Falso Movimento| Marco Caricola

Falso Movimento come il film di Wim Wenders del 1975 o come la canzone di Francesco De Gregori del 2012 e da oggi anche come le interviste fuori confine di Cheap Sound, quelle che danno voce ai talenti italiani in giro per il mondo. Ci perdonerete l’insolenza ma l’occasione era ghiotta: rubiamo questa espressione promettendo di onorarne l’immaginario obliquo!

Inauguriamo questo ciclo di abboccamenti con le parole di Marco Caricola, da Londra il giovano produttore di origini baresi ci racconta la sua storia e ciò che si cela dietro al suo ultimo disco Innerfin edito dalla “1631 Records”.

Mi piacerebbe partire dalla tua formazione musicale, ti sei avvicinato prima al suono classico oppure all’elettronica?

Direi ad entrambi, sebbene con modalità differenti. Sono partito come il tipico produttore da cameretta, improvvisando e sperimentando con i software suggeriti da un amico. Poi è arrivato il pianoforte, uno strumento con cui ho sempre percepito grande connessione, e i due mondi hanno iniziato a comunicare. I toni più contemplativi ed eterei mi hanno sempre affascinato e questa consapevolezza ha inevitabilmente condizionato sia i miei ascolti che i miei lavori. Crescendo, ho esplorato ogni genere possibile con attiva curiosità e credo sia fondamentale non porsi limiti in questo senso. In fondo le distanze tra suono classico ed elettronico sono molto più sentite nella cultura musicale contemporanea che nella musica in sé.

I tuoi primi progetti musicali sono stati sviluppati per essere una controparte sonora per istallazioni artistiche/visuali. E’ così?

Il binomio suono/immagine amplifica sempre l’impatto emotivo delle singole componenti. La musica che scrivo sottintende un dialogo, o una simile controparte narrativa, sia per le scelte strumentali che stilistiche, ma credo che questo interscambio sia presente in ogni ascolto. Tutti i nostri brani preferiti sono fortemente connessi ai ricordi con cui li associamo. Cerco di riflettere questa idea in quello che scrivo, a prescindere che ci sia o meno una reale correlazione con elementi visuali. Questa associazione, inoltre, non è sempre stata possibile per me, di fatto, è stato solo dopo il mio trasferimento a Londra che ho cominciato a ricevere proposte di questo tipo.

Cosa ti ha spinto a trasferirti a Londra?

Nel 2013 ero un ventiduenne cocciuto, che per molti parlava una lingua tutta sua. Trovare interlocutori attenti era difficile e la scena su cui volevo affacciarmi mi sembrava distante anni luce, era tutto molto frustrante. Questo mi condizionava parecchio, non riuscivo a esprimermi, figuriamoci a crescere! In Italia, al di fuori delle solite élite accademiche, la figura del musicista viene ancora stereotipata nel nullafacente che strimpella quattro accordi sulla spiaggia. Conosco artisti straordinari a Bari, la mia città. Li ammiro tanto perché fronteggiano questa miopia generale ogni giorno, facendo salti mortali per diffondere le loro idee. Io non ci riuscivo, quindi ho cercato un equilibrio fuori confine. Non avevo nulla da perdere, solo tanta energia da investire.

Quale contesto artistico hai trovato al tuo arrivo e come sei riuscito a importi come musicista?

È stata una transizione feroce. Il movimento creativo qui a Londra è un’altra cosa, ci sono spazi straordinari, nonostante le spiacevoli politiche recenti, un’offerta ricchissima e una cultura unica al mondo. Per un musicista questo fa una differenza. Ma ci sono anche altre considerazioni da fare, ad esempio secondo me l’audience londinese, sebbene tendenzialmente più preparata, è più distratta. Bisogna lavorare al massimo sulle proprie possibilità musicali e comunicative e in ogni caso, a prescindere dalle proprie capacità, occorre seminare di continuo. Ci vuole tempo e pazienza. Figure, posti e piattaforme che potrebbero valorizzarci sembrano irraggiungibili quando si arriva qui, ma con dedizione e un po’ di fortuna le cose possono cambiare. Per questo è necessario avere un piano per misurarsi con la vita di tutti i giorni e rimanere concentrati. Londra è poco accessibile e sostenibile a lungo termine, trovare tempo per dedicarsi ai propri progetti è già un lusso.

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Il tuo LP di debutto, Innerfin, uscito lo scorso maggio per la “1631 Records” contiene anche pezzi del tuo passato. Ci racconta com’è nato questo lavoro?

L’album è costituito da lavori composti negli ultimi due anni per diversi scopi, colonne sonore, collaborazioni e inediti. Sono stati 24 mesi con poche pause e praticamente zero possibilità di curare le uscite. Caricavo occasionalmente stralci di pezzi e qualche registrazione integrale sul mio SoundCloud ma in maniera non puntuale. Muoversi così in fretta, tra progetti talvolta poco omogenei tra loro, mi ha spinto a cercare una sintesi. Innerfin mi ha dato questa possibilità, ma è stato solo dopo aver raggruppato tutto quel materiale che ho riconosciuto il filo comune che lo legava e che mi ha condotto dove sono adesso. I brani che ho composto per completare il disco sono poi emersi quasi naturalmente, come una spontanea riflessione sul tragitto percorso. È stato un po’ come organizzare un album di foto.

Ho trovato il disco molto godibile, ha una progressione malinconica e meditativa ma con un fondo di “spensieratezza giocosa” tipica dell’infanzia. E’ solo una mia suggestione?

Ti ringrazio. Non ho riflettuto esattamente in questi termini ma la tua è una suggestione decisamente fondata. Talvolta capita che il processo creativo mi induca in uno stato di spensierata contemplazione. Cerco sempre di mantenere la mia musica emotivamente onesta, il che si traduce talvolta in ingenuità o impulsività, quasi infantili. Non è un caso che l’ultimo atto del disco culmini in toni più decisi. L’intera tracklist di Innerfin è organizzata come un percorso a spirale di emozioni che, sebbene si presti ad interpretazioni soggettive, rappresenta una mappa semi-cronologica di episodi e pensieri vissuti. Se la prima parte è connessa ai sentimenti che mi hanno portato a Londra, il finale riguarda il mio io più recente.

Dove hai registrato l’album e quali strumenti hai utilizzato?

Tutto il lavoro è stato scritto, registrato e mixato nel mio appartamento. Il mio piccolo pianoforte Yamaha e alcuni soft synth rappresentano la spina dorsale degli arrangiamenti. Dedico molta attenzione alla catena degli effetti applicata sul piano, concatenando pedali, granulators, distorsioni e riverberi. Queste scelte influenzano le composizioni in maniera determinante e sono spesso fatte già in fase di scrittura. Nel caso di Innerfin ho cercato di mantenere la produzione quanto più essenziale e spontanea possibile. Nei brani più delicati del disco ho anche cercato di enfatizzare imperfezioni e vari elementi di contesto come il tono della mia stanza, i miei spostamenti o anche il mio respiro.

Mi racconti come sei arrivato alla “1631 Recordings” di Mattias Nilsson e David Wenngren?

Sono stato contattato da 1631 Recordings lo scorso febbraio. Sebbene abbia appena compiuto il primo anno di attività è una etichetta che sta attirando molta attenzione su di sé. Conosco David, anche noto come Library Tapes, da circa due anni, mentre sapevo indirettamente di Matt per via della nostra sister label Kning Disk. Credo che il loro merito più grande sia stato quello di aver costruito rapidamente un catalogo di pubblicazioni corposo e di qualità, combinando inediti, compilation e ristampe. È stato David, dopo aver notato i miei sporadici uploads sul web, a propormi di organizzare una release. Dopo aver ascoltato una prima demo, mi hanno lasciato pieno controllo creativo! Sono davvero felice che Innerfin sia edito da 1631 e spero collaboreremo a lungo.

Sei ben inserito nel solco della cosiddetta “classica contemporanea”. E’ il suono che hai dentro oppure semplicemente ti interessava calcare questi territori, oppure magari una via di mezzo.

Direi 50/50. Quando scoprii questo universo musicale, circa sette anni fa, ne rimasi affascinato proprio per la sua non semplice catalogazione. Mi ci ritrovai immediatamente. Mi piaceva non dover scegliere da che parte stare, poter essere nel mezzo, tra classica ed elettronica. Col tempo presumo di aver inseguito e contemporaneamente scoperto un mio suono, sperimentando vari equilibri tra elementi naturali e sintetici. Mi piacerebbe vedere questo processo rinnovarsi sempre.

Nell’album c’è anche un remix ad opera di Glanko. Com’è nata questa collaborazione?

Il rapporto con Giuseppe Fallacara si estende ben oltre il professionale, è uno dei miei migliori amici! Nel 2012, prima che scoprissimo di essere conterranei, ci conoscemmo tramite SoundCloud. Mi propose una collaborazione all’interno di Telekommand, il suo EP di debutto, e ne fui subito entusiasta. I suoi lavori mi avevano lasciato a bocca aperta! A quel tempo, prima del grande salto, rilasciavo musica sotto il moniker Mote. Da allora abbiamo proseguito la nostra strada a strettissimo contatto, confrontandoci costantemente e collaborando in ogni occasione e modalità possibile. Con “Vardar” ho finalmente potuto offrirgli la prima possibilità di remixare un mio brano, dopo il mio rework per il suo singolo “2244” (Halbsicht Records) e vari lavori condivisi negli anni. È francamente uno dei talenti più limpidi che conosca, sono certo che non avrei avuto la stessa maturazione senza la sua influenza.

La cover dell’album (l’immagine di copertina di questa intervista) è stata realizzata da Cavallini Designer, un’altra italiana a Londra. Le hai dato indicazioni oppure il risultato è frutto del suo ascolto dell’album?

Mi piace pensare che la fortuna di una persona risieda nei talenti di cui si circonda. Giulia è uno di questi, il suo input professionale è stato vitale negli ultimi mesi tanto quanto la nostra amicizia. Di sicuro il fatto che fosse pienamente a conoscenza dei miei sentimenti nei confronti del disco o di singoli episodi che ne hanno determinato il processo creativo ha influenzato il suo lavoro. Desideravo che la cover rappresentasse la struttura circolare di Innerfin, ma per il resto le ho lasciato tutta la libertà possibile. Giulia è una di quelle persone che fanno sembrare tutto magicamente semplice. Abbiamo ascoltato l’album insieme e l’idea grafica non ha tardato ad arrivare.

Sei interessato al processo del remix? Potrebbe essere un modo per avvicinare alle tue sonorità originali un pubblico magari meno abituato alla classica contemporanea.

Assolutamente sì! Ne ho appena realizzato uno per Glanko e il nostro amico Daniel Bailey, ho reinterpretato un brano del loro EP “Isometrik” che sarà rilasciato a breve su Hidden Shoal. Mi piacerebbe vedere alcuni brani di Innerfin reinterpretati da musicisti completamente diversi da me, potrebbero offrire un’esperienza musicale nuova e differente. Al momento non ci abbiamo pensato concretamente, ma potrebbe essere un’idea.

Quali sono gli album che maggiormente hanno influenzato la tua crescita artistica?

Questa è una risposta che cambia di continuo! Oggi direi Max Richter – Memoryhouse, TrentemøllerInto The Great Wide Yonder, Ryuichi Sakamoto – 1996, Valentin Silvestrov – Bagatellen Und Serenaden.

Hai già in mente progetti per il futuro oppure anche collaborazioni artistiche da mettere in piedi?

La mia prossima uscita sarà una selezione curata per Headphone Commute con musica dal catalogo di 1631 Recordings. Il progetto includerà anche un monologo scritto da me e interpretato da Paul Drolet. Credo che Innerfin sia stato una tappa importante e necessaria, ma ho già voglia di tornare a scrivere. Al momento sono impegnato in alcuni progetti commerciali, ma ad Ottobre sarò a Bari per registrare una nuova collaborazione con Glanko e curare il nuovo quartetto d’archi del mio grande amico Bruno Sanfilippo. Mi piacerebbe avere musica nuova pronta per fine anno, magari con qualche altro concerto interessante nel frattempo.

Ci lasci un contenuto inedito per le pagine di Cheap Sound?

Certo! Abbiamo alcuni codici gratuiti per scaricare un brano di Innerfin, sono disponibili cliccando su www.marcocaricola.com/in-fdl.

 

Foto di Marianna Cardenio

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