Elliott Smith: dieci anni fa moriva il cantautore statunitense

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Elliott Smith: 21 ottobre 2003, Los Angeles, California, Stati Uniti d’America

Dieci anni fa, avevo 17 anni, ero abbastanza grande da capire cosa fosse successo, ma non abbastanza maturo da prevedere cosa sarebbe cambiato. Muore Elliott Smith, è stato un coltello, non interessa manovrato da chi, è stato un coltello che ha riempito quel vuoto privo di senso e di futuro che ha composto l’anima di Elliott fin dalla sua nascita.
elliott smithSolo oggi realizzo che 10 anni non sono più di 1 anno che non è più di un giorno quando muore gente di questo tipo. La sua morte continua ad essere per tutti noi la mancanza di un finale giusto per questo cantautore che ha declinato Neil Young ed ha prodotto energia virale con una semplice chitarra. La sua musica è passata pian piano in sottofondo ad una vita storta, fatta di controsensi e forse di non abbastanza coraggio per mettere le cose a posto. Morire a 34 anni non ha senso, non è un fenomeno come morire a 27 anni e lasciare il genio a produrre successo anche senza la presenza del corpo.
Troppe sfortune, troppe paure e troppe scelte sbagliate hanno alimentato questo buco da cui è scaturita tutta la potenza del suo lo-fi che ha trascinato tutti noi inermi in uno stato di sensibile riconoscenza. Era tutto sbagliato tranne la musica, non era di certo tra i ‘Beat’ ma la sua chitarra lo portava sempre più in quella generazione di gente fuori dai giochi. La sua follia negli ultimi anni ci ha preannunciato la sua morte, il coltello, l’uomo, la ricerca di un finale; Figure 8 parla anche di questo. Tutti, ma veramente tutti, lo ricordiamo per qualche motivo, sarà la colonna sonora di Will Hunting, saranno quelle prime canzoni registrare per Roman Candle senza un titolo. Confesso che ascoltarlo è una scelta ed una costrizione individuale, si cade nel baratro, nel suo baratro, ma col tempo si impara che un giro lì giù bisogna farlo ogni tanto per tenersi lontani dal suo modo di risolvere il tutto.
Era per tutti il futuro della musica come il grande Dylan rappresentava il passato: meno politico meno sociale, più eterno e accogliente nelle sue note dolci, era il cantautore indipendente che poteva piacere a tutti con un viso marcato dalla vita caotica, ma dai modi gentili.
La sua musica l’ha portato in cima al mondo ma allo stesso tempo l’ha schiacciato ed ingabbiato nelle sue paure e nei suo spasmi spingendolo sempre più verso gli stupefacenti e l’alcol. L’amore poi dal canto suo ha sempre alimentato e prodotto la sua musica, ma ha anche alimentato l’esigenza di Elliott di evaporare dallo stato fisico dove tutto gli pareva stretto e contro di lui.
Tutti lo odiano perché ci ha privati della sua musica trascinandosi in un mondo di violenza e insensatezza, io lo odio perché quando l’ho conosciuto era già troppo tardi per potergli parlare dal parter di un suo concerto. Non si può finire morti così, uccisi da un’ ombra che rende la fine solo più semplice, uscire dalla vita con classe non è da tutti, ma sarebbe bastato anche sopravvivere, forse.

See you later Steven.

N.Y.

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