Fight.Noize #2| History Lesson (2016)

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E’ passato più di un mese, troppo, dal primo articolo per Cheap Sound. Devo ammettere che avrei voluto farla finita… con il 2016. Proprio come i Dandy Warhols inneggiano nel brano “Sleep (forever)”, ho chiuso gli occhi prima del freddo halloween londinese, fiducioso di risvegliarmi nell’anno nuovo (ed evitare anche la domanda più temuta da ogni romano: “tu cosa fai a capodanno?”) ma sono arrivato solo a metà dicembre.

Per ingannare il tempo, quindi, ho deciso di capire se e come gli eventi quanto meno eclatanti del 2016 (per chi fosse rimasto a letto per  più tempo di me: Trump sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti dopo aver vinto l’edizione americana di X Factor, a colpi di referendum in Italia si fanno cadere governi, mentre su Google gli inglesi hanno dichiarato di non sapere cos’è l’Europa e, per non farci mancare nulla, Di Caprio in versione Michael Moore ha fatto sapere che tempo di arrivare alla pensione, vi sono buone probabilità di raggiungere un clima medio del pianeta pari a quello di Roma ad agosto, e non è un bel posto) possano collegarsi a quello che ascoltiamo e, più in generale, allo stato dell’industria discografica. Del resto, la musica è riflesso della cultura di una società, come lo possono essere le elezioni politiche, e quindi forse ha senso che a visitare il nuovo presidente eletto degli USA ci sia andato Kanye West e non uno come Father John Misty, o Jack White.

La musica, intesa come riflesso di un periodo storico e/o di sentimenti che appartengono ad una coscienza comune (basti pensare al punk di fine anni ’70 in Inghilterra) è l’incontro tra la personalità di un individuo e la complessità del mondo che lo circonda. Questo incontro, molto spesso conflittuale, richiede la completa onestà da parte dell’individuo (musicista/artista), che altrimenti produrrebbe semplice intrattenimento, e non arte. Questo è il motivo principale per cui la musica, e l’arte più in generale, sono uno specchio fedele della realtà in cui viviamo, permettendoci di valorizzare le nostre differenze, non dimenticando l’importanza di ciò che ci accomuna (si guardi a tutto il movimento degli anni ’60). Non si limita

Detto questo, e guardando indietro al 2016, sarebbe lecito cominciare a pensare seriamente alla vita su Marte. Da un punto di vista musicale: abbiamo perso Leonard Cohen e David Bowie, per fortuna hanno invece ritrovato il Nobel che dovevano dare a Dylan nel ’68, e l’evergreen W.A. Mozart è in cima alla classifica degli album più venduti in America. Starete pensando che per uno dei maestri della storia della musica questo sia un risultato più che legittimo, se non confortante, per lo stato della cultura (musicale), e lo sarebbe senz’altro, se non fosse per la mancanza di “competizione”. La verità è che la musica classica è uno dei pochi generi che ancora realizza un buon numero di vendite di copie fisiche di un prodotto (e chi lo compra di solito si trova anche in un’età dove 1. se lo può permettere e 2. non ha voglia di imparare a scaricare, masterizzare, etc.), tutto il resto si ascolta gratis tramite download o streaming. Infatti Drake è al primo posto della classifica degli stream praticamente in tutto il mondo.

Per inciso: l’album che ha venduto più copie nel mercato musicale più grande del mondo (USA) ha raggiunto la cifra di un milione e mezzo di copie ed era un box-set, una collezione completa di opere di Mozart, che difficilmente mio nonno riuscirebbe a scaricare tramite torrent (e neanche io onestamente).

Le nuove tendenze di ascolto tramite piattaforme gratuite mi hanno portato a riflettere sulla necessaria trasformazione che ha caratterizzato l’intera industria musicale in tempi recenti. Fino a 10/15 anni fa, lo schema più semplice per descrivere il percorso che un brano percorreva fino al suo pubblico, era questo: musicista – etichetta discografica – ascoltatore.

Adesso è leggermente più complesso: musicista – etichetta/youtube/spotify/applemusic/torrent/facebook/soundcloud/blogacaso – ascoltatore.

Questo cambiamento (dovuto prevalentemente all’esplosione di internet) ha costretto etichette, promoter, e tutti gli altri componenti dell’industria a ricercare nuove fonti di introiti, ossia gli eventi live sponsorizzati. Non è un caso che sempre negli ultimi 15 anni, si sia più che decuplicato il numero di festival in circolazione, per non parlare di world tour, apparizioni in TV (se non live, in playback, o quanto meno colonna sonora di una pubblicità), concerti in acustico, in radio, meet & greet, photo-shoot, etc. Questi eventi, frequentati da milioni di persone in tutto il mondo ogni anno, sono diventati delle colossali occasioni per fare product placement da parte delle aziende (c’è stato un momento in cui il prodotto dava addirittura il nome al festival, penso a te Heineiken Jammin’). Come in qualunque altro settore dove entrano in gioco società di capitali, quelle compagnie che hanno investito in un evento live hanno tutta l’intenzione di massimizzare i profitti ricavabili da esso, altrimenti si tratterebbe non di aziende ma di filantropi della cultura.

La sponsorizzazione della scena live da parte di privati rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato la qualità di un evento sarà in media abbastanza elevata (status dell’artista, qualità del suono, effetti visivi, servizi, etc.), dall’altro cala enormemente la differenza tra i vari eventi (prodotti) offerti, visto che ognuno di questi prova ad attrarre il maggior numero di consumatori possibile. Come quando a Via del Corso vedi solo Zara e H&M. E proprio come in uno di questi negozi, compriamo qualcosa di qualità media, a loro costata uno e, a noi, rivenduta a dieci.

La scorsa settimana si è esibito qui a Londra Nicolas Jaar (in tour per promuovere il suo ultimo album, Sirens, uno dei migliori di questo 2016 povero di buone notizie), sicuramente uno degli eventi più memorabili dell’anno, per chiunque fosse riuscito ad abbattere il muro del suono ed acquistare i biglietti prima che andassero sold-out in 32 secondi netti, con un’inflazione del prezzo del 200%. I primi di ottobre, e due minuti dopo la messa in vendita, gli unici biglietti rimasti erano in mano a rivenditori secondari alla modica cifra di 185£. Io capisco il bisogno di sostenere un’artista, ma così la sua arte non raggiunge nessuno, anzi, è come avergli messo sopra un’etichetta che dice “solo per chi se lo può permettere” (andare ad un concerto diventa un discorso classista!). Questo problema si collega ad un altro dei meravigliosi scandali con cui il 2016 ha deciso di deliziarci fino all’ultimo: quello del ticket touting, ovvero il mercato dei biglietti parallelo a quello autorizzato. Vi rimando ad un articolo di Giovanni Ansaldo per una spiegazione sul fenomeno del secondary ticketing, che ovviamente riguarda anche l’Italia.

Per i fini dell’articolo, però, quello che mi preme è come questo processo di esclusione di parte di una società, dalle attività che sono per essa rilevanti ai fini della sua crescita e sviluppo (prevalentemente tramite strumenti economici tipici del capitalismo) impedisca all’arte di svolgere il proprio ruolo, come descritto sopra. Un esempio, ritornando su Sirens di Jaar: questo lavoro nasce dalla sua ricerca sul grado di rilevanza ed influenza della musica dance (che per lui e molti altri artisti contemporanei nasce con il jazz) a livello sociale e politico (questo è il link con l’intervista integrale su pitchfork ). Dubito il suo messaggio fosse destinato a chi è riuscito a pagare il prezzo assurdo del biglietto. Se Woodstock avesse avuto un prezzo di 400$ per il weekend, sarebbe diventato un evento per lo stesso establishment al quale si opponeva il festival. Questo è un problema, per chi non sopporta il “rumore”, che va affrontato al più presto, non solo per salvaguardare la scena live (musicale), ma anche per dimostrare che la diffusione dell’arte e della cultura non possono essere determinate da differenze di prezzo.

Dal momento in cui le label sono diventate compagnie enormi, l’industria discografica è colata a picco, insieme alla qualità media di quello che si ascolta tramite i media principali. Vorrei che oltre alla disponibilità economica di comprarmi cd e vinili, non mi togliessero anche quella di andare ad un concerto. In Italia, da questo punto di vista, si erano fatti dei buoni passi avanti grazie ad un emendamento proposto al parlamento contro il bagarinaggio online, da essere approvato entro il 31 dicembre: vista la stabilità politica dell’ultimo periodo, nutro poche speranze che questo avvenga. Nel mentre in Inghilterra, dove al governo si negano i benefici culturali portati alla comunità dagli eventi di musica live, non tira un’aria migliore. Almeno in America, Obama, che rimpiangeremo sempre di più, ha da poco posto la firma su una legge che vieta l’utilizzo di programmi che permettono l’acquisto in massa di biglietti online (quelli utilizzati dai rivenditori secondari per aggirare i blocchi posti dagli organizzatori), non risolvendo del tutto il problema, ma è sicuramente la strada giusta da intraprendere.

La musica live rappresenta uno di quei pochi momenti di vero ed onesto intrattenimento, e vorrei che fosse sempre accessibile a chiunque ne abbia l’interesse, e questo è un risultato ottenibile anche offrendo la miglior qualità del servizio possibile. Non rimane che sperare nel 2017, citando John Lennon: “let’s hope it’s a good one without any fear” (purtroppo John, “xmas is here [but] the war is[n’t] over”).

 P.S.

Per chi ancora non avesse ancora capito cosa fare fino al 2017, per favore andate ad ascoltare Sirens di Nicolas Jaar.

di Francesco Chiappetta

 

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