Il folk low-fi del tempo che passa | Intervista a One Glass Eye

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Lo scorso 10 ottobre è uscito per l’etichetta indipendente V4V records  “Elasmotherium”, il disco di debutto di One Glass Eye, progetto solista di Francesco Galavotti, cantante e chitarrista dei Cabrera. Noi lo abbiamo intervistato per cercare di capire qualcosa in più riguardo le tematiche e la genesi del disco e questo è quello che ci ha raccontato.

Ciao Francesco, grazie per questa intervista. Come prima domanda volevo chiederti per quale motivo hai sentito la necessità di realizzare un album da solista e in quale momento hai capito che queste nove canzoni erano qualcosa che si differenziava rispetto al lavoro fatto con i Cabrera e rientrava in un contesto più personale.

Ciao Lorenzo, grazie a voi. Guarda non è stata propriamente una necessità perché io inizialmente scrivo sempre da solo e senza pensare a un progetto in particolare, scrivo semplicemente per il gusto di farlo. Capita magari che certe canzoni diventino idee per i Cabrera, altre le tengo lì in attesa di pubblicarle e poi succede ad esempio che scriva tanti pezzi che abbiano un senso tra di loro come è stato per “Elasmotherium” . Avevo scritto questi pezzi quasi per gioco  e in due settimane avevano tutti senso l’uno con l’altro, per questo ho deciso di raggrupparli. Direi quindi che non è stata proprio una necessità o un qualcosa di premeditato, ma più semplicemente qualcosa che mi succede a livello quotidiano. Questa serie di canzoni sembrava avere, come hai detto tu, un profilo un po’ più personale e quindi rientravano all’interno di un qualcosa che volevo far uscire tutto assieme con un nome diverso.
Io un progetto solista l’ho già avuto in passato, facevo cantautorato in italiano ed utilizzavo il mio nome e cognome, Francesco Galavotti. Poi la passione per questo genere è momentaneamente passata e così ho creato questo nuovo progetto che si chiama One Glass Eye.

E per quanto riguarda l’arrangiamento? Sei partito da subito con l’idea di realizzare un lavoro così minimale solo voce e chitarra?

Sì, sono partito subito con l’idea di realizzare un lavoro così minimale. Per me doveva essere qualcosa di semplice, diretto, non articolato, che potesse essere uguale sul disco e dal vivo. Solo che dal vivo chiaramente cerco di dare qualcosa in più, di raccontare i brani, anche se ogni tanto mi riesce difficile creare un contatto con il pubblico. Certo il live è sempre diverso, però volevo che anche nel disco ci fosse un’atmosfera molto personale, intima e “casalinga” .

Quali sono stati i tuoi artisti di riferimento nella composizione delle varie canzoni?

Per quanto riguarda questo album sono stati i Delta Sleep e i Tiny Moving Parts perchè sono i due gruppi che ho ascoltato di più, poi è chiaro che le influenze sono tante e varie, ognuno ci sente una cosa diversa a seconda del suo background musicale e in generale non ci sono degli artisti che ascolto quando voglio scrivere un disco. Semplicemente prendo spunto dal calderone di cose che ho ascoltato da 10 anni a questa parte.

Ho saputo che il disco è stato registrato in un solo giorno all’Igloo Audio Factory sotto la supervisione di Raffaele Marchetti. Sei stato sorpreso di aver impiegato così poco tempo? Ti ritieni soddisfatto del lavoro finale?

Sì, sono molto soddisfatto del disco perché è venuto in maniera naturale e immediata, cioè ho scritto i pezzi nel minor tempo possibile e li ho registrati. Volevo appunto che si mantenesse una certa freschezza, che i pezzi fossero registrati  con la stessa espressività del momento in cui li ho scritti. Si sa che quando si aspetta tanto tempo prima di registrare un brano poi magari l’anima della canzone cambia e l’espressività si modifica. Se sono stato sorpreso della durata delle registrazioni? No, per niente. Avevamo preventivato di impiegare poco tempo e per me doveva essere proprio una cosa da una giornata.

Parliamo un attimo dell’artwork adesso. La copertina raffigura un enorme elasmoterio intrappolato nel ghiaccio riprendendo poi quello che è il titolo del disco, ma per quale motivo hai scelto proprio questo titolo? In che modo questo animale preistorico rappresenta secondo te le atmosfere o le tematiche dei brani?

Quell’artwork lì era già stato fatto in precedenza da Daniele Castellano, il cantante dei Lantern, (e autore della copertina del disco, per l’appunto) e quando lo vidi la prima volta mi piacque molto, tanto che ci scrissi sopra una canzone, “Prehistoric Creature”, che ragiona un po’ sul passare del tempo che è poi il tema principale dell’album. “Elasmotherium” infatti parla di tante cose diverse ma tutte accomunate dal tempo che va avanti come una ruota, racconta di come certe situazioni si ripetano in modo sempre nuovo e come ogni volta che la ruota finisce un giro ci si fermi e si riparta da capo. Secondo me l’ elasmoterio rappresenta un tempo bloccato e congelato, mentre invece la civetta sopra di lui è quella che va avanti. Potremmo dire che questi due animali rappresentino il passare del tempo contro la glacialità del fossilizzarsi in situazioni stantie e le stesse atmosfere dei brani, che sicuramente risultano molto calde, servono ad aumentare questa forte contrapposizione.

Se dovessi presentare in poche parole questo tuo primo lavoro ad un perfetto sconosciuto come lo descriveresti?

Se dovessi presentarlo ad uno sconosciuto direi che è un disco fatto da una chitarra acustica e una voce, scritto in casa e che parla della vita di tutti giorni. Se è una persona che ha un ascolto generico gli direi che è un disco folk, perché è un po’ come lo sento. Un disco folk nel senso che si ispira al folklore che in realtà è il folklore della mia vita di tutti i giorni, cioè quello che faccio in un contesto non altisonante ma semplicemente “popolare” ecco, popolare e personale.  Se dovessi descriverlo a qualcuno che è un po’ più nel genere gli direi invece che si tratta di un disco emo con la chitarra acustica, come tanti altri hanno fatto, ma in cui ho cercato di metterci qualcosa di mio dentro.

Di Lorenzo Imperi

(Qui trovate la nostra recensione)

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