop, ma non troppo. E forse è possibile individuare tutti i suoi elementi portanti semplicemente ripercorrendone la genesi, basti pensare infatti che nessuna di queste 10 tracce all’inizio doveva essere al suo interno.

Traendo ispirazione da una dichiarazione dal cantante dei The La’s Lee Mavers secondo cui “Non è possibile scrivere il disco pop perfetto”, per diverso tempo Di Giulio è stato al lavoro su un disco che potesse essere molto ragionato e razionale, con riferimenti non necessariamente comprensibili a tutti e in grado di accentuare quel taglio “intellettuale” già presente, in parte, nei lavori precedenti. Poi però è subentrata la vita con tutta la sua imprevedibilità: la malattia del padre e il conseguente periodo di guarigione in cui si è preso cura di lui lo hanno portato a vedere quanto fatto fino a quel momento come una serie di canzoni troppo vuote, tanto da portarlo a riscrivere, nel giro di tre o quattro mesi, tutto da capo. Da qui nasce l’idea di chiamare il disco “Lingue”, proprio perché per raccontare questa dura esperienza è stato costretto spingere ad esplorare nuovi linguaggi e ad usare nuove parole, facendo prevalere le sensazioni sui lunghi ragionamenti.

“E dimmi che lingua imparare per starti vicino, per fregare il presente e dirgli: ‘passa domani’, per farti scordare quant’è che stai male e perché”

Non è un caso dunque che il mood di questo album sappia trovare una sapiente commistione fra malinconia ed (auto)ironia, fra spensieratezza e profonda conoscenza della difficoltà del reale, sempre senza perdere mai il forte legame con il proprio autore. In questo senso, le atmosfere spesso intimiste mi hanno ricordato sia l’ultimo Fabi, quello di Una Somma di Piccole Cose, sia Max Gazzè, fra i maggiori punti di riferimento di Di Giulio per sua stessa ammissione.

I testi del disco tendono a muoversi insistentemente su una dicotomia fra l’io lirico e la persona amata, che in alcuni punti si traduce nella forma più autobiografica del rapporto padre-figlio, come in “Canzone per S” – “E non importa chi fa il figlio e chi fa il padre, lascia stare, adesso stiamo zitti e andiamo a pranzo al mare”. Mentre in altre si apre a letture di un amore più tradizionale fra due persone, descrivendone gli aspetti più leggeri e gioiosi come ne “Il mese più caldo” – “Gennaio è sempre il mese più caldo nel letto con te, le mani nella camera azzurra si moltiplicano, di notte fare a gara col vento a chi grida di più” – ma anche quelli più seri e toccanti, come ne “L’acqua su marte?”

“Vorrei che fossi qui, per togliermi i vestiti, per dirmi che il dolore è un attimo”

I riferimenti e le ispirazioni risentono a tratti anche di un certo Dalla e di un certo Battisti, come nel terzultimo brano “L’umidità”, caratterizzato peraltro da chitarre elettriche molto interessanti e vicine al surf-rock. Nota di merito per l’ultima canzone “Quello nello specchio” dove, giocando sulla falsa riga della classica ballata pianoforte-voce, Di Giulio chiude in maniera più che convincente l’intero disco unendovi sul finale una breve registrazione del frinìo di cicale preso da una pineta in Toscana a lui molto cara.

Delicato, piacevole e colorato, il terzo disco di Di Giulio è un lavoro superiore alla maggior parte delle recenti pubblicazioni e apprezzabile sotto tutti i punti di vista, a dimostrazione del fatto che quando un artista riesce a convertire la propria sofferenza in musica ogni singola parola suona più vera e convincente.

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