La liturgia dissacrante nel live dei Dunk al Monk

© Arianna Gioia
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Immaginiamo Dio, barba lunga e spalle larghe, occhi infiniti (per vedere oltre) e mani giganti (con tutto quello che ha dovuto inventare). Immaginiamo che questo Dio, innamorato di tutto, decida in un momento (che poi dove lo collochi un momento in una dimensione divina senza tempo?) di mettere come sottofondo un po’ di musica mentre lavora, crea, disfa e ricompone.

Sulle note dei NOFX, immaginiamo che, preso da un impeto d’ira, Dio inizi a rovinare tutte le sue creazioni, rendendole però ancora più belle. Dall’incontro tra Dio e il Punk esce fuori “Dunk”. Diciamo che questa storia è stata un po’ romanzata… ma è più o meno immaginando l’esistenza di un dio punk, che protegge religiosamente il rifiuto di strutture e l’anarchismo di uno spirito svincolato, che è diventato concreto il pensiero della band che porta questo nome.

Dalla stima reciproca e dalla volontà di partorire qualcosa insieme in una forma puramente ludica, nascono fortuitamente i Dunk, un esperimento di Ettore e Marco Giuradei, Luca Ferrari (Verdena) e Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi, O.R.K). Lo hanno chiamato supergruppo, a loro questa etichetta rimane stretta: sarebbe quasi confinarli a una categoria che non appartiene a una band pensata come progetto live e che conserva la spontaneità senza render conto alle aspettative.

Le liriche di Ettore Giuradei si ubriacano di riferimenti che spaziano da Murakami (Aprire le finestre delle pareti dello spirito per fare entrare aria fresca) a Beckett e Carmelo Bene, risvegliando addirittura Ugo Foscolo.

Che s’addormenti l’anima un momento che diventi tomba del pensiero e che sia solo madre, madre del piacere morte del rimorso in attesa dell’amore (…) che non è un gioco “l’armonia che vince di mille secoli il silenzio”. Il richiamo a un verso che fortifica la salvifica illusione della poesia contro il tempo in non luoghi deserti, contribuisce a creare le atmosfere decadenti ma romantiche di questo concept album. Un viaggio tra “I sepolcri” del passato che imbiancano bene anche il presente, indagando sull’inadeguatezza dell’esistenza, il mistero delle cose inafferrabili, la maniacale battaglia tra l’io e la coscienza.

Immagini di respiro e soffocamento percorrono il live di giovedì sera dentro la comodità del Cantautorato dalla voce effettata e la nostalgia della psichedelia. Le tracce dell’album omonimo, uscito il 12 gennaio per la Woodworm Label, vengono spezzate da una insolita cover dei Radiohead. “Intro” apre il sipario raccontando una poesia (Ti cerco gli occhi) di Valeria Raimondi, “Mila” affonda e poi cresce in un climax che richiama in qualche modo i deliri verdeniani. La batteria di Luca Ferrari buca il palco e la ragione, diventa una visione magnetica da cui è impossibile staccare gli occhi, i due si fanno la guerra senza tregua. “Spino” abbraccia distorsioni e suoni acidi. Ai synth e alle tastiere si diverte Marco Giuradei, definito dai compagni un po’ il Ray Manzarek della situazione per il tipo di approccio allo strumento. Pipitone anche sembra godere la bellezza del live a volume alto, che, grazie alla sua collaborazione parallela con uno dei componenti dei King Crimson, lo lascia sospeso in quello spazio temporale dove finisce il prog e inizia il punk. Avevo voglia, è altro, Noi non siamo, Ballata 1 e 2… per un alternarsi di post-rock e malinconia, un’ora scarsa di esibizione che si conclude senza il macchinoso rientro in scena.

Una liturgia dissacrante in cui ognuno riempie bene il proprio spazio e che, a tempo consumato, si esaurisce benedicendo i non troppi fedeli presenti.

Foto di Arianna Gioia

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