First Date – Il primo appuntamento di Andrea Cauduro

Cinque tracce di sperimentazione, noise, glitch ed avanguardia

Andrea Cauduro, musicista della provincia Est di Roma, potrebbe essere l’identificazione perfetta di quando un musicista è anche un artista. Qualcuno dirà  che sono la stessa cosa, qualcuno discorrerà  ore su semiotiche e sofismi. Io, che di filosofia ne capisco poco e niente, ho ascoltato il suo disco, e l’ho intervistato.

First Date esce a Marzo 2017, autoprodotto, al seguito di Tales (2015), ed è composto da 5 tracce dai titoli suggestivi che anticipano la dimensione parallela fatta di suoni e rumori. Un disco strumentale, sul filo del rasoio, tra la sperimentazione pura e il forte carico emotivo che sensibilmente si avverte nell’ascolto, dove l’intenzione lascia spazio all’istinto e al gusto. Non una parola in tutto il lavoro, ma tantissimo eco da cui è impossibile non lasciarsi trasportare.

Sei quello che si può definire un musicista completo: formazione classica al conservatorio, realizzi musiche di scena per il teatro, collabori con alcuni cantautori di punta della “scena romana”, e il tuo background si spinge fino al punk hardcore. Come si arriva alla musica sperimentale?

Ho iniziato qualche anno fa avventurandomi nei territori dell’elettronica con il progetto Pollution, assieme a Tiziano Teodori, con cui abbiamo collezionato parecchie date soprattutto all’estero, maggiormente nei festival a tema olandesi, dove la scena è molto fervida. Ho sentito quindi il bisogno di sviluppare qualcosa di mio, partendo per questa volta dal mio strumento, la chitarra, e dalle sue basi: il folk, la musica roots, la tradizionale irlandese. Ho messo insieme queste due esperienze, ancora di più oggi con First Date, che come annuncia il titolo, è il primo passo.

Nel processo di composizione di una canzone nella musica sperimentale, ha più peso l’espressività  di un suono o deve girare tutto in funzione del pezzo?

In realtà  le cose sono strettamente collegate, ma anche la fase di composizione e arrangiamento risulta “sperimentale”. Si parte appunto dal noise, dai suoni che cerco di estrarre dalla pedaliera: sono molto affascinato dall’idea del glitch, dove dal rumore può emergere una cellula armonica che incido e cerco di sviluppare in un loop lunghissimo, a cui poi aggiungo le chitarre, lasciandomi trasportare. Quando finalmente ho qualcosa che mi piace inizio a lavorare in funzione del pezzo, con un processo abbastanza lungo di tagli, re-incisioni ed affinamenti.

Nella dimensione live riesci ad ottenere la medesima intenzione che proponi sul disco?

Il live ovviamente  è più complicato per tutta una serie di fattori logistici, ma questo rende il tutto ancora più stimolante. Durante i concerti il processo che uso nella composizione si inverte: le parti standard di chitarra sono la base su cui costruisco poi i suoni, che, come è naturale che sia, risentono dell’ambiente circostante.
Qualsiasi cosa influisce: da quanto è grande la sala in cui sto suonando, quanto riverbero naturale trovo, le persone del pubblico. Più c’è risposta ed è coinvolgente più la musica sarà  energica ed intensa. Questo tipo di improvvisazione spinge la sperimentazione ancora più in avanti, tanto è che spesso io per primo mi ritrovo a gestire tutto al momento, cercando di interpretare quello che suono al meglio e a prenderne, e perderne, il controllo.

Quello che più di tutto si rinfaccia alla musica odierna è la carenza di contenuti: nel tuo disco, interamente strumentale, First Date, saltano agli occhi i titoli evocativi assolutamente ben sposati con la musica che annunciano. Com’è il rapporto tra musica sperimentale e il senso di una canzone?

Anche nella musica strumentale e sperimentale esiste una grande distinzione tra musica calda e fredda. La musica iper razionale degli “artigiani sonori” che magari intitolano il pezzo con una lettera ed un numero, e chi invece ha un concetto chiaro in mente dall’inizio e cerca la via migliore per esprimersi. Io personalmente ho delle immagini in mente, prima o durante la creazione di un brano, e cerco quindi che la composizione e di conseguenza il titolo siano il più possibile figurativi dell’immagine che ho in testa. Credo che il brano “Dance me to the end of Spain” all’interno del disco renda abbastanza bene l’idea, con i suoi richiami di chitarra.

In questo panorama musicale dove oggi conta molto apparire perchè aiuta a vendere, spesso a discapito della qualità, la tua musica che spazio trova?

Ovviamente è difficile. Io non sono una persona, anche caratterialmente, che adora essere al centro dell’attenzione o che freme per farsi vedere, ma ho sempre avuto chiaro quello che voglio fare nella mia vita. Da quando ho preso in mano la chitarra per la prima volta, a quando ho messo piede al conservatorio. Lavoro, mi confronto e collaboro con gente che mi arricchisce come persona e come musicista, mi confronto e cresco, e con me la musica che voglio fare. Credo che con tutto quello che si possa dire sulla musica e gli artisti che oggi calcano i palchi più mainstream, alla fine il pubblico quando ha davanti qualcosa che vede non essere costruito, ma il cuore, qualcuno che ci mette il cuore, lo apprezza sempre. E succede così anche a me, sia da musicista che da spettatore. Le mode diventano qualcosa di lontano, e mi dispiace che molti validi gruppi oggi si orientano a suonare in un modo piuttosto che restare loro stessi perchè quella cosa lì vende di più.

Ho suonato e suono anche a Roma in locali “roccaforte” nel mio genere musicale, ma spesso sono davanti ad un pubblico che si approccia per la prima volta a questo genere di musica e non ha preconcetti o pregiudizi di nessun tipo. Percepisce che è qualcosa di nuovo e allora ascolta e basta. E se gli piace, e si lascia andare, allora ho raggiunto l’obbiettivo di quella sera.

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