Fight.Noize #1| Familiar to Milions

Combattere il rumore. Una battaglia che porto avanti dal liceo e, più di recente, la strada che ho scelto di percorrere nella vita. Tutti conosciamo la definizione di “rumore”, ma siamo realmente in grado di riconoscerlo?

Non si tratta solo di acustica, o di un buon orecchio, ma di riuscire a distinguere ciò che è rilevante e profondo da quello che, al contrario, ci impedisce di essere noi stessi. La musica, e l’arte, da sempre danno voce a quello spiritò di libertà che risiede dentro ognuno di noi, e negli ultimi 50 anni è stata in grado di cambiare radicalmente il nostro stile di vita. L’Italia ha il patrimonio artistico/culturale più imponente del mondo, ma da troppo tempo restiamo a guardare mentre la classe dirigente lo sgretola anno dopo anno. Ho passato l’estate 2016 lavorando a vari festival in giro per l’Inghilterra, e dopo aver vissuto in prima persona la loro promozione di attività culturali, ho capito che in casa nostra abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo lottare per tutto ciò che ci fa sentire liberi, come l’arte, in qualunque forma essa si presenti. fight noize.

Avrei voluto cominciare quest’articolo con un numero: una di quelle cifre da capogiro che, quando associate ad un particolare evento, oggetto, etc., lasciano stupiti, perplessi, se non arrabbiati. Mi spiego con un esempio:

62.

Il numero di persone che gestiscono una ricchezza pari al 54% del patrimonio appartenente al resto della popolazione mondiale (dati Oxfam). Spero siate arrabbiati, quanto meno perplessi, e non troppo stupiti.

Ecco, io mi ero proposto di fare la stessa cosa con il numero di festival (di musica, chiaro) che si tengono durante l’estate in Inghilterra. Il problema è che non esiste un numero ufficiale! La ricerca è cominciata scaricando il “Market Report 2015/2016” pubblicato dalla FestivalAwards (tipo la Academy per festival qui in the UK), fino ad arrivare alla tragica googleata “numero di festival esatto in Inghilterra durante l’estate”. Il server è imploso. L’unica lista semi-esaustiva che sono riuscito a trovare, ovviamente, è stata pubblicata su Wikipedia: un catalogo suddiviso per generi (dal folk al math-rock), ed una serie di nomi così lunga che ho capito perché nessuno li abbia mai contati. Per non farsi mancare nulla, esistono anche i festival per tribute band: solo tribute band (Glastonbudget!). Ogni week-end (a volte per più giorni) tra giugno e settembre, in Inghilterra, ci sono almeno 400,000 ragazzi semi-coscienti sparsi fra laghi, colline e foreste, da Manchester a Londra.

Ora vi starete chiedendo: perché ho preso questo tema così a cuore? Vi risponderò, questa volta sì, con un numero:

20.

Il numero (medio) di festival che, secondo la blogosfera e altri massimi esponenti del nostro tempo, vale la pena di frequentare in Italia durante la stagione estiva. Bisogna aggiungere che questa cifra include eventi di durata intorno alle due settimane (Rock ‘n Roma, Lucca Summer Fest, etc.) con concerti che a volte sono separati da giorni interi. Non posso dire di essere stato ad un festival se ho visto due concerti in tre settimane. Il festival è una roba tipo Woodstock; ovviamente oggi quella è un’utopia, e quindi ecco l’Ippodromo delle Capannelle e Villa Ada.

Dopo aver passato l’estate lavorando come steward a sei di questi british festivals (Isle of Wight, NASS, Latitude, Camp Bestival, BoomTown Fair e Reading) ho deciso di indagare e provare a capire perché in Italia non esista la stessa possibilità. Con questo non voglio dire che in casa nostra non si possa passare tutta la stagione in costume da bagno ballando da un festival all’altro, la scelta però è ridottissima, l’organizzazione poco coesa e se non si vuole preparare drink per tre mesi, entrare nel circuito in ambito lavorativo non è così semplice. Per capirci: sono riuscito a trovare lavoro inserendo nel campo di ricerche di Google: “work festivals UK”. Provate a fare lo stesso per l’Italia e potreste ritrovarvi alla sagra del libro esoterico di qualche borgo molisano.

La scena musicale (di festival) inglese, però, non è tutta rosa e fiori, mentre quella italiana è in grado di offrire panorami (in senso letterale e non) che i britannici possono vedere solo in cartolina (Vasto Siren Festival anyone?). Dai Beatles, passando per il punk, fino ad arrivare a Glastonbury, però, l’impulso culturale/musicale (almeno in Europa, fuck Brexit) è sempre partito dall’Inghilterra (lasciatemi stare con il krautrock e la techno berlinese), se pure negli ultimi anni altri paesi stanno cercando di contendersi il trono: basti pensare alla Spagna (FIB, Sonar, Primavera) o addirittura all’Ungheria con il suo ormai celebre Sziget. Del resto, se gli inglesi riescono ad organizzare suddetta stagione di festival, nonostante per loro l’estate costituisca un arco temporale più che una realtà climatica, di cosa devono aver paura le controparti mediterranee?

L’Italia (penso soprattutto al Club2Club di Torino, che però si svolge a novembre), almeno in prospettiva, non ha nulla da invidiare alle rivali europee, ma qui, nel mio piccolo, proverò a spiegare perché e quanto sia ancora vasto il gap che ci separa da una “cultura musicale coesa” (che includa distributori, promotori, organizzatori, gestori, artisti, pubblico, etc.) come quella registrata oltre manica. I criteri di paragone, e i dati da considerare, sono troppi per poter essere analizzati tutti in questo articolo, quindi mi limiterò ai 3 che, meglio di altri, descrivono le differenze tra la “festival season” inglese e i “festival” italiani.

Nella stagione 2015/2016 ben 27.7 milioni di “turisti musicali” hanno preso parte ad eventi svoltisi in Inghilterra. Questo vuol dire una media di 75,890 persone al giorno che vanno ad un concerto. Se consideriamo che solo Glastonbury ne attira 140,000, si comincia a capire come la macchina dei festival contribuisca all’economia del settore in maniera preponderante. Nel Regno Unito, un festival di 15,000/20,000 persone viene considerato piccolo: in Italia, il Siren Festival (uno dei migliori a mio avviso) si “accontenta” di essere un boutique festival che accomoda 3,000/5,000 persone, e di raggiungere il break even. Nel corso delle mie ricerche ho scovato un’intervista fatta da sentireascoltare.com (http://sentireascoltare.com/articoli/siren-festival-intervista-a-pietro-fuccio-dna-concerti-2016/) a Pietro Fuccio (DNA Concerti), una delle menti dietro il V.S.F., in cui si parla proprio di tutti gli ostacoli che un organizzatore italiano si trova ad affrontare se vuole promuovere un evento con una visione musicale unitaria.

Il secondo criterio di paragone non è un numero ma un dato di fatto: la burocrazia. Sempre nell’intervista sopra citata, Fuccio spiega come la burocrazia sia il primo muro da abbattere se si voglia organizzare un evento di una certa risonanza culturale nel nostro paese. Ottenere spazi, licenze e permessi (per qualunque settore, a dire il vero) è da sempre lo spauracchio di ogni imprenditore italiano. In Inghilterra, al contrario, i terreni dove si svolgono i festival vengono dati in concessione (gratis!) ai vari organizzatori (come la Festival Republic) da parte di Lord e altri nobili, e gli vengono restituiti meglio di com’erano stati trovati, per far sì che il processo possa ripetersi l’anno dopo. Mi viene in mente il tour dei Radiohead per The King of Limbs: chiesero il permesso a vari comuni italiani per poter suonare in piazze storiche, un evento che farebbe venire l’acquolina ad ogni appassionato di buona… agli appassionati del buono in generale, ma che purtroppo non ha avuto un riscontro all’altezza. Per quanto riguarda licenze come quella dell’alcol, in Inghilterra queste non vengono rilasciate al festival stesso, ma a quelle piccole/medie compagnie che pagano per essere presenti al festival, quindi la responsabilità ricade su di loro, e non sull’organizzazione. Stesso vale per lo staff, la security, chi monta i palchi, e chi vende i gelati. Sono sempre le stesse compagnie per tutti i festival: un’infrastruttura che si propone di organizzare eventi sempre più interessanti e coinvolgenti, in maniera coesa e unitaria. E’ più facile organizzare un festival se sono disponibili aziende specializzate nel tipo di servizio che intendo offrire.

Ultimo spunto, e forse anche il più rilevante: come vengono finanziati i festival nei due paesi? Abbiamo già detto che in Inghilterra vari commercianti e rivenditori pagano una sorta di “affitto” all’organizzazione del festival. Anche tutto il resto dei finanziamenti proviene dal settore privato, ovvero brand che decidono di investire sull’evento. In Italia si ricorre per lo più a sovvenzionamenti pubblici e, nella maggior parte dei casi, i festival di musica popolare (o di arti figurative in generale) non vengono considerati degni di sussidi statali. Qui si tratta non solo di blasfemia culturale, ma anche economica: un festival è una macchina da milioni di dollari/sterline/euro, che produce lavoro, porta le persone vicine al cuore della loro cultura, ed influenza in maniera assolutamente positiva la regione in cui si svolge. Penso a Reading in Inghilterra: facilmente uno dei posti più brutti che esistano in Europa, dove nessuno dovrebbe mai metter piede se non costretto dalla vita. Qui gli inglesi hanno deciso di ospitare uno dei festival internazionali più grandi del mondo, con una line-up stellare, per poter risollevare le sorti di una zona in grossa difficoltà economica e sociale.

Si potrebbe parlare del tipo di consumatori che frequentano tali eventi, del loro stipendio medio e quanto spendono ad un concerto, del prezzo dei biglietti, delle tasse che pagano le imprese, etc., ma questa diventerebbe una tesi universitaria, quindi proverò a concludere con una modesta riflessione. L’industria musicale inglese, e più nello specifico quella legata ai festival, non è perfetta, ma, citando un celebre live album degli Oasis, è familiar to milions, perché, come i propri artisti, questa fa parte del bagaglio culturale del paese. E noi italiani, abbiamo la stessa consapevolezza?

NB:

I numeri, sia per l’Inghilterra che per l’Italia, si riferiscono a rassegne internazionali, quindi non vengono considerati raduni quali l’ArianoFolkFestival.

I dati provengono dal Market Report 2015/2016 pubblicato dalla UK Festival Awards & Conference 2016, e dal sito della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana – http://www.fimi.it/dati-mercato ) per quanto riguarda l’Italia.

Ed ecco, per concludere, ecco un video/esempio di quello che già si fa e ancora si può ottenere qui in Italia:

Di Francesco Chiappetta

1 Comment

  • Interessante resoconto della situazione, la crisi artistico-musicale italiana è qualcosa a cui metter fine. Speriamo succeda prima che i Radiohead invecchino.

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