Fight.Noize #6 | 9 Songs

Per l’appuntamento con Fight.Noize di questo mese ho deciso di proporre qualcosa di diverso: raccontare le nove canzoni che mi hanno portato a ‘combattere’ contro il rumore (o i mulini a vento, secondo diversi punti di vista). Queste canzoni potrebbero essere la mia biografia o, meglio, quelle che il mio ego vorrebbe fossero parte della mia storia personale.

I più sagaci fra di voi avranno già realizzato che la struttura per questo articolo è stata liberamente copiata da 9 Songs di Michael Winterbottom. Il film, uscito nel 2004, è una storia d’amore scandita, appunto, da nove canzoni, che i due amanti ascoltano frequentando i rispettivi concerti. Il vero tema della pellicola, però, è l’amore che il regista (già autore di 24 hour party people) prova per la musica. Più o meno sullo stesso piano si pone 31 Songs: racconti di uno dei miei scrittori preferiti, Nick Hornby, ma nessuno avrebbe mai letto un articolo lungo trentuno canzoni, specialmente nell’epoca in cui la soglia d’attenzione di una persona media equivale a quella di un ragazzino di sette anni. Non intendo mancare di rispetto ai più piccoli, che forse, dopo aver letto, qualcosina se la ricordano. In entrambe i casi, meglio queste di citazioni rispetto ai più recenti e deludentissimi Song to Song di Terence Malik (da cui ci si aspettava molto di più, visti regista e cast) o ‘Trallallero Land’ di quell’altro.

Detto questo, ecco a voi le nove canzoni che mi hanno preso per mano e portato dove mi trovo ora (e non ho neanche avuto bisogno di Google Maps per arrivarci):

1 Whatever happened to my rock ‘n roll? – Black Rebel Motorcycle Club – 2000

Il primo brano di questa mini playlist è anche il pezzo sul quale si apre il film di Winterbottom, e quello attraverso il quale ho deciso in via definitiva di vendere l’anima alla musica e, più nello specifico, al rock ‘n roll. Nell’epoca delle Spice Girls e degli album più brutti degli Oasis, i BRMC, e altre band come gli Strokes, riportarono il garage rock sulle vette delle classifiche mondiali, influenzando in maniera significativa il sound del rock a venire. A diciassette anni dalla sua uscita, la domanda posta dal titolo della canzone sorge ancora più spontanea.

Black Rebel Motorcycle Club (BRMC) play at The Wiltern in Los Angeles, CA, on Saturday 1 June 2013.
Black Rebel Motorcycle Club (BRMC) play at The Wiltern in Los Angeles, CA, on Saturday 1 June 2013.

2 Don’t mind people grinnin’ in your face – Son House – 1965

La scoperta di questa traccia incredibile la devo ad uno dei miei miti assoluti, tra i musicisti rock migliori di sempre, Jack White. In una scena del film dedicato alla chitarra elettrica, It might get loud, la rockstar di Detroit tira fuori un vinile dal sapore antico, e fa partire il delta blues di Son House: solo un battito di mani ad accompagnare la voce di uno dei primi re dell’anti-establishment. Le sue parole mi hanno insegnato a non curarmi delle persone che ridono alle mie spalle.

3 The revolution will not be televized – Gil Scott-Heron – 1971

Un po’ musicista, un po’ profeta, Gil Scott-Heron è uno dei massimi esponenti (anche se non uno dei più popolari a livello di pubblico) della musica nera del ventesimo secolo. Ha influenzato talmente tanti generi da spingere Jamie XX a remixare il suo I’m New Here. Dagli anni sessanta ad oggi, la parola ‘rivoluzione’ è stata abusata e rimodellata a seconda della propria agenda personale, da parte di media e ‘poteri forti’. A quanto pare, Heron non era molto d’accordo con nessuna delle definizioni fornite all’epoca (di Nixon) e, per fortuna, lui ha pensato di riscriverne una, un po’ come fece Lutero nel cinquecento con la Bibbia. Non ricordo se lo misero sul rogo come Giordano Bruno, ma sicuramente qualcuno si sarà incazzato.

4 Masters of War – Bob Dylan – 1963

Oltre all’assoluto stupore riguardo al fatto che questa canzone sia stata scritta da un ragazzo al di sotto dei venticinque anni, posso solo aggiungere una citazione del dio della canzone di protesta, trovata sul retro della copia in vinile di The Freewheelin’ Bob Dylan: «I don’t sing songs which hope people will die, but I couldn’t help it in this one. The songi s a sort of striking out, a reaction to the last straw, a feeling of what can you do?»

5 Holy Sh*t – Father John Misty – 2015

Una canzone d’amore unita ad una delle più lucide riflessioni sulla società moderna: frutto del fervido immaginario presente nella testa (tendente all’autodistruzione) del santo padre Josh Tillman, aka Father John Misty. Un po’ come in “Coprifuoco” di Vasco Brondi, ci si chiede che cosa abbiano a che fare le bombe nucleari, i portafogli finanziari e l’olio di palma con le relazioni fra essere umani. Perchè ancora siamo esseri umani, e non droni.

6 This is not a song, it’s an outburst; or The Establishment Blues – Rodriguez – 1971

La storia pazzesca, che ormai conosciamo un po’ tutti, dell’uomo arrivato al successo dopo essere ‘resuscitato’, raccontata nel documentario Searching for Sugarman. Quello che colpisce, ancora una volta, è l’attualità dei temi trattati: dall’inquinamento, alla corruzione, passando per il divorzio. E’ rassicurante che le cose, da allora, siano migliorate.

7 Sympathy for the Devil – The Rolling Stones – 1968

La band che, insieme ai Beatles, ha definito il significato che attribuiamo oggi alla parola cool. Gli altri nel gota del rock sono morti quasi tutti, perché provavano ad essere come loro. Decisero di accollarsi l’immagine di ‘cattivi ragazzi’, e noi gliene siamo grati, perché senza di loro ancora chiederemmo il permesso per alzare il volume.

9-songs

8 Unreachable – John Frusciante – 2009

Questa è qui perché Frusciante è un genio, uno dei migliori chitarristi degli ultimi trent’anni, e i Red Hot Chilli Peppers spaccano. Nello specifico, il buon John spiega come la maggior parte di noi (incluso lui) non sia in grado di realizzare quanto siamo fortunati, perdendoci nell’ansia di desideri volubili, invece di concentrarci sugli strumenti, ed il talento, che abbiamo a nostra disposizione. Guitar Hero.

9 Elmore James – Dust my Broom – 1951

L’ultima della lista non poteva che convergere sul blues. Chi, più di figli di schiavi, o nipoti di essi, ha il diritto di urlare a squarcia gola contro quella classe di oppressori che per troppo tempo li ha sfruttati? Nessuno. La forza delle note di questi musicisti, ed in particolare nella voce e nei riff di Elmore James (il testo appartiene al ‘figlio del diavolo’, Robert Johnson), sta nel riuscire a scuotere anche la coscienza di un ragazzino bianco benestante, al massimo figlio di calabresi, non di schiavi.

Adesso andate ad ascoltare queste canzoni, e se non smuovono anche voi, riascoltatele, perché i temi sono importanti, ma senz’altro semplici da capire, e riguardano tutti noi.

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