Gigi Giancursi e il suo album che non trovi on line

gigi giancursi

Amici di Roma, il vostro inviato da Torino ha per le mani un disco che… Innanzitutto “per le mani” è da intendere in maniera letterale, perché è in formato cd e si trova solo su cd, niente Spotify, YouTube, Bandcamp eccetera. Almeno è così da dicembre, il periodo in cui è uscito. È Cronache dell’abbandono di Gigi Giancursi.

Scrivendo di musica, inoltre, mi accorgo sempre di dire la parola “disco”, che ormai è un termine improprio, così spesso lo correggo in “album”. Potremmo dissertare di evoluzioni di significante e significato ma vorrebbe dire spaccare in quattro il capello e spaccare anche qualcos’altro. Questo è sia album che disco, l’uno è inscindibile dall’altro, è una scelta consapevole, adulta e vaccinata. Le fabbriche dei cd chiudono, certo, ma Jack White è arrivato primo nelle classifiche USA grazie alla vendita di copie fisiche. Come la mettiamo?

Gigi Giancursi è stato parte importante dei Perturbazione, sia come compositore che come “agitatore” intorno al gruppo di una certa scena indie che negli anni Zero da queste parti era attiva e alternativa a quella più conosciuta e subsonica. Il percorso con i Perturbazione è stato graduale, sincero, appassionato, appassionante, eroico a tratti, fino alla partecipazione a Sanremo nel 2014: un traguardo importante che però ha significato anche un momento difficile, perché avrebbe generato la separazione tra lui e il gruppo.

Da quel momento a oggi, Gigi Giancursi ha fatto di tutto. Ne dico solo alcune: direttore artistico di festival piemontesi, produttore, musicista in Linda & The Greenman e Mambassa, presentatore del Premio Buscaglione, e persino animatore di un ciclo di serate “talk” dedicate ai grandi delitti irrisolti della cronaca italiana, un’esperienza cult di cui con un gruppuscolo di concittadini ho avuto il godimento di essere spettatore.

Mancava solo un passo, che poteva essere il primo, ma è diventato l’ultimo della serie: il “disco solista”. Questo è arrivato ed è più solista che mai, visto che l’ha registrato quasi completamente in solitudine, con il seguente spirito (copio dal libretto):

Si trovano almeno quattro ore consecutive, si arriva in studio, si suona, si arrangia, si mixa, si fotografa il pezzo, così com’è venuto, e si passa al prossimo. Con tutte le imprecisioni, le stonature, i rimpianti, le compressioni sbagliate, le seghe mentali da produttore. Se una canzone arriva, arriva. E basta.

Si chiama “Cronache dell’abbandono”, che è il tema più importante in tutte le canzoni. Il disegno in copertina di Silvia Gariglio, che rappresenta un salto nel vuoto, aprirebbe quasi un’interpretazione dell’abbandono nel senso di abbandonarsi. Forse i due aspetti coesistono in tutte le canzoni, dalla prima “Modello unico” che è una sorta di auto-presentazione e sublimazione della propria identità in mille documenti e codici e password dimenticate, fino alla ghost track finale che rappresenta un testamento, con simpatia per le maniere molto caustiche di De André. Le cronache dell’abbandono più amare sono nel racconto del divorzio (con figli) nel “Cantico dei divorziati”. Altrove, in maniera più allusiva, affiora la separazione con il gruppo con cui ha condiviso gran parte della sua carriera.

Fuori dall’ascolto, si percepisce un altro tipo di abbandono: mollare tutta una serie di prassi che oggi rendono gli album dei prodotti da consumare all’istante, comprendere subito, sostituire domani, nell’“all you can eat” delle piattaforme streaming. Gigi Giancursi ha preferito diffondere da sé fisicamente le copie. Niente internet, niente ufficio stampa, niente etichetta, niente video, niente distribuzione se non quella più antica del mondo, cioè su richiesta.

Parentesi personale: accuso talvolta una certa stanchezza per i miliardi di prodotti che tutti i giorni sgomitano per conquistare la nostra capricciosa attenzione, mentre fino a poco tempo fa la musica era donna fatale che dovevamo conquistare, e quanta fatica, e quanta lentezza, e quanta soddisfazione. Per questo trovo questa operazione romantica e, per citare altri due pezzi importanti dell’album, “controcorrente” e alla faccia di tanti “finti malinconici”.

Non vi fidate dell’estate dei finiti malinconici, poeti depressi e pressappoco ironici, le ferie sudate e meritate che quasi ti ci incavoli, canzoni spagnole, balli sopra i tavoli…

Seguendo da un po’ le varie attività di Gigi Giancursi, in alcuni testi mi sembra di sentire più di quello che è detto, e di apprezzare in maniera particolare certi passaggi proprio perché li confronto con il suo vissuto. Lo so: farei meglio a scindere l’opera dal personaggio. Ma se porto le sue cronache “a casa mia”, di una cosa sono sicuro al 100%: sono canzoni di grande valore che tutti amerebbero accompagnare ai mille episodi della nostra vita in cui siamo protagonisti – volontari o involontari – di un abbandono, un crack così piccolo nell’immensità del mondo, ma così grande e totalizzante per noi nel momento in cui accade. Come accade in questo album, in quei momenti sviluppiamo sottotraccia un filo di auto-ironia come anticorpo al problema, e nuova immaginazione per percorrere nuove strade. Abbandono sì, ma addio no.

Ma che volete che ci capiti quel giorno che si scarica il telefono, che chiudi gli occhi e dormi più del solito, che un segnalibro non ha più un perché, e il mondo, ti chiedi, ma il mondo dov’è?

E dunque, mentre leggete di altri album che vengono “rilasciati”, “licenziati”, o altre parole come queste, spero abbiate piacere di ascoltare questo disco che viene “abbandonato” alla corrente, come un messaggio in una bottiglia, in balia delle onde dell’oceano forse, ma con dentro la mappa del tesoro.

Ecco, semplicemente, dove trovarlo:

gigi.giancursi (at) gmail.com

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