Fight.Noize #3|Selling Out

La musica ai tempi del capitalismo

In questo appuntamento di Fight.Noize provo a delineare il rapporto che intercorre tra un artista (indipendente e non) e i vari strumenti di cui dispone per la diffusione della sua musica, dall’operato dell’etichetta per cui ha firmato, alle piattaforme di streaming come Spotify. Nello specifico, cerco di analizzare la distribuzione dei guadagni (provenienti dalla vendita in copia fisica o digitale, incluso lo streaming, di singoli brani o album) tra musicisti, etichette e rivenditori/distributori. Ovviamente, tutto questo avviene all’interno di un sistema economico che oramai pervade quasi ogni aspetto della nostra vita: il capitalismo.

Siamo solo alla fine di gennaio e già ho fallito nella realizzazione del mio unico buon proposito per l’anno nuovo: essere meno critico, più ottimista e soprattutto più propositivo. Forse c’è ancora tempo per essere propositivi, l’ottimismo, però, va e viene come i componenti della giunta Raggi, ed essere meno critici nella settimana tra il blue monday e l’inaugurazione di Trump riesce difficile. Restando in Trumplandia: la notizia musicale della settimana è sicuramente la cancellazione del concerto in onore del Presidente da parte della tribute-band di Springsteen, causa “il troppo rispetto nei confronti di Bruce e la E-Street” (che ovviamente ne nutrono pochissimo per il vecchio Donald).

A farmi diventare blu, però, non sono stati il lunedì o l’incoronazione del clown, piuttosto la ricerca su come e quanto impieghi un solo artist a guadagnare il minimo salariale, prima negli Stati Uniti (1,260$) e poi in Italia. Non ho inserito una cifra dopo il nostro bel paese perché in Italia, una legge che indichi uno stipendio minimo, indipendente dalla tipologia di lavoro, non esiste. Abbiamo invece dei fantomatici minimi sindacali fissati da contratti collettivi: per scoprire quali sono dovreste andare sul sito del CNEL, e quindi non scoprire un bel niente (alla faccia della trasparenza nelle amministrazioni pubbliche). Un contratto collettivo per musicisti e/o artisti, comunque, non esiste (non vorrete mica considerare arte e musica una categoria di lavoro?), risultando, almeno per quanto riguarda la propria retribuzione, in una protezione legale limitatissima.

Nell’ultimo articolo ho parlato della principale fonte di guadagno per musicisti (e non) ai tempi dello streaming: concerti ed altre apparizioni live. Il ventaglio di opzioni disponibili agli artisti, in teoria, è molto più ampio, come mostrato in maniera fantastica da questo grafico, pubblicato sul sito informationisbeautiful.net:

16216044_10158117342085383_704324245_n
fonte sito informationisbeautiful.net

La prima parte del grafico mostra quanto artisti, rivenditori/distributori, ed etichette guadagnino (al lordo delle spese) dalla vendita di un prodotto (EP, LP, etc.) tramite diverse piattaforme, dal CD auto-stampato, al download del singolo brano su iTunes. Per capirci, l’aspirante rockstar americana Frank C, ancora in cerca di contratto, dovrà vendere 105 CD (distribuiti da lui stesso o amici volenterosi) a 12$ l’uno, per raggiungere l’ambita minimum wage a fine mese. Frank trova tutto il procedimento troppo dispendioso, decidendo così di approdare su bandcamp: adesso il suo album dovrà essere scaricato 148 volte al prezzo di 10$ (il prezzo è sempre inferiore per il formato digitale) ed il sito tratterrà il 15% del ricavato per ricoprire le spese. Onesto. Contro ogni aspettativa la reazione sui social è incontenibile, “è il nuovo pagina di”, le major combattono per averlo nei loro roster, e lui, galvanizzato, firma. A questo punto l’etichetta tratterrà il 47% (contratto standard) sugli introiti per ogni unità venduta, rivenditori e distributori il 30%, e a chi effettivamente fa il musicista andrà il restante 23%. Mantenendo il prezzo dell’album a 12$, bisognerà venderne 457 copie per ottenere lo stesso risultato dell’auto-distribuzione.

Mettiamo le cose in prospettiva: il disco d’oro (vinto di recente dai The Giornalisti), in Italia, si riconosce a chi vende 25,000 copie di un disco (dalla data della sua uscita), segno anche di una notorietà estesa in tutto il Paese. La maggior parte dei musicisti nostrani fatica a piazzarne 50, al mese, e forse anche nella vita.

Per quanto riguarda gli introiti provenienti dai servizi di streaming, basti parlare di Spotify, la piattaforma (dedicata esclusivamente alla musica) più utilizzata, con 75 milioni di utenti registrati. Il nostro Frank, che ha irrimediabilmente venduto l’anima al diavolo, per portare a casa il sudatissimo salario, sempre minimo, tramite le moderne tecnologie, dovrà sperare che un suo brano venga riprodotto in streaming la bellezza di 1,117,021 volte (0.0011$ per singolo ascolto). Riescono nell’impresa solo l’1,5% degli artisti sotto contratto presenti su Spotify: i Coldplay, Bruno Mars & co.

Tornando a guardare in casa nostra, Letizia Bognanni di rockit.it ha già scritto un pezzo molto interessante sulla possibilità di vivere come musicisti in Italia. Alla fine dei giochi, un musicista medio riesce a guadagnare 900 euro al mese (netti), più o meno l’equivalente del minimo salariale americano. La differenza sta nel fatto che in quei 900 euro non sono inclusi solo i proventi degli album venduti o dello streaming, ma anche quelli dei live e addirittura da altri lavori connessi a quello del musicista (fonico, insegnante, se hai fortuna produttore, etc.). Letizia, però, non distingue tra musicisti sotto contratto e quelli indipendenti, differenza fondamentale per chi aspira a questo tipo di carriera. L’articolo chiude dicendo “è possibile vivere in Italia facendo il musicista”, io avrei scritto che è possibile sopravvivere, che non è proprio la stessa cosa. Lo stipendio medio del musicista sarà pure in linea con il resto dei lavori in campo culturale, ciò non vuol dire che vada bene così.

Ora che avete capito quanto poco guadagni un musicista (in Italia e non), bisogna analizzare la radice del problema: mentre artisti, etichette e rivenditori hanno diritto al giusto compenso per il loro lavoro di produzione e distribuzione, l’ascoltatore ha il diritto di scegliere il metodo a lui più conveniente per il “consumo” di musica. Come si proteggono gli interessi di tutte le parti in causa? Meglio, come tutelare artisti e consumatori (parti “deboli” nella stipulazione di un contratto) ai tempi delle grandi imprese e massimizzazione dei profitti?

Io partirei riconoscendo agli artisti un compenso minimo per il proprio lavoro, a prescindere dal numero di vendite relizzate. Poi, visto che lo streaming rimarrà lo strumento più utilizzato per la riproduzione di musica, ottimizzerei questo tipo di servizio. Tornando all’esempio di Spotify: andrebbe eliminato il servizio gratuito alimentato dalle pubblicità (che causa ingenti perdite alla compagnia, e non permette a quest’ultima di versare un giusto compenso agli artisti, come spiega questo articolo su Wired); poi aggiusterei il prezzo dell’abbonamento mensile in modo da attirare più utenti paganti possibili, perché il consumatore deve accedere all’arte a prezzi ragionevoli, ma deve anche capire che quest’ultima è frutto di un lavoro faticoso come qualunque altro, e va retribuito.

Musica, capitalismo e libertà: non è il nome della prossima mostra di Banksy, bensì il mondo in cui viviamo (per alcuni senza libertà). Sta a noi decidere se cambiarlo o meno.

Per chiudere, vi lascio alla poesia di Kate Tempest, un’artista calata nella realtà del nostro tempo, che non scende a compromessi quando si tratta di descrivere il caos che ci circonda:

2 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *