Forni & Graziano live@Auditorium Parco della Musica 19-05-2016

La coppia Forni-Graziano presenta in anteprima all’Auditorium Parco della Musica di Roma il progetto Come2Mex

Sono giorni che ascolto e riascolto i due album di Francesco Forni e Ilaria Graziano. Probabilmente quasi nessuno più di me avrebbe voluto scrivere la recensione di questo spettacolo. Si, perché si è trattato proprio di uno spettacolo e volutamente non ho usato né userò i termini ‘live’, ‘performance’ o ‘concerto’. In un’ora e mezza (e anche qualcosa di più) si avvicendano tutte le cose che, artisticamente parlando, più mi appartengono da quando sono bambina e con cui sono cresciuta: i suoni antichi struggenti e passionali di un simil tango, la canzone popolare messicana, il folk, il blues e la sensualità dei corpi che accompagnano gli strumenti.

Il duo nasce nel 2012 con l’album d’esordio From Bedlam to Lenane, acclamato dal pubblico e dalla stampa come uno dei migliori album dell’anno e di quelli recenti, ricevendo il Premio Marte Awards 2012 nella categoria “Miglior Disco”. Composto da 11 brani che alternano argomenti d’amore, guerra, morte, sogni e viaggi, portandoci in un mondo fatto di campi di grano assolati, verande di legno scricchiolanti sulle quali suonare il benjo, ma anche in mezzo a notti buie e piene di stelle che solo i pirati dalle loro navi possono vedere.

Nel 2013 esce invece il secondo album di altrettanto successo Come2Me, che si muove di continuo su due binari. Parlano due voci e parlano soprattutto due anime: quella femminile che canta il mondo che ha dentro e quella maschile che parla di filibustieri, abbandono e guerrieri ma addolcisce la voce e lo spirito nel brano “Chiudi gli occhi”. Esiste tra questi due grandi artisti un punto di incontro ma anche la ricerca intima e solitaria, rispettandosi nelle diversità ma legandosi forte nelle affinità; una continua situazione ad organetto di unione e sdoppiamento.

Da tutto ciò nasce Come2Mex, presentato in anteprima internazionale all’Auditorium Parco della Musica, con la rivisitazione in chiave acustica dei brani appartenenti ai due album d’esordio. Mettono chiaramente l’accento sull’amore per la musica messicana (Mex) esplicitamente dichiarato con la riuscitissima reinterpretazione dei brani “Cancion mixteca” e “Volver,volver”.

Lo spettacolo anticipa l’uscita italiana dell’EP nel quale vi sono alcuni inediti già presenti nelle versioni estere del progetto.

Ho davanti la musica degli ‘anta’, (che per carità, lungi da me il voler offendere qualcuno e in particolar modo quelle due creature meravigliose e senza tempo di Ilaria Graziano e Francesco Forni) la musica di consapevolezza e del vissuto in grado di celebrare l’arte,raccontare le storie con un certo distacco e una forza d’animo tale da vivere il sentimento razionalmente senza però allontanarsi dalle sensazioni emotive istintive tipiche di ogni uomo e amante.

Entro nella sala Teatro Studio e sembra in realtà di essersi imbarcati su una nave che sulle note di “Sono io”(brano d’apertura) salpa e scivola lentamente sulle acque del mare navigando verso la Francia, per poi raggiungere il Messico e terminare il viaggio nei piccoli paesi del sud fatti di strade statali pericolanti, stazioni abbandonate piene di fiori sui binari arrugginiti, l’odore delle pesche dentro il vino bianco e le rughe dei contadini . L’immagine iniziale che ho guardando il palco è quella di una grande tela nera sullo sfondo e il corpo di lei, lui e l’altro. Lei è ovviamente Ilaria Graziano di frange e di nero vestita, con in braccio il suo ukulele; lui è Francesco Forni con “quel cappello da cowboy sugli occhi” e camicia nera, l’altro è il talentuosissimo Carmine Iuvone (contrabbasso e violoncello). Non servono colori su quel palco perché la tavolozza la stanno creando loro con le note, facendo così nascere un quadro in cui dominano un rosso passionale, giallo di pura ed elegante follia e il blu per i tratti nostalgici che arrivano inevitabilmente con brani come “Rosaspina”. Sono intimi con il pubblico, sussurrano parole per presentare i brani in scaletta.

Non basta però il buio della sala per mantenere questa intimità con il pubblico perché a volte dopo il buio c’è bisogno di cercare gli occhi e guardarli per riconoscersi; per questo i due artisti dal palco fanno accendere le luci e capire effettivamente che non sono soli in quell’aula.

Il viaggio non è un vero viaggio se non fa delle soste per passare a prendere gli amici lontani, fermarsi quindi nei vari porti e recuperarli. La prima amica a salire a bordo è Erica Mou con la quale Ilaria armonizza sapientemente “Ring on Fire” , una delle bandiere della musica folk e talking blues di Johnny Cash. Segue poi la presenza di Marco Fabi che viene accompagnato dalla chitarra elettrica di Forni sulle note di “Una cometa” e si schierano separatamente donne da una parte e uomini dall’altra; si fermano per recuperare Alberto Bianco che continuerà a parlare di costellazioni con il brano “Le stelle di giorno”. Continuano a cantare brani blues legando tutte e 5 le voci e salgono poi gli ultimi due ospiti: Tommaso Di Giulio, Luca Carocci e Antonio Pascuzzo. La cassa dritta spara come un cannone dalla nave, loro continuano il viaggio navigando tra brani dedicati alla “Filibustieria”, un blues dell’angelo (“Red & Blues”), e una sensuale “Dove siamo” che si lega alle sonorità messicane e si interroga sull’importanza o meno della presenza dell’amore in una coppia (Senza l’amore viviamo lo stesso e se mi sbaglio dimmelo adesso..senza l’amore noi dove andiamo, dove?)

Il viaggio dell’assurdo è finito: salutano tutto il loro team, dall’etichetta discografica (Goodfellas records) ai fotografi, ai fonici, all’organizzazione generale e anche il dentista perché un vero artista si porta sempre dietro il dentista di fiducia durante i live. Manca (a mio parere) uno dei brani più belli del primo album e dall’insistenza degli applausi e del battito dei piedi a terra credo di non essere la sola a pensarla così. Ilaria torna sul palco e canta “Rosso che manca di sera”, un brano che fa pensare alla preghiera di una donna rivolta alla sua terra forse perché la sta lasciando o più semplicemente la sta ritrovando dopo essere stata lontana e dopo non aver più ritrovato il suo amore ad aspettarla lì. Una specie di Itaca al contrario in cui Penelope torna e Ulisse non c’è, troppo poca pazienza, l’attesa non era evidentemente il suo forte. A questo punto tutto mi è più chiaro: se Chavela Vargas fosse entrata dalla porta di quel teatro (e sicuramente l’avrebbe sbattuta senza preoccuparsi del silenzio della sala da rispettare), avrebbe ammiccato a Francesco solo per metterlo da parte e prendere poi le mani di Ilaria tra le sue, offrirle un rum e innamorarsi per sempre di tanta potenza e fragilità.

Torno in una città apparentemente normale, dopo le lunghe cavalcate nelle praterie, le cantate sotto le stelle con i pirati, i giardini di rose e spine. Bevo, compro il vinile appena sfornato e continuo ad amare Francesco Forni & Ilaria Graziano.

di Giulia Attardi

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