La fuga degli artisti: cap. 2 “Londra”

Dopo aver sentito il parere di un’italiana a Parigi, ho deciso di indagare su uno di quei tanti gruppi che decide di cambiare aria e andare a tentare la fortuna in una delle capitali europee della musica. Londra, una città con una grande sensibilità artistica, è sempre apparsa come una tappa necessaria per la carriera di ogni artista.
Le possibilità di suonare non mancano, grazie all’ampio numero di locali che vengono gestiti da proprietari più disponibili ed aperti. Spesso, infatti, non c’é la pressante pretesa di chiedere al gruppo un numero minimo di ingressi. Un’altra importante differenza rispetto all’ambito italiano è il maggior numero di concorsi e festival, grazie ai quali i gruppi hanno la possibilità di ottenere maggiore visibilità e, nell’eventualità che vincano, di ottenere cosí una serie di date prenotate, sponsorizzazioni o piccoli budget, che per un gruppo indipendente sono sempre importanti.
Allo stesso tempo è proprio l’ampiezza e la diversità del background musicale che rende difficile emergere. Mentre in Italia, in particolare a Roma, ma un po’ meno a Milano, i gruppi vengono messi in luce soltanto in un pubblico di nicchia, anche se in aumento rispetto al passato, a Londra, invece, non si vanno a sentire i concerti perchè si sa chi è la band che suona, si va ai concerti per sentire un concerto. C’è una curiosità generale per la musica. Non devi farti voler bene da un determinato ambiente per assicurarti un pubblico, anche se è uno dei primi concerti, vedrai sempre facce nuove, non i tuoi amici e  i parenti solo perchè ancora non sei “qualcuno”.

Chi meglio di un gruppo di musicisti italiani con esperienza londinese può raccontarci la differenza tra queste due grandi realtà? I Kruk, gruppo che non mi soffermo a descrivereapprofonditamente avendone già parlato. Trovo doveroso ricapitolare qualche informazione generale. Nati nel 2009, pubblicano il primo albume “End It nel 2010.
Dal qualche è stato estratto da poco la canzone Homeless Cowboy, realizzato dal Grafico Federico Imbesi e dal Regista Peppe Toia.

I Kruk, dopo anni di gavetta italiana, hanno deciso ampliare la loro esperienza, suonando il più possibile a Londra. Andrea Boccadoro, tastierista e composer del gruppo ha riposto a qualche domanda:

CHEAPSOUND: Voi avete iniziato e coltivato la vostra carriera musicale a Roma, dopo anni di impegno e di fatica avete deciso di tentare la fortuna a Londra. Quale è il motivo che vi ha spinto a cambiare nazione? Credete che a Londra i Kruk potrebbero avere più successo che a Roma?

ANDREA BOCCADORO : Abbiamo scelto di trasferirci a Londra perché dopo 3 anni qui a Roma ci siamo resi conto che i miglioramenti sono troppo lenti e non ci sembra che il nostro lavoro e la nostra dedizione possano infine portarci ad un contratto discografico o comunque ad una collaborazione con le importanti agenzie di booking che ci consenta di suonare regolarmente sul territorio nazionale. Percepiamo come una densa cappa che è un composto misto fatto un po’ della crisi economica un po’ della mancanza di considerazione verso le band che fanno musica in inglese; è comprensibile che quei pochi soldi che ci sono a livello indipendente siano spartiti tra le band con testi in italiano, ma è anche vero che questo tipo di pregiudizio verso l’inglese è una peculiarità piuttosto italiana che non si riscontra in altri paesi europei (Germania, Svezia, Danimarca ecc), dove la musica indipendente in inglese si produce e si esporta facendola arrivare perfino in Italia.

C.S.: Dopo aver suonato in varie venues londinesi quali sono le differenze che avete notato  sia a livello organizzativo che di riscontro nel pubblico?

A.B.:Londra non è solamente un luogo dove ancora può esistere la possibilità di essere prodotti da un’etichetta piccola o grande che sia, per quanto tale possibilità sia sempre più piccola anche lì; rappresenta per noi in questo momento soprattutto la possibilità di una crescita a livello umano e musicale, dal momento che ha un ambiente musicale molto più grande e competitivo di quello sperimentato da noi finora, e la recettività da parte del pubblico è maggiore. Tutte le figure professionali che ruotano intorno alla musica (producers, sound engineers, promoters, ecc) sono sviluppate maggiormente e da più tempo, sembrano essere in media più specializzate. Dal momento che molti dischi e molti gruppi importanti a livello mondiale sono stati prodotti qui, Londra è come il cuore di una serie di eventi, di accadimenti speciali che riguardano la musica, e anche se non siamo più negli anni settanta e c’è la crisi del mercato discografico secondo me mantiene ancora questa caratteristica. Te ne accorgi quando cogli il clima di ascolto e apertura che c’è nei locali dove le persone vanno a vedere i gruppi senza sapere chi siano, quando scrivi al producer dei The Verve e lui, essendogli piaciuto il disco, viene a sentirti suonare in una bettola a sud di Brixton in zona 3, quando vedi come moltissime bands siano capaci di scrivere ottime canzoni e suonarle live con performance energiche e disinvolte. Quello che ci sembrava di avere di eccezionale a Roma in parte lo abbiamo ridimensionato, non perché non pensiamo di avere molto da dire anche a Londra, ma perché abbiamo capito che c’è una qualità tale che ci impone di fare un bel salto di qualità se vogliamo avere delle possibilità concrete di emergere. Le condizioni di lavoro di una band sono più difficili che a Roma, può sembrare paradossale ma è più difficile essere pagati ed è più difficile avere diritto ad un soundcheck degno di questo nome. Esistono però locali con una clientela propria e promoter che cercano band di qualità per organizzare buoni concerti ai quali lavorano a livello promozionale. Suonare gratis in questo caso può avere un valore di esposizione per la band che può così gradualmente costruirsi una fanbase.

C.S.:Credi che la figura del musicista a Londra goda di una considerazione sociale più alta rispetto a quella italiana o credi che perlomeno non venga considerato alla stregue dei un nullafacente?

A.B.: Per quanto riguarda la figura dell’artista, sicuramente è più integrato e rispettato nella società, ma questo anche perché ci sono condizioni socioeconomiche diverse, tali che essere un artista non significa necessariamente fare resistenza o opposizione allo status quo politico, come avviene in Italia dove a causa della vessazione di ogni forma di cultura e di intelligenza da parte della politica le persone che della cultura e dell’arte (ma anche della ricerca scientifica) vorrebbero fare il proprio lavoro si trovano necessariamente schierate all’opposizione. Al di là delle idee personali, trovo che questo meccanismo sia perverso e provochi una forte stagnazione delle idee e dei blocchi sociali, che si ritrovano in Italia contrapposti in un conflitto che fa male alla gente e alla nazione. In Inghilterra apparentemente non c’è questa condizone di guerra civile tra parti della società, i creativi svolgono un lavoro che poi viene venduto e sono integrati nella società, rispettati come ogni lavoro anche il più umile gode in Inghilterra di grande rispetto. C’è più benessere e più lavoro, di conseguenza le problematiche sociali sono meno radicali. Non dico questo per approvare una figura di artista politicamente o intellettualmente neutrale, ma semplicemente rilevare che il lavoro artistico può essere, qualora lo si voglia, veramente indipendente perché esiste un sistema produttivo che ne valorizza e stimola la qualità, e questo è un fattore di libertà che all’arte non può che giovare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per chi fosse interessato ad approfondire ancora il gruppo c’è il videopromo di in bloom project con 3 inediti:
http://vimeo.com/40986502

E.C.

 

 

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