REPORT | Erlend Øye live @Teatro Quirinetta

Erlend, turco napoletano residente in Sicilia, una macedonia di stili che si aggrovigliano al palato dell’ascoltatore, personaggio uscito da un fumetto anni ’80, super-eroe senza muscoli ma con tanta forza creativa, scioglie i suoi cavalli norvegesi, innalza calici di ballate brasiliane al ritmo di smashate islandesi.

Erlend ingaggia duelli col pubblico, sbuffa, ciondola come un Celentano insospettabile, accenna discorsi in un buffo italiano che strappa sorrisi e consensi, dimostra di saper cantare nella nostra lingua (tutto merito della sua residenza siciliana, per quanto lui apprezzi più l’italiano del dialetto del posto locale ndr).

IMG_6409 (2)Il Teatro Quirinetta come un moderno stadio inglese, tribune senza transenne e contatto fisico col sudore musicale del nostro eroe riccioluto, che si sbraccia per fomentare un pubblico che lo segue come fosse un direttore d’orchestra consumato.

Erlend il folletto che sbuca dalle quinte di un mondo disegnato da pastelli color arcobaleno, come un piccolo principe sul dorso della luna che si fa balena e ci ingoia nel suo reggae islandese, un freddo infuocato come l’autopsia dello sguardo di Greta Garbo, Erlend il molleggiato, pronto a squarciare il sipario delle nostre tristezze spremendo il sorriso burlone dei suoi occhi aquilone sull’imbuto dei nostri stomaci.

Lui, con la batutta a portata di chitarra, con il suo italiano da turco-napoletano e le sue espressioni intraducibili, si cala in mezzo alla folla, sciogliendosi in un fomento da hooligans de’noantri. La band dipinge dietro di lui sfondi allergici alle controindicazioni, il suono si evolve con la naturalezza di un Pirandello versato all’interno di un contenitore calviniano: tutto è fluido, granelli di pop da ultima spiaggia lunare.

Tutta la magia di Erland sta in questo: riuscire a filtrare i rumori sentimentali in un linguaggio adatto a qualsiasi essere umano, con l’aggiunta di riuscire a sospendere ogni attività del tempo, ipnotizzato dal suo sguardo sornione, nell’istantanea ingiallita di una clessidra che si specchia nella sua perdita di sabbia.

Graziano Giacò

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