Field, una splendida prima prova per i Blooming Iris

coverGioventù adorata!

Una statistica che mi sto inventando di sana pianta ora, ma che probabilmente si avvicina alla realtà molto più di quanto non faccia l’ISTAT, dimostra come il 40% delle band di ragazzi tra i diciassette e i vent’anni tenti la scalata al successo riproponendo la musica dei propri idoli (il 90% di questi idoli è anglofono e risale, in media, ai primi ’80) ed è, quindi, destinato a fallire. Secondo la stessa statistica il 30% di queste giovani band è più lungimirante e propone qualcosa di nuovo: un terzo di queste ha buone idee ma non le sa applicare; un altro terzo le sa applicare, ma non le sa vendere; l’ultimo terzo le sa anche vendere ed è una mina.
Il restante 30% di queste band è formato da un 3% che ha la famosa ‘botta de culo’ (o anche ‘sono uscito al momento giusto facendo l’unica cosa che so fare’) e da un 27% di immortali cover band più o meno capaci e/o credibili.
Bene.

Che c’entra questo discorso con i Blooming Iris? Assolutamente nulla.

I Blooming Iris sono una band di Roma la cui età media corrisponde alla metà esatta di quella di un qualsiasi gruppo italiano capace come loro. Parlo potabile: sono giovani, dannatamente giovani, e sono bravi, dannatamente bravi.
Il loro EP di esordio, Field, viene accolto favorevolmente dalla critica e da me, innamorato all’istante di tutte e cinque le tracce e più che convinto di dover far conoscere a tutti questa band splendida.
E’ certo da sottolineare come Nicolò Capozza (voce), Daniele Razzicchia (chitarra), Fabrizio Avizzano (chitarra), Guglielmo Sacco (basso) e Giordano Valdarchi (batteria), assieme, suonano molto – a tratti troppo – simili a una delle band che hanno segnato la mia gioventù, come gli Incubus, ma non cadiamo nei soliti luoghi comuni – ‘a te piacciono gli Incubus, quindi ti piacciono loro’.

Andiamo, quindi, a sciogliere il primo nodo riguardo questa band: l’intenzione, mi pare ovvio, non è quella di fare ‘gli Incubus de noantri’ (sennò siamo nel 40% fallimentare, vedi sopra), piuttosto di apprezzare, afferrare, alcuni tratti dei californiani, portarli nella propria musica e non fermarsi a quello splendido Rock anni ’90, ma andare avanti per giungere a un qualcosa che ancora deve essere, un qualcosa che in Field mi sembra solo embrionale.
A prova di ciò la quinta e ultima traccia dell’EP, l’intrusa, se vogliamo, quella palesemente diversa: Hello Wonderland!, un brano che lascia in modo eccezionale la voce al primo posto e viaggia tra caldi suoni elettronici e sognanti riff. Per quanto mi riguarda, se, effettivamente, la direzione della band è questa, potremmo assistere alla nascita di un unicum in Italia; un gruppo che, forse, il nostro Bel Paese non ha mai avuto.

Per quanto riguarda il resto del lavoro, signori, se vi piace il Rock anni ’90; se vi piace la voce pulita, limpida, che, tuttavia, a tratti non disdegna di graffiare, appuntita o piena a sua discrezione, dal grande range e mai fastidiosa; se vi piacciono le chitarre attente, sempre presenti, mai ‘prime donne’, gran lavoratrici e splendide modellatrici di dinamica, dal distorto al pulitissimo; se vi piacciono le ritmiche di palese stampo americano, più West Coast anni ’90 che altro, tuttavia piene di una contemporaneità splendida, degna di un Taylor Hawkins agli albori; se tutto questo è di vostro gusto, allora, sì, penso che Field dei Blooming Iris potrebbe essere uno dei vostri EP preferiti.
Le prime quattro tracce (lasciamo Hello Wonderland! da parte, come suggerito sopra) si sviluppano con una naturalezza disarmante, chiare quanto basta nella scrittura delle parti – e una menzione speciale penso debba essere fatta a Gian Marco Ciampa, produttore, assieme alla band, dell’EP – , entusiasmanti, splendidamente calcolate, tra stop, momenti asciutti e pieni, ariosi e frenesia.
Nulla infastidisce, nenche a un primo ascolto, durante il quale una felice sorpresa potrebbe essere la chiusura di Li(f)e –seconda traccia e primo singolo estratto.
E’ tutto perfettamente in armonia, anche l’andare fuori le righe rimane, in qualche modo, nei limiti del gradevole, del bello.

Un breve commento, anche se ne ho già parlato, vorrei dedicarlo alla voce di Nicolò Capozza: pazzesca. Sì, ok, questa ve la devo, è identico al Brandon Boyd di A crow left of the murder… e seguenti, però, parliamone: è Brandon Boyd, non è James Hetfield, Kurt Cobain o Chad Kroeger (detto con l’immenso amore che provo per tutti e tre). Cioè, anche fosse: sti cazzi.
Canta bene, ha grandi dinamiche, modula da paura, è espressiva, stupisce, emoziona. E’ una grande voce.
Trovo, tuttavia, complice la giovane età, debba ancora evolversi; trovo debba ancora trovare la propria strada, quella vera, quella dell’originalità. E’ una delle poche voci che, a un primo mio ascolto, mi ha fatto pensare ‘può’.
Il ragazzo può fare, decisamente, molto di più, molto altro, molto meglio.
Se poi la via dei Blooming Iris sarà quella pronosticata, senza dubbio dovremmo aspettarci un qualcosa di splendido da questo cantante.

Penso dovremmo aspettarci un qualcosa di bello dalla band tutta, penso che dovreste seguirli un po’ ovunque. Penso dovreste scaricare l’EP – in free download – cliccando QUI e penso dovreste venirli a sentire il 10 gennaio a La Tua Fottuta Musica Alternativa.

Hanno le palle, mi piacciono un botto e sono giovani.

Sono il fan numero uno e dovreste esserlo anche voi.

 

R’n’R

 GF

 

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