Rigolò | La recensione di Tornado

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Se dovessi descrivere l’album Tornado dei Rigolò a un ascoltatore più o meno indie potrei tirare fuori qualche gruppo 90/00s post-Pavement, o Belle And Sebastian e dintorni, ma scelgo la via più contorta con due esempi che apparentemente non c’entrano nulla: Cure e Verdena.

Mi vengono in mente i Cure per quella predilezione per ampie aperture e orecchiabili strumentali a giocarsi una buona parte di canzone, mentre la voce entra comoda comoda nel secondo tempo a risultato già acquisito. La differenza è che i Rigolò suonano al servizio non tanto di una classica canzone quanto di un ipotetico “film” di cui hanno le suggestioni in mente, e dunque resta solo da descriverle e commentale in sonoro.

Mi vengono in mente i Verdena per il ruolo “incompiuto” che spesso ha la voce, brevi interventi di brevi frasi con brevi parole che sanno quasi di aggiunte provvisorie a una struttura musicale già ben definita. Anche qui c’è una differenza ovvia: le voci di Andrea Carella e Jenny Burnazzi (che tempo fa facevano parte dei Comaneci) sono in inglese. Potremmo riaprire l’annoso discorso “se sei italiano cantare in inglese funziona o no?” ma stavolta non è il caso perché il posto che i Rigolò riservano al cantato non è in primo piano.

Tornado è un album che dura appena mezz’ora, un campo incolto in cui un violoncello corre libero su un ispido prato di schitarrate Fender. Di tanto in tanto si ode voce umana, a volte sola a volte in compagnia, che passa e va via. Basso e batteria mettono i confini a questo piccolo angolo di campagna lontano da giardini fioriti e villette a schiera. Mi figuro questo improvvisato impressionismo in alcuni ascolti in macchina sotto pioggia e tergicristalli, prima che l’inaspettato Bon Voyage finale mi auguri una specie di Alright dei Supergrass, ma con un’atmosfera autunnale che mi ricorda che we are young è ormai acqua passata.

L’album è registrato da Mattia Coletti ed esce per Antropotopia, associazione culturale che si occupa soprattutto di produzioni video. Una di queste è il clip realizzato da Francesco Tedde per il singolo Borders, che è la canzone più “canzone” in scaletta, mentre le altre lasciano più spazio a pigra e malinconica immaginazione.

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