Fight.Noize #7|Indie..niente (1a parte)

I tre giganti dell'industria discografica globale.

Indie: termine comunemente, ed erroneamente, usato per descrivere un genere musicale, apparentemente lontano dal mainstream, o musica pop. Esiste la musica indipendente, e l’aggettivo serve a descrivere il metodo di produzione e l’approccio all’industria, non le sonorità dell’artista. L’indie non è un genere. Indie non vuol dire niente.

Warner, Universal, Sony. Questi i tre colossi, le cosiddette major, che insieme coprono il 90% del mercato musicale globale: praticamente l’OPEC della musica, non un vero e proprio cartello, ma sicuramente un oligopolio. Quando non si è prodotti, promossi, e/o distribuiti da una di queste multinazionali, si appartiene a quel minuscolo 10% che rappresenta la categoria dei musicisti indipendenti. Non ho mai superato matematica finanziaria all’università, ma sono abbastanza sicuro che la probabilità che voi stiate ascoltando musica indipendente in questo momento, sia di uno su dieci. Un classico esempio di libero mercato, per pochi.

Queste 3 compagnie, che fanno parte del RIAA (Recording Industry Association of America), ennesimo conglomerato di lobbisti, figli dello sfrenato capitalismo americano, operano anche in Italia (sotto la veste di ‘Universal Music Group Italia’, etc.). Wave Traps dei John Canoe, prodotto da Bomba Dischi, è distribuito dalla Universal. Uno dei miei gruppi preferiti sul panorama della musica italiana, commercializzato da una delle compagnie da cui le etichette indipendenti sembra vogliano assolutamente differenziarsi. Questa appare come una contraddizione, una mossa economica incoerente con i principi alla base di un’etichetta indipendente: solo se consideriamo queste etichette come qualcosa di diverso rispetto alla loro natura, ovvero quella di aziende, più piccole (molto) rispetto alle major, ma sicuramente non non-profit. ‘Indipendente’ non è senz’altro un sinonimo di qualità, ma uno status (di sicura inferiorità economica e strutturale rispetto alla Sony, per esempio).

Questo è un altro grande problema causato dall’uso improprio del termine indie. L’indipendenza da un qualsivoglia soggetto, presuppone una contrapposizione rispetto a quel soggetto: le etichette indipendenti e le major non sono, e non devono, essere in contrapposizione. Nel nostro sistema economico, le multinazionali la fanno da padrone in quanto ad infrastrutture e capitali, sono le piccole imprese, però, quelle ad essere più vicine alla realtà culturale/musicale di un determinato luogo. Da queste differenze dovrebbe scaturire una collaborazione.

Le quote di mercato relative all'industria discografica.
Le quote di mercato relative all’industria discografica.

Nel 1975, i sociologi Peterson e Berger proposero una tesi che poneva al centro dell’innovazione musicale proprio le etichette indipendenti, sin dalla loro prima apparizione agli inizi degli anni cinquanta, gli albori del rock and roll, quando la Sun Records pubblicò i primi lavori di Elvis Presley. Da qui la contrapposizione alle major, che invece erano il motore economico dell’industria musicale. Ricerche successive hanno invece condotto all’ipotesi che il mondo della musica ‘indipendente’ e di quella ‘commerciale’ siano due facce della stessa medaglia, con una specifica divisione dei ruoli, come sostiene ad esempio Keith Negus, professore di musicologia alla Goldsmith di Londra. In questo senso, alle etichette indipendenti spetterebbe il compito di scovare nuovi talenti in ambiti ‘sottoculturali’, mentre alle major verrebbe lasciato il compito di far arrivare questi artisti al grande pubblico, trasformando così l’underground in mainstream, come avvenuto ai Nirvana, il grunge, e la Sub Pop Records. Quest’ultima sembra essere la teoria più condivisibile, in quanto è evidente, anche al più disattento degli appassionati di musica, come funzioni l’industria: registri un disco, piace a qualcuno, un produttore vede il potenziale, lo rielabora, lo confeziona, e lo restituisce al pubblico in un formato monetizzabile.

Spero di essere riuscito nell’intento di spiegare come la parola indie sia quasi del tutto priva di significato. In questa prima parte ho analizzato il rapporto di dipendenza che lega, in realtà, etichette indipendenti e major. La definizione erronea che attribuiamo all’indie, però, offre altri spazi di riflessione: indie non è sinonimo di sconosciuto, o qualità, così come major non è sinonimo di commerciale. Indie non equivale ad integrità artistica, o libertà di espressione. Indie non vuol dire niente.

Continueremo a parlarne nel prossimo numero di FN.

‘Forma la sua band, fonda un’etichetta, e costruisce la sua fabbrica per stampare vinili: produzione, promozione, e distribuzione. Jack White, un vero artista indipendente.’

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